Cronaca - Gli avvocati Salera e Germani blindano la sentenza ed evitano pene ben più gravose per Sandro Di Carlo, accusato dell'omicidio di Yirelis Peña Santana
Si chiude con una sostanziale vittoria della strategia difensiva il secondo grado di giudizio per il delitto di via Pascoli, l'omicidio della trentaquattrenne di origini dominicane Yirelis Peña Santana. La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha infatti confermato l'impianto della sentenza di primo grado a carico di Sandro Di Carlo, l'operaio di Cassino arrestato a seguito di un'indagine lampo della Polizia di Stato. Il giovane, che ha sempre negato le accuse, è stato condannato a quindici anni di reclusione: appena un anno in più rispetto al primo grado, dovuto esclusivamente al calcolo dei precedenti penali del ragazzo.
Il vero fulcro del processo, fin dalle prime battute, è stato la complessa "guerra delle perizie" sulla capacità di intendere e volere dell’imputato. È proprio in questo scontro tecnico che il lavoro degli avvocati difensori, Salera e Germani, ha fatto la differenza, riuscendo a scardinare le richieste della Procura che inizialmente prospettavano per Di Carlo pene ben più gravose. I legali sono riusciti a dimostrare con successo due punti chiave per le sorti del processo, ottenendo l'esclusione della pesante aggravante dei futili motivi e, al contempo, l'affermazione della parziale incapacità di intendere e volere dell’operaio al momento del fatto.
La Corte d'Appello capitolina ha recepito in pieno le tesi di Salera e Germani: si tratta di un risultato cruciale per la difesa, se i giudici di secondo grado avessero accolto l'appello dell'accusa, per Di Carlo la condanna minima sarebbe stata di ventiquattro anni.
Al termine della lettura del dispositivo, gli avvocati Salera e Germani hanno espresso grande soddisfazione per l'esito del giudizio, sottolineando come la sentenza della Corte d’Appello abbia confermato in pieno la solidità del loro impianto difensivo. I legali hanno evidenziato l'importanza di essere riusciti a tutelare la posizione del proprio assistito in un processo così drammatico, blindando il riconoscimento della parziale incapacità, un elemento che la difesa considerava centrale e supportato dai dati scientifici fin dall'inizio della vicenda.
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