Pasolini, la Costituzione e le barricate del 1945

Opinioni - Una riflessione sull’attualità di Pasolini e sul vero significato della nostra democrazia

Pasolini, la Costituzione e le barricate del 1945
di Dario Nicosia - Pubblicato: 15-06-2026 08:51 - Tempo di lettura 2 minuti

Nella mia adolescenza cantavo le canzoni di Battisti, in particolare *Mi ritorni in mente*. Allora pensavo che quelle parole parlassero soltanto di una ragazza; le donne ho imparato a conoscerle dopo. Oggi, però, quel titolo mi ritorna in mente per un'altra ragione, perché mi ritorna in mente Pier Paolo Pasolini, un autore che ho sempre letto con interesse pur provenendo da orizzonti molto diversi dai miei. 

Condividevamo poco sul piano politico, ma condividevamo una cosa che considero essenziale: il coraggio della *parresia*, il coraggio di dire ciò che si pensa anche quando disturba il proprio ambiente di riferimento. Pasolini questo coraggio lo pagò più volte. Nei suoi *Scritti corsari* attaccò spesso la sinistra ufficiale, suscitando irritazione proprio tra coloro che avrebbero dovuto sentirlo più vicino.

La sua tesi era semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria. Mentre molti continuavano a combattere il fascismo del passato, stava nascendo una forma nuova di omologazione. Il fascismo aveva tentato di uniformare gli italiani attraverso il potere politico; la società dei consumi stava riuscendo nella stessa impresa attraverso strumenti molto più efficaci: la televisione, la pubblicità, i modelli culturali, il linguaggio e i comportamenti di massa.

Per questo Pasolini arrivò a sostenere che l'antifascismo rituale rischiava di trasformarsi in una celebrazione rassicurante di sé stessi, una formula che consentiva di sentirsi dalla parte giusta senza interrogarsi sui nuovi conformismi del presente. È un'osservazione che continua a colpirmi perché, a distanza di decenni, conserva una sorprendente attualità.

A volte mi domando che cosa scriverebbe oggi. Forse continuerebbe a porre la stessa domanda, oppure ci chiederebbe se siamo davvero liberi o se stiamo semplicemente sostituendo un conformismo con un altro. Perché il problema non è mai soltanto ciò che pensano le persone; il problema è capire se quelle idee nascono da una riflessione libera oppure dall'esigenza di appartenere al gruppo giusto. Ed è una domanda che continua a essere scomoda.

C'è però un'altra riflessione che mi accompagna ogni volta che assisto all'ennesima polemica sull'obbligo di dichiararsi antifascisti. Mi domando se non vi sia, in questa richiesta continua e quasi ossessiva, qualcosa che assomiglia proprio a quel conformismo che Pasolini temeva.

Non sto parlando del giudizio storico sul fascismo, che appartiene alla storia e rispetto al quale ciascuno è libero di formulare le proprie valutazioni. Mi riferisco a un'altra questione: alla pretesa che la qualità democratica di una persona possa essere misurata attraverso una dichiarazione preventiva di appartenenza morale, come se la cittadinanza costituzionale non bastasse più e come se il rispetto delle regole della Repubblica dovesse essere accompagnato da una professione di fede aggiuntiva.

Ed è qui che la mia riflessione si sposta inevitabilmente sulla Costituzione. Se la Costituzione fosse stata scritta per perpetuare la contrapposizione tra fascismo e antifascismo, probabilmente oggi avremmo una Carta molto diversa. Invece, leggendo i lavori preparatori e gli interventi dei Costituenti, emerge una preoccupazione differente. La preoccupazione non era tenere aperta la guerra civile nella coscienza degli italiani, ma chiuderla dentro una cornice costituzionale capace di consentire la convivenza tra persone provenienti da storie politiche, culturali e ideali diverse.

A presiedere la Commissione per la Costituzione fu Meuccio Ruini e chi legge quegli atti scopre che il problema non era scrivere un manifesto contro qualcuno, ma edificare una casa comune nella quale potessero riconoscersi anche generazioni future che non avevano vissuto né il fascismo né la guerra.

Per questo motivo la Costituzione non inizia indicando un nemico. Inizia indicando una persona.

L'articolo 2 afferma che la Repubblica «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo». Sono parole che spesso scorrono davanti ai nostri occhi senza essere meditate e che tuttavia contengono un'intera concezione dello Stato. "Riconosce" e "garantisce" sono due verbi transitivi e il loro complemento oggetto è uno soltanto: i diritti inviolabili dell'uomo. La Repubblica non crea quei diritti, non li concede e non li distribuisce, ma li riconosce e li garantisce. Ciò significa che il fondamento della Costituzione non è lo Stato, non è un partito, non è una maggioranza e non è un'appartenenza ideologica; il fondamento della Costituzione è la persona. È da quella centralità che nascono la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di associazione, il pluralismo politico e il limite imposto all'esercizio del potere.

Per questo motivo continuo a pormi una domanda molto semplice: siamo davvero sicuri che chi pretende continuamente una dichiarazione di antifascismo abbia letto la Costituzione? Perché la Costituzione non chiede questo. La Costituzione chiede il rispetto delle sue regole, il riconoscimento della persona, il rispetto delle libertà altrui, il rispetto della legge, il rispetto del pluralismo e chiede che nessuno pretenda di possedere una verità tale da negare all'altro il diritto di esistere politicamente.

Forse il problema è che una parte del dibattito pubblico continua a leggere la Repubblica con le categorie del 1945, mentre i Costituenti avevano già tentato di costruire qualcosa che andasse oltre il 1945, perché una Costituzione non nasce per mantenere vive le barricate ma per permettere a chi stava dietro barricate diverse di riconoscersi in regole comuni.

Ed è proprio qui che la lezione di Pasolini torna a bussare alla porta, perché il conformismo non consiste necessariamente nel pensare una determinata cosa; consiste piuttosto nel rinunciare a pensare, nell'accettare formule obbligatorie, parole d'ordine e appartenenze rituali senza più interrogarsi sul loro significato. E forse la domanda più pasoliniana che possiamo porci oggi non è chi sia antifascista e chi non lo sia; la domanda è se siamo ancora capaci di pensare liberamente o se stiamo semplicemente ripetendo parole che altri hanno pensato per noi.





Articoli Correlati


cookie