Opinioni - Mentre i partiti ridisegnano le regole del voto per garantire la propria sopravvivenza, l'abolizione delle preferenze trasforma il Parlamento in un'assemblea di nominati, tradendo il principio di sovranità popolare
di Riccardo Pignatelli
Nel nostro Paese dove ad ogni ipotesi di cambiamento o riforma si invoca costantemente la Costituzione, anche in casi in cui spesso non c’entra un bel niente, quando si arriva a discutere di legge elettorale ogni riferimento ad essa inspiegabilmente sparisce dalla discussione pubblica, nessuno più ne fa menzione, forse perché da noi la demagogia politica è diventata una sorta di cultura dominante: va sostenuto sempre ciò che ci interessa ed obliato quello che ci può essere di ostacolo.
In questi giorni si è tornato a parlare di muova riforma elettorale riguardante il voto parlamentare, questa volta in senso proporzionale, dopo che per anni gli stessi partiti hanno scommesso sulla vocazione maggioritaria come sistema per garantire stabilità e giusta rappresentanza.
Ma si sa, i tempi cambiano e se i sondaggi dicono che la precedente formula non garantisce più le èlites politiche dominanti allora è giunto il momento di cambiare il sistema elettorale in modo da adeguarlo alle loro esigenze di sopravvivenza. Da destra e da sinistra si dichiarano tutti liberali ma poi si accetta che i partiti molto poco democraticamente predispongono sia le liste che le posizioni eleggibili.
L’attenzione dell’opinione pubblica su questa materia è scarsissima, anche le giovani generazioni sono assenti dalla battaglia sui diritti civici e politici, preferendo maggiormente quelli civili e temi ideali di portata globale come la pace, l’ambiente, ecc…, dimenticando che la possibilità di votare direttamente i propri rappresentanti nelle istituzioni parlamentari è un diritto di libertà che proprio la nostra Costituzione sancisse e mette al primo punto con l’art.1 che così recita:”L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Ora, premesso che la prima parte è già venuta meno con l’abolizione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, con la quale il lavoro nella sua accezione costituzionale di valore è stato trasformato in pura merce di mercato, resta però intatta la seconda che ripone la sovranità nel popolo, che nel caso in specie dovrebbe esercitarla principalmente con il voto.
Togliere perciò dalla legge elettorale la possibilità del voto di preferenza, consentendo ai partiti di gestire liste e posizioni eleggibili, non solo non permette ai cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, ma elimina anche l’unico contrappeso che l’elettore ha per manifestare il proprio consenso o il proprio dissenso nei confronti dei candidati scelti nelle liste.
Tanto che un deputato/senatore eletto con tale sistema (che è una variante del precedente porcellum) anche se nel corso della legislatura non ha risposto a nessuna attesa dei cittadini o del territorio che lo ha espresso può tranquillamente essere rieletto allorchè il suo partito lo voglia.
Il deficit di rappresentatività esistente con l’attuale legge elettorale, che sacrifica la rappresentatività in favore della stabilità di governo, è stato ampiamente discusso da molti giuristi e la stessa Consulta lo ha segnalato come punto critico del nostro sistema di voto nella speranza che vi fossero presto modifiche. Nulla però è successo ed oggi vediamo che vi è una intesa pressochè bipartisan tra le forze politiche di centro destra e di centro sinistra a voler conservare a tutti i costi il loro potere e la loro totale autoreferenzialità rispetto al diritto sacrosanto e legittimo dei cittadini elettori di scegliere loro chi votare all’interno delle liste elettorali di Camera e Senato.
Un effetto risonante in senso fortemente negativo di questa volontà di accentramento delle scelte da parte dei partiti è testimoniato negli ultimi tempi dalla scarsa partecipazione al voto del corpo elettorale che, se non direttamente coinvolto, diserta le urne con percentuali che in alcuni casi superano il 50% degli aventi diritto.
Il vezzo politico, tutto italiano, dei maggiori partiti di modificare a loro vantaggio il sistema elettorale ogni volta che intravvedono difficoltà di rielezione, così da eludere il giudizio degli elettori a fine mandato, ha sin qui determinato alcuni effetti negativi di non poco conto: carenza di rappresentatività vera degli eletti e progressivo distacco dalle istanze dei territori; limitazione della espressione di piena sovranità dei cittadini non potendo essi disporre del voto di preferenza; campagne politiche fatte solo con sondaggi e marketing elettorali; niente contatto porta a porta poca responsabilità di mandato; trasformismo politico senza pudore; riduzione generale del gradiente democratico che dovrebbe connotare le democrazie liberali rispetto ai sistemi autocratici; diffusione di un generale e trasversale sentimento anti politico; trasformazione del dna dei partiti (visti ormai come centri di potere) rispetto al disegno che la Costituzione ne faceva all’art.49 come libere associazioni dotate della capacità di organizzare il consenso e concorrere democraticamente alle scelte politiche del Paese.
Riformare,quindi, il sistema elettorale a fine legislatura non significa innovare e neanche ricercare la stabilità di governo, bensì acconciare le cose in vista di scopi di parte ben definiti. Se non si cambia tendenza, gli italiani dovranno presto accontentarsi di un Parlamento che rischia in futuro di assomigliare sempre più ad una Assemblea di nominati che di veri eletti, privi di vera autonomia e poteri di rappresentanza verso i cittadini ed i territori che li hanno espressi. Se si torna, quindi, al proporzionale è bene ricordare che è una necessità democratica la reintroduzione del voto di preferenza e che sarebbe il caso di far sparire anche le liste bloccate e le candidature multiple, tutti eccessi di potere che mal si conciliano con i principi fondanti delle democrazie liberali.
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