Opinioni - Mentre Ferentino attrae investimenti e crea occupazione, Cassino sembra aver perso la forza strategica del dopoguerra. Dai tempi in cui si bloccava la Casilina per il Tribunale all'incognita Stellantis: l'urgenza di ritrovare un'idea di futuro
Seguendo l'Ulisse della politica mi sono imbattuto in una serie di articoli pubblicati sul quotidiano dove l'Ulisse pontifica. Tra una rotta e l'altra, però, ho letto un interessante articolo di Emiliano Papillo che mi ha riportato alla mente un numero: ventiquattro. (LEGGI QUI: Ventiquattro giorni di lavoro in cinque mesi: la domanda che Cassino non può più rinviare).
Non lo ripeterò perché chi ha letto queste pagine sa già a cosa mi riferisco; mi interessa invece un'altra cifra: settecento, tanti sarebbero, secondo quanto riportato nell'articolo, i nuovi posti di lavoro collegati agli investimenti che stanno interessando l'area di Ferentino tra Volvo, ABB, Action e NewCold.
La questione, però, non è il numero in sé e nemmeno Ferentino, perché un territorio che attrae investimenti, crea occupazione e costruisce opportunità non dovrebbe essere guardato con invidia ma con attenzione, cercando di comprendere quale idea di sviluppo vi sia dietro quei risultati. Leggendo quell'articolo mi è tornata alla mente una pagina della storia di Cassino raccontata da Giuseppe Gentile nel volume Un testimone della ricostruzione di Cassino. Richiamando uno studio di Gaetano De Angelis Curtis, Gentile ricorda la battaglia che la città combatté per il ritorno del Tribunale.
Non si trattava soltanto di un edificio pubblico e nemmeno di una questione simbolica. I cittadini avevano compreso che il Tribunale rappresentava una funzione strategica per il futuro economico, amministrativo e istituzionale della città. Quando il rischio di perderlo divenne concreto, il sindaco Gaetano Di Biasio chiese di essere ricevuto dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e, mentre a Roma si svolgeva la battaglia istituzionale, Cassino si mobilitò.
Fu proclamato uno sciopero generale che sfociò in una vera e propria protesta popolare; per due giorni la città rimase bloccata, furono erette barricate al Colosseo e su Corso della Repubblica e venne interrotta la Casilina, allora unica arteria di collegamento tra Roma e Napoli. La mobilitazione ebbe successo e il Tribunale tornò a Cassino.
Ho ripensato a quella vicenda perché più la rileggo e più mi provoca una domanda scomoda. Com'è possibile che una città appena uscita dalla guerra, distrutta dai bombardamenti, con migliaia di persone che avevano perso case, lavoro e perfino familiari, trovasse la forza di mobilitarsi per difendere una funzione strategica come il Tribunale, mentre oggi sembriamo incapaci perfino di aprire una discussione seria sul futuro economico del territorio? Non stiamo parlando di una città ricca. Non stiamo parlando di una città comoda.
Non stiamo parlando di una città che aveva già tutto. Stiamo parlando di una città che aveva perso quasi tutto.
Eppure quella comunità aveva compreso una cosa elementare: il futuro non arriva da solo. Bisogna andarselo a prendere. Per questo Di Biasio andò a Roma da De Gasperi.to i cittadini bloccarono la Casilina. Per questo Cassino si ribellò. Perché avevano capito che perdere il Tribunale significava perdere peso, funzioni, economia e centralità.
Oggi invece leggo di settecento posti di lavoro che potrebbero nascere a Ferentino e mi domando quale sia la discussione che si sta svolgendo a Cassino sul proprio ruolo nei prossimi venti anni. Me lo domando sinceramente. Perché mentre altrove si ragiona di logistica, investimenti, piattaforme produttive e attrazione di imprese, qui continuiamo a muoverci come se il problema fosse sempre rinviabile, come se bastasse organizzare un evento, convocare un tavolo, presentare un progetto o annunciare l'ennesima iniziativa per evitare la domanda che diventa ogni giorno più urgente.
Che cosa sarà Cassino quando Stellantis non sarà più la Cassino che abbiamo conosciuto? Non è una provocazione. È una domanda politica. L'articolo di Papillo racconta un territorio che prova a costruire il proprio futuro. La pagina raccontata da Giuseppe Gentile ricorda una città che, tra le macerie della guerra, difendeva con ostinazione il proprio ruolo.
In mezzo ci siamo noi e mi è tornato alla mente quel numero iniziale, ventiquattro, che non rappresenta soltanto una statistica ma una domanda alla quale, prima o poi, Cassino dovrà trovare il coraggio di rispondere.
La differenza è che una comunità può decidere di considerarlo una statistica oppure il segnale che è arrivato il momento di tornare a discutere seriamente di quale posto Cassino voglia occupare nel territorio, nell'economia e nella provincia dei prossimi decenni.Perché la Cassino che bloccò la Casilina non stava difendendo un edificio: "stava difendendo un'idea di futuro”.