“Dio Ride”, Favino illumina il buio dell’ignoranza: la forza rivoluzionaria della bontà

Cultura - Un viaggio nel Seicento tra superstizioni, inquisizione e libertà di pensiero. Fra Leopoldo sfida i pregiudizi con l’ironia e l’umanità, in un film che parla anche al nostro presente, dove essere diversi continua a fare paura

“Dio Ride”, Favino illumina il buio dell’ignoranza: la forza rivoluzionaria della bontà
di autore Grazia Maria Sacco - Pubblicato: 03-11-2026 19:59 - Tempo di lettura 4 minuti

Nel weekend contrassegnato dalle festività in omaggio a santi e defunti, a metà fra il sacro ed il profano rappresentato dallo sketch dolcetto o scherzetto, Dio Ride si inserisce perfettamente a tema, catapultandoti negli anni del 1650, in un convento di Scheggino sullo sfondo, mentre cerchi di sintonizzarti su un deciso dialetto umbro.

Sono gli anni delle streghe, in cui la diversità e la distanza dai dogmi ti consegna dritto dritto ai manicomi; se sei donna, poi, non sembra che tu abbia scampo fra accettare in dote un matrimonio preconfezionato con il blasone cinico e violento di turno, o consegnarti all’inferno, prima in terra, che in cielo, seguendo la tua natura e ciò che ne consegue.

In questo clima di freddo e rigidità morale, che ti pare ti si attacchi alle ossa, sebbene tu sia inchiodato alla tua comodo poltrona, al caldo della sala del cinema di città, la figura di Fra Leopoldo da Casamacchia, che ha il volto di quel Dio greco di attore Pierfrancesco Favino ( che ha mosso i piedi, le braccia, e i sensi di tutti gli spettatori del film, quale garanzia di interpretazione magistrale che sfida ogni remota probabilità di essere smentita), appare come uno squarcio in cielo, un lampo capace di attraversare quell’epoca in cui è ambientato il film, per arrivare alle epoche di tutti, sempre ostaggio, a ben vedere, di un’unicità di pensiero.

Anche quando ci sentiamo moderni, seduti sul trono del superamento ormai avanzato di stregonerie, roghi ed inquisizioni, in realtà i fantasmi e le idolatrie hanno assunto, spesso, soltanto sembianze e costumi più accattivanti o astuti, consegnando le nostre opinioni a nuovi plotoni di esecuzioni, che a dire il vero, sono anche più vigliacchi di quelli dei Conti e dei Papa, e dei Tribunali della Santa Chiesa, visti nel film.

Oggi loro, infatti,  non hanno volti; sono il risultato di algoritmi e di un’intelligenza artificiale che ha uniformato tutti: così che tutte sono diventate voci fuori dal coro, per, alla fine, essere voci che non dicono nulla. Nulla di davvero forte, avvincente, nulla che assomigli allo squarcio della parola ridente di Fra Leopoldo da Casamacchia, che si inventa il luogo di origine, perché ha saputo fin da piccino riconoscere il potere della fantasia e della magia di arrivare dappertutto, specie laddove c’è più bisogno dell’immaginazione per sopportare i piedi affondati nella neve; le spine e i roghi che ti segano le gambe e quel destino di sottomissione cui soltanto un Dio che ride, un Dio che non è lo stesso di tutti gli altri preti e del resto della Chiesa, un Dio che non rompe e mette apposto le ossa; che non tortura e non piega il pensiero; soltanto un Dio che sa scherzare perché sa farsi davvero uomo in mezzo agli altri uomini, può alla fine consolare.

Nel mezzo di questo lampo di risate e di sfida alle superstizioni del momento; di atto di impavido coraggio all’oscurantismo delle menti annichilate dall’ignoranza, Fra Leopoldo, così autentico da diventare quasi goffo e buffo nelle sue esternazioni, rappresenta il rovesciamento di quel luogo comune, noto anche, anzi soprattutto ai nostri giorni, per cui la bontà finisce per essere sinonimo di stoltezza, e mai, invece, di capacità empatica degna di lode e forse unica via per arrivare ad avere il proprio posto nel mondo, senza sgomitare con gli altri e senza rischiare di trovarne uno soltanto perché il più ambito e promettevole di felicità, ma in realtà non nostro. 

“Tutti hanno un posto nel mondo. Perfino le formiche”, dice Fra Leopoldo alla tristissima contessa Isabella, cui il regista affida una replica poetica, che mi accompagna le ore da ieri sera: “ Non è facile trovare il proprio posto in realtà; ti sembra facile se osservi il mondo di giorno, e allora ti pare perfino piccolo; ti pare perfino un rettangolo; ma quando lo vedi di notte, come quell’immenso e stellato universo che è, allora ti perdi ed un posto non lo trovi mica”.

Ma Fra Leopoldo lo sa che il mondo è fatto per perdersi, soltanto che lui, come Isabella, non ha paura del telescopio, lo sa usare perché la sua anima è posta oltre l’ovvietà, la facilità delle conclusioni prestampate, i copioni distribuiti in serie, che chiedono consenso senza manco essere letti. Perciò Maddalena non è quella pazza, donnaccia di malcostumi, gettata in fondo ad una cella, privata dell’affetto di suo figlio Cecco: Maddalena è l’amore che è stato punito da chi non ne conoscerà mai, sfortunatamente, le sue ragioni; è la scelta di non farsi asservire; è la strega che si ribella all’ordine impartito dalle famiglie, prima, e dalla società, dopo.

Lui la imbocca, la porta fuori da quel carcere travestito da ricovero misericordioso; la porta a guardare il sole ed il disegno talentuoso del suo Cecco; quello stesso Cecco, che qualche tempo dopo, lo condannerà prestando la sua lingua al volere dei potenti.
Finisce così la verità: additata, torturata, lapidata, accusata ingiustamente ed infine uccisa. Eppure sopravvive, perché un Dio che ride è un Dio che sa incarnarsi nel volto piccino piccino di quel bimbo, quello dell’ultima scena,  che ringrazierà la sua mamma di averlo portato in dono ad un mondo migliore di quello governato dall’arroganza violenta di suo padre.

"Si può ridere anche di Dio, quindi?- “ Certo, come si scherza con chi amiamo” ( Papa Francesco). Perché se la peste del 600 lasciava buchi e segni violenti sul corpo, quella di oggi si insinua e si dissimula: è la debolezza di un pensiero che non sa essere davvero originale, che non è capace di elevarsi dalla propria personale coscienza, senza ricevere consenso e applausi: è la malattia di credere fessi i buoni e potenti i cattivi. 
Perciò, forse, si ama e si ride sempre meno.
 





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