La città non è un manifesto: il vizio della politica di piegare la realtà al racconto

Opinioni - Dalla partecipazione al Ramadan alla colpevolizzazione dei cittadini: perché le etichette di "ostilità" e "forza lavoro" nascondono un vuoto di rappresentanza reale

La città non è un manifesto: il vizio della politica di piegare la realtà al racconto
di Dario Nicosia - Pubblicato: 25-03-2026 10:40 - Tempo di lettura 3 minuti

Non riesco a comprendere fino in fondo questi articoli di rappresentanti politici locali che, partendo da un fatto, finiscono per interpretare l’intera città. La partecipazione a una celebrazione religiosa, in questo caso la conclusione del Ramadan, è un gesto che può avere un valore istituzionale. Non è questo il punto. Il problema nasce quando quel gesto smette di essere ciò che è e diventa il punto di partenza per costruire una narrazione più ampia, che riguarda la città, i suoi atteggiamenti, perfino la sua identità.

Quando si legge che “addolora la frequente ostilità”, si compie un passaggio che non è più di cronaca, ma di giudizio. Ed è qui che si apre una questione che non può essere liquidata con una formula. Su cosa si fonda questa ostilità? Dove si manifesta? In quali episodi concreti prende forma? Perché una cosa è raccontare fatti, un’altra è attribuire un carattere a una comunità senza mostrarne le ragioni. In questo modo non si descrive una realtà: la si orienta.

Ancora più delicato è il passaggio in cui si afferma che queste persone sarebbero “accettate come forza lavoro, ma non nella loro identità”. Qui non siamo più nel campo della descrizione, ma in quello dell’attribuzione di una responsabilità collettiva. Si introduce, senza dirlo esplicitamente, l’idea che la città sia incapace di riconoscere pienamente l’altro, quasi fosse strutturalmente ipocrita. È un’affermazione pesante, che richiederebbe argomentazioni solide. Così com’è, invece, produce un effetto diverso: non apre un confronto, ma lo restringe, perché chi legge è portato a collocarsi automaticamente da una parte o dall’altra, senza che vi sia uno spazio reale per discutere.

A questo si aggiunge il richiamo alla Costituzione, divenuto ormai un passaggio quasi obbligato in ogni discorso pubblico. Ma anche qui si avverte uno slittamento. La Costituzione nasce come fondamento giuridico, come equilibrio tra diritti e limiti. Sempre più spesso, invece, viene utilizzata come una leva morale: non per chiarire ciò che è garantito, ma per suggerire ciò che sarebbe giusto pensare.

Il piano del diritto si sovrappone a quello del giudizio, e il risultato è una confusione che non aiuta né il confronto né la comprensione.Il punto più delicato, tuttavia, riguarda la ridefinizione dell’identità cristiana. Si afferma che essere cristiani significhi accogliere l’altro, indipendentemente da tutto. È una frase che, nella sua apparente semplicità, rischia di ridurre una tradizione complessa a una formula immediata. E proprio per questo merita di essere presa sul serio.

Parlare di identità cristiana significa confrontarsi con una storia, con una struttura, con una profondità che non può essere semplificata. San Paolo non parla mai di accoglienza come dissoluzione dell’identità, ma come verità che si offre senza annullarsi. E San Benedetto costruisce, nella sua Regola, una convivenza fondata su un equilibrio preciso tra apertura e ordine, tra ospitalità e forma. L’ospite è accolto come Cristo, ma entra in una comunità che ha già una disciplina, una misura, un’identità.

L’accoglienza cristiana non è mai indifferenza. È responsabilità. Ed è anche per questo che, in quanto oblato benedettino, ritengo necessario precisare che l’identità cristiana non può essere ridotta a una frase di circostanza. Non perché l’accoglienza non sia un valore, ma perché non esaurisce ciò che quella identità è. Ridurla a questo significa, inevitabilmente, semplificarla fino a svuotarla.

Resta poi una contraddizione che non può passare inosservata. Nel giro di poco tempo, la stessa città viene prima descritta come “roccaforte rossa” e poi come realtà segnata da chiusura e ostilità. Sono etichette diverse, ma nascono dallo stesso approccio: quello che riduce una comunità complessa a una categoria utile al momento. Non è questo il modo di comprendere una città. E non è questo il modo di rappresentarla.

Resta infine un elemento che merita almeno di essere considerato: la coincidenza temporale. La conclusione del Ramadan cadeva alla vigilia delle elezioni. Non è necessario forzare letture, ma è legittimo porsi una domanda. Ci si trova di fronte a un gesto puramente istituzionale o anche a un segnale che si colloca in un contesto politico più ampio?

Il punto, in fondo, è semplice. Non è in discussione la partecipazione, né il riconoscimento di una comunità religiosa. Ciò che merita attenzione è il passaggio successivo: quando da quel gesto si arriva a definire la città, a descriverne i limiti, a suggerirne i difetti.

Una città non è un concetto da interpretare dall’alto. È una realtà da conoscere, da comprendere, da ascoltare.

E allora la domanda è inevitabile: una città la si rappresenta davvero, oppure la si piega, di volta in volta, al racconto che serve?





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