Opinioni - Il ricordo del grande poeta contemporaneo, un artista poliedrico tra l’impegno culturale alla Biblioteca di Cassino, le lezioni del Novecento e la ferma convinzione che l’arte debba farsi motore del cambiamento sociale
di Tommaso Di Brango*
Ieri mattina, ho sentito al telefono Maria Benedetta Cerro. Il giorno prima, avevo parlato con Sergio Sollima e, poco dopo, con Amedeo Di Sora. La domanda che ci siamo fatti tutti è stata: hai saputo di Francesco? Era un interrogativo che mescolava dolore e sbalordimento. Ognuno di noi sperava, in fondo, di venir smentito dall'altro. La verità, però, è una ed è semplice, nella sua tristezza: Francesco non c'è più. Se n'è andato senza far rumore, con la stessa riservatezza con cui ha vissuto.
Ricordo molto bene la prima volta in cui lo vidi. Ero uno studente universitario e, insieme ad altri, stavo prendendo parte all'organizzazione di una mostra nella sala antistante l'allora Biblioteca Comunale di Cassino. Non avevo mai sentito parlare di lui, ma un mio amico cassinate lo indicò e disse: "Quello è un grande poeta contemporaneo".
E io rimasi colpito, interessato, in qualche modo affascinato. I poeti, fino ad allora, li avevo studiati sui libri, ne avevo sentito parlare da mio padre, ma non li avevo mai conosciuti e frequentati di persona. Decisi, dunque, di stabilire un qualche contatto con quel poeta e, non molto tempo dopo, al momento di fare il tirocinio per la laurea triennale, indicai la Biblioteca.
Ovviamente, prima di parlare direttamente con Francesco, mi ero documentato sul suo conto e avevo letto che Silvano Demarchi e Antonio Risi avevano scritto monografie incentrate sui suoi versi, che il grande Evgenij Evtushenko lo considerava uno dei suoi "angeli italiani" e che lui, nel corso degli anni, aveva svolto un fondamentale compito di animatore e promotore di cultura. Insomma, sapevo di entrare in relazione con un'autorità del mondo letterario italiano e non solo. Ma si sa: una cosa sono le parole scritte, un'altra quelle vissute.
Così, quando cominciai a parlare con Francesco, mi resi conto del fatto che quei riconoscimenti, pur essendo delle significative gratificazioni, non erano, per lui, ancora abbastanza. Non che volesse il Nobel, intendiamoci: Francesco De Napoli ha sempre avuto diffidenza nei confronti di quelli che riteneva i "premi borghesi".
Quel che desiderava, piuttosto, era qualcosa di più e più profondo: che la poesia fosse un fatto sociale condiviso, un principio modificatore della realtà. Non una semplice decorazione. In questo, probabilmente, Francesco era figlio della riflessione di Walter Benjamin, che parlando di "politicizzazione dell'arte" indicava proprio il bisogno di far uscire l'opera degli artisti dalle teche dei musei e delle biblioteche per renderle motore del cambiamento del consesso civile.
Ma, in effetti, non c'era solo o tanto Benjamin, nel Pantheon culturale di Francesco De Napoli. Ben più presenti di lui, infatti, erano i maestri del Novecento italiano - Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini su tutti -, insieme ai grandi autori della letteratura russa.
Ma se mi limitassi a parlare dei modelli letterari di Francesco De Napoli, gli farei il torto di dipingerlo come un letterato arcade, innamorato dei libri e, proprio per questo, estraneo alla realtà. E invece no: Francesco amava anche la sociologia, l'antropologia culturale e, in generale, le scienze sociali. Tutte cose che, secondo lui, servivano a leggere il mondo con lenti che la letteratura, da sola, non poteva garantire.
Questa poliedricità di interessi non ha mancato di suscitare qualche equivoco, nel corso del tempo. Più di qualcuno, infatti, ha pensato che Francesco, più che un poeta propriamente detto, fosse un polemista, un saggista o, tutt'al più, un critico letterario. Come se un poeta fosse costretto a parlare di tutto, ma non del mondo in cui vive.
Ma chi lo ha conosciuto bene sa che non è così e che, all'interno di questa galassia di riferimenti culturali, la poesia era, per Francesco, una sorta di punto di sintesi. Laddove l'occhio dello scienziato sociale descrive, infatti, lo sguardo del poeta indica: fornisce una prospettiva, un orizzonte. Un ideale, per dirla con Francesco De Sanctis.
Ma allora, che poeta è stato, De Napoli? Volendo abbozzare una lettura che andrà necessariamente approfondita in altra sede, io direi che la sua poesia ha fornito una radiografia della società postmoderna. Da figlio del marxismo quale era, infatti, Francesco De Napoli ha riflettuto insistentemente sulla crisi delle ideologie e sull'affermazione su scala globale del neocapitalismo senza però mai credere che questo scenario coincidesse, come pure qualcuno in quegli anni sosteneva, con al "fine della Storia".
Al contrario, Francesco ha sempre creduto, con fare a volte un po' donchisciottesco, che il futuro fosse ancora di là da venire e che, semplicemente, l'umanità novecentesca non fosse ancora pronta per accoglierlo. A monte di questa visione del mondo, però, non c'era nessun determinismo.
Non sarebbe stata, cioè, secondo Francesco, una logica immanente alla storia a produrre il salto dell'umano che, pure, lui ha sempre vagheggiato. Solo l'impegno costante di ciascuno di noi avrebbe potuto, piuttosto, permetterci di porre fine alle millenarie ingiustizie e violenze che hanno caratterizzato il nostro cammino di uomini.
Ma Francesco non si è confrontato solo con le sorti dell'umanità. La sua voce di poeta civile e saggista pasolinianamente "corsaro" si è fatta sempre sentire anche nel denunciare le piccolezze della civiltà letteraria e i provincialismi di una Cassino a cui, pure, volente o nolente, lui è rimasto legato per tutta la vita.
Ricordo molto bene le critiche - documentatissime - che lui ha mosso alle politiche culturali e urbanistiche degli enti locali, alla viltà e al conformismo degli intellettuali, alle ipocrisie dei professori. E qui la sua voce si faceva amara, perché misurandosi con questi temi Francesco sentiva di essere soltanto uno che grida nel deserto.
Si può dargli torto? I molti anni di impegno culturale che ho alle spalle mi dicono che no, non aveva torto. Anzi: aveva ragione da vendere. Cionondimeno, aver avuto la fortuna e l'onore di essere amico di Francesco De Napoli mi ha insegnato che non bisogna gettare la spugna. Perché la Storia non è finita. E, forse, nel nostro piccolo, possiamo aiutarla a trovare una direzione.
*Docente e critico letterario
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