Opinioni - Capilista ancora blindati, ma una parte degli eletti dovrà conquistare il consenso personale: una novità destinata a incidere anche sui rapporti di forza interni
di Riccardo Pignatelli
La nuova proposta di Legge elettorale votata qualche giorno fa dal Senato presto tornerà al vaglio della Camera per la ratifica finale dei nuovi emendamenti approvati e segna indubitabilmente una piccola cesura con il passato per il ritorno al voto di preferenza, “abolito”, si fa per dire, dal 1993.
Sono passati oltre trenta anni e gli italiani neanche si sono accorti, ad eccezione di coloro che ben lo sanno, che insieme alle preferenze veniva cancellata quella parte dell’art. 48 della Costituzione che vuole il voto “libero”, nell’accezione più lata del termine; ossia non guidato da ingegnerie e alchimie elettorali poste dai partiti!
Per onestà intellettuale va detto che la premier Meloni voleva le preferenze a tutto campo ed anche il PD questa volta aveva presentato un proprio emendamento in tal senso, non si sa se per tentare di spaccare la maggioranza o perché seriamente convinto della necessità che fossero gli elettori a scegliere i propri rappresentanti.
Va ricordato che in prima seduta alla Camera proprio le opposizioni avevano richiesto il voto segreto sull’emendamento di riforma della legge elettorale presentata dal Governo con il risultato di 188 voti contrari su 187 favorevoli. Allo stato è praticamente quasi certo che in seconda lettura alla Camera la maggioranza resterà compatta e la legge verrà definitivamente approvata così come è, salvo imprevisti qualora vi fosse una nuova richiesta da parte delle opposizioni di voto segreto con i soliti franchi tiratori trasversali ai due schieramenti di opposizione e di maggioranza.
Allora è lecito porsi domanda: cosa è cambiato veramente con la nuova riforma ? Presupposto che non intervengano cambiamenti di scenari estremi del tipo interruzione anticipata della legislatura e voto a breve, con il sistema già vigente. La risposta è semplice! Si voterà ancora una volta senza le preferenze (vere) e con le liste bloccate sui capilista; oppure, in caso di mancata riforma, con zero preferenze e liste plurinominali bloccate.
Sarà soprattutto un derby tra le due coalizioni, di centro destra e di centrosinistra e ad avvantaggiarsene saranno senza ombra di dubbio i partiti maggiori : FDI ed il PD, e come nella canzone di Califano :”.. il resto è noia!". Nel caso invece, più probabile, si votasse con il nuovo sistema elettorale lo scenario cambia sia per effetto del premio di governabilità alla coalizione che avrà raggiunto il 42% dei consensi ( con l’attribuzione di 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi), sia perché nei partiti maggiori in alcuni collegi plurinominali molto grandi in caso di attribuzione di più seggi scatterebbero altri eletti oltre ai capilista con la ripartizione proporzionale di ulteriori seggi per i candidati/e che hanno ricevuto più voti, cioè quelli eletti direttamente dal popolo.
Anche se questa percentuale di nuovi eletti statisticamente si aggira tra il 20% e il 40% dei seggi attribuiti ai capilista (60%-80%) , cosa che oggi sembra garantire e lasciare tranquille le “oligarchie” partitiche, potrebbe rappresentare invece la vera novità stravolgente della riforma in corso.
Credo che le segreterie e le èlites dei partiti anche stavolta abbiano studiato molto bene la strategia di autoconservazione e controllo del potere ( cioè il modo migliore come esserci e rimanerci in quegli scranni parlamentari) ma abbiano trascurato alcune parti meno note della sociologia politica molto ben descritta nelle teorie di V. Pareto (Trattato di sociologia generale -1916) e nei saggi di R. Michels ( Spciologia del partito politico -1911) e del politologo M. Duverger, ("Partiti di quadri" o di "élite"), ad esempio, che riguardano le pulsioni umane, i giochi di potere, la circolazione delle élites e la costituzione delle oligarchie partitiche.
Con questa riforma, infatti, i partiti minori potranno senza meno rimanere arroccati nelle loro piccole “oligarchie”, per loro nulla cambierà perchè in quasi tutti i collegi dove riusciranno ad avere un seggio a beneficiarne saranno solo i capilista bloccati,come già avvenuto in precedenza, ma per i grandi partiti vi sarà una percentuale di nuovi deputati e senatori eletti con la preferenza che presto cercheranno di far valere il diritto di rappresentanza di cui hanno ricevuto mandato dai propri elettori e marcheranno le differenze con chi invece è stato solo “nominato” o imposto.
Questi aspetti sottostanti alla riforma, ancora non sperimentati, li vedremo senza meno, come pure vedremo quale sarà in seguito la reazione degli italiani quando, risvegliati da torpore politico in cui sono stati tenuti per trenta anni senza le preferenze, si accorgeranno che il deputato/senatore eletto con i voti di preferenza sarà più facile vederlo ed incontrarlo sul territorio ( altrimenti chi lo rieleggerebbe più) mentre gli altri più noti i cosiddetti “nominati” continueranno a rimanere sconosciuti. Non so se questa riforma andrà veramente in porto, lo spero ma nutro dubbi, non mancando però di rilevare che comunque è meglio che niente, perchè, figurativamente parlando, possiamo dire che con essa un virus ( la preferenza) è stato iniettato nel corpo forte ed oligarchico dei partiti stessi e spesso basta un piccola infezione a generare un febbre che a lungo andare indebolirà quel corpo!
La possibilità poi per le coalizioni di indicare da subito la figura del futuro premier, ancorchè da sottoporre in seguito al Capo dello Stato in sede di formazione del governo, potrebbe rivelarsi il tallone d’Achille di tutta la riforma, qualora vi fossero ricorsi contrari e conseguente pronuncia sfavorevole della Consulta per illegittimità costituzionale su tale punto.
Anche la scommessa di limitare le possibilità di competizione elettorale per i partiti minori che non si integrino con le coalizioni con l’introduzione di soglie di accesso e sbarramenti e in aggiunta l’obbligo di raccolta firme per quelli di nuova formazione potrebbe non dare i risultati sperati; anzi, sempre ricorrendo alla sociologia politica che tiene in conto anche i sentimenti emotivi in scenari di simile contesto, non è escluso che tali alchimie vengano percepite dagli elettori come stimolo a schierarsi determinando di conseguenza una sorta di spirito di movimento che alla fine invece di abbattere trainerà e faciliterà nel compito di raccolta firme proprio i potenziali escludendi.
L’ideale ed il reale non sempre coincidono nella realtà, ma sono aspetti complementari, ed in politica non fa eccezione la materia elettorale. E’ bene che i partiti ci riflettano e ne tengano conto!
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