Opinioni - Dopo le polemiche sullo sciopero, le considerazioni della dirigente del Liceo Varrone offrono lo spunto per interrogarsi sul rapporto tra scuola, giovani e diritto al dissenso. Tra slogan discutibili e rivendicazioni legittime, emerge una questione fondamentale: quale spazio viene realmente riconosciuto alla voce dei ragazzi?
Il rapporto tra giovani e istituzioni sta attraversando una contraddizione che merita di essere affrontata senza pregiudizi. Quando i ragazzi protestano, stanno manifestando il proprio dissenso o contestano le istituzioni. In questi casi la prima reazione di parte dell'opinione pubblica è spesso quella di interrogarsi sull'opportunità dei loro comportamenti, sulla legittimità delle loro rivendicazioni e persino sulla loro capacità di comprendere ciò che stanno contestando.
La recente vicenda dello sciopero studentesco in piazza Labriola, offre l'occasione per una riflessione più ampia circa quale ruolo deve assumere il mondo della scuola quando i giovani manifestano il proprio disagio, chiedono attenzione o entrano in conflitto con le regole consolidate? La protesta di Cassino, raccontata su LeggoCassino dalla dirigente scolastica del Liceo Varrone, Teresa Orlando, si tratta di un'occasione educativa prima ancora che una polemica.
Quella del 26 ottobre 2026 è stata una mobilitazione che ha suscitato reazioni contrastanti tra chi ha apprezzato la partecipazione e il carattere pacifico dell'iniziativa, e chi ha messo in discussione l'utilità dello sciopero e criticato alcuni cartelli e slogan giudicati inappropriati.
Ma la preside ha sottolineato il dovere della scuola di fornire agli studenti gli strumenti per sviluppare una coscienza critica, ed evitare che possano sentirsi invisibili. Infatti, non basta consentire agli studenti di parlare. Occorre creare le condizioni affinché le loro parole possano incidere, diventare oggetto di confronto e, quando le richieste sono fondate, tradursi in risposte concrete.
In una società democratica, il diritto al dissenso non è una concessione degli adulti, ma costituisce una manifestazione fondamentale della cittadinanza. Lo sciopero studentesco non va cioè confuso con l'indisciplina, così come la contestazione non può essere interpretata necessariamente come mancanza di rispetto verso gli insegnanti o le istituzioni.
La scuola, in quanto comunità educativa, dovrebbe rappresentare uno dei primi luoghi nei quali si impara a dissentire senza aggredire, a criticare senza distruggere e a sostenere le proprie convinzioni attraverso argomentazioni, conoscenze e responsabilità. Naturalmente, anche una protesta pacifica può contenere espressioni discutibili. Gli slogan inappropriati segnalati dalla preside Orlando rappresentano un elemento che non va ignorato, ma neppure utilizzato per delegittimare l'intera mobilitazione.
È necessario essere chiari, il dissenso non è un reato e la contestazione delle istituzioni non costituisce, di per sé, un comportamento antisociale. Tuttavia, una società che sa soltanto punire rischia di non riuscire a educare. Cioè, la scuola deve educare al pensiero critico, non alla semplice obbedienza. Un bravo studente non è necessariamente colui che non contesta mai, che accetta ogni decisione senza discutere o che manifesta il proprio dissenso soltanto nelle forme ritenute più comode dagli adulti.
La testimonianza della preside del Varrone va proprio in questa direzione quando richiama il compito della scuola di accompagnare i ragazzi nella costruzione di una coscienza critica.
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