Opinioni - Mentre lo stabilimento Stellantis tocca il minimo storico nel primo semestre 2026, manca una strategia territoriale. Se la fabbrica resiste, a mancare è la visione per i prossimi dieci anni
Ho letto con attenzione le dichiarazioni successive all'incontro tra Stellantis, sindacati e Regione Lazio. Confesso però che, una volta terminata la lettura, mi è rimasta una sensazione particolare. Ho capito che Cassino non chiuderà. Continuo però a non capire quale sarà Cassino.
Da mesi ascoltiamo rassicurazioni sulla permanenza dello stabilimento. È una notizia importante, soprattutto per migliaia di lavoratori e per le tante aziende dell'indotto che da decenni vivono in simbiosi con la fabbrica. Tuttavia una politica industriale non si misura dalla sopravvivenza di uno stabilimento. Si misura dalla capacità di indicarne il futuro. Ed è proprio questo che continuo a non vedere.
Oggi, a rendere questa domanda ancora più attuale, si aggiunge un nuovo dato. Lo stabilimento di Cassino ha raggiunto il minimo storico di appena trentadue giornate di lavoro nel primo semestre del 2026. Un numero che fotografa la difficoltà del presente, ma che soprattutto rende ancora più urgente una riflessione sul futuro. Perché i giorni di produzione si contano; una strategia industriale, invece, si costruisce.
Negli ultimi anni Stellantis ha annunciato investimenti per decine di miliardi di euro, ha presentato nuove piattaforme produttive e ha illustrato programmi che coinvolgono numerosi stabilimenti italiani ed europei. Per altri siti si sono indicati modelli, produzioni, tempistiche e prospettive. Si può essere d'accordo oppure no con quelle scelte, ma almeno esiste una narrazione industriale comprensibile. Per Cassino, invece, il quadro continua a rimanere incompleto.
Si parla della piattaforma STLA Large. Si parla delle future generazioni di Giulia e Stelvio. Si parla di una ripartenza tra il 2027 e il 2028. Si parla di attese. Si parla molto meno di volumi produttivi, di occupazione, di investimenti effettivi e del ruolo che questo stabilimento dovrà svolgere all'interno del gruppo nei prossimi dieci anni. Naturalmente questa osservazione non vuole trasformarsi nell'ennesimo processo a Stellantis. Un gruppo industriale opera sulla base delle proprie strategie, dei mercati e delle prospettive economiche. Può piacere o non piacere, ma è il suo mestiere. Per questo motivo ritengo che la domanda più importante non debba essere rivolta soltanto all'azienda. Dovrebbe essere rivolta alla politica.
Perché se il futuro dell'automobile viene deciso nei grandi centri direzionali del gruppo, il futuro di un territorio dovrebbe essere discusso e costruito dal territorio stesso. Ed è qui che emergono i miei dubbi. Da anni Cassino viene definita il motore industriale del basso Lazio. Eppure, mentre il settore automobilistico attraversa una trasformazione epocale, non riesco a individuare una strategia territoriale altrettanto chiara. Qual è il progetto per Cassino oltre Stellantis? Quale ruolo si immagina per quest'area nel sistema industriale regionale dei prossimi vent'anni? Quali iniziative si stanno mettendo in campo per attrarre nuovi investimenti produttivi? Quali infrastrutture si ritengono necessarie? Quali filiere industriali si vogliono sviluppare?
Sono domande che raramente entrano nel dibattito pubblico. Nel frattempo altre aree della provincia sembrano muoversi con maggiore dinamismo. L'asse Ferentino-Anagni continua ad attrarre investimenti logistici e produttivi e consolida progressivamente il proprio peso economico. Persino realtà imprenditoriali molto più piccole di Stellantis, come il gruppo guidato da Massimo Di Risio, parlano di nuovi marchi, di nuovi modelli, di investimenti e di programmi industriali legati al rilancio di storici brand automobilistici come Itala e OSCA.
Non cito questi esempi per stabilire paragoni impossibili tra realtà profondamente diverse. Li cito perché raccontano una differenza di approccio.
Da una parte si parla di ciò che si intende realizzare. Dall'altra si continua prevalentemente a discutere di ciò che si spera non accada. Ed è una differenza sostanziale. Le notizie di queste ore confermano quanto sia insufficiente limitarsi a registrare l'ennesimo fermo produttivo o il numero delle giornate lavorative. Se continuiamo a discutere soltanto del calendario della produzione, senza affrontare il tema della strategia, rischiamo di inseguire gli effetti senza interrogarci sulle cause.Per questo motivo non credo che la domanda decisiva sia se Stellantis chiuderà Cassino. Oggi non esistono elementi che inducano a pensarlo.
La domanda che mi pongo è un'altra: la politica del territorio ha una visione di Cassino per il prossimo decennio? Perché una comunità può affrontare anche momenti difficili se riesce a vedere una direzione. Ciò che genera inquietudine non è soltanto la crisi. È l'incertezza sul dopo. I trentadue giorni di lavoro del primo semestre rappresentano certamente un dato allarmante. Ma sarebbe ancora più allarmante arrivare alla fine del 2026 senza aver costruito una visione condivisa del futuro di questo territorio. Un
E oggi, leggendo dichiarazioni, incontri, tavoli istituzionali e gli ultimi dati sulla produzione, continuo ad avere la stessa impressione: sappiamo sempre meglio ciò che Cassino non sarà. Continuo però a non capire che cosa Cassino voglia diventare.
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