Opinioni - Dal divario Nord-Sud all'incremento della povertà: un'analisi critica sui fattori che minacciano la stabilità sociale, la democrazia e la crescita, e la richiesta di un'azione immediata da parte dei partiti progressisti e di Sinistra
di Ermisio Mazzocchi*
Quando parliamo di disuguaglianze non possiamo non tener conto dei vari fattori che le determinano e che queste si manifestano non solo nell’ambito economico, ma anche per quel che riguarda le diverse tipologie del lavoro, l’appartenenza a un genere, a un’etnia, l’accesso all’istruzione e alla sanità.
È ovvio che esse creano una diversa qualità della vita, limitano lo sviluppo delle capacità individuali, portano alla discriminazione, all’esclusione con gravi conseguenze per la stabilità sociale e la democrazia. In Italia i divari si stanno estendendo e stanno producendo malessere, sfiducia nei confronti delle istituzioni, un rallentamento nella crescita e tensioni sociali. È innegabile che ci sia un incremento della povertà con la conseguenza della disparità nell’accesso ai servizi fondamentali, tra i quali, prioritari, la sanità e l’istruzione.
Che l’aumento del potere in ambito economico di alcune categorie stia portando a forti divari, ad abusi e frustrazioni, alla percezione che non siano più tutti uguali nella fruizione dei beni, nei diritti e nei confronti della legge. Questo fenomeno, incontrastato, ha delle gravi conseguenze non solo sul piano economico, ma anche per quanto concerne l’ordinamento socio-culturale, poiché riduce la fiducia del cittadino in sé stesso e ne limita le possibilità e le potenzialità.
Per contrastarlo non bastano le sole promesse né tantomeno quelle che si definiscono da parte del governo riforme, che non hanno nessuna utilità sociale e non sono altro che misure finalizzate ad accrescere il proprio potere con la conseguenza di un restringimento della democrazia e dell’affermazione di privilegi. In una società diffusamente permeata di disuguaglianze, coloro che si trovano ad avere retribuzioni più basse non possono godere di una completa libertà e coloro che sono oppressi sul piano economico, politico, culturale sono impediti nei loro diritti e nell’avere una vita soddisfacente.
Si richiede, pertanto, da parte dei partiti progressisti e di sinistra un intervento immediato. Abbattere le disuguaglianze è il primo compito che essi deveno assolvere, il che comporta dei provvedimenti per la tutela e la protezione del lavoro, per favorire la crescita, garantire a tutti un reddito che permetta decorose condizioni di vita e dare dignità al lavoro eliminando qualsiasi forma di sfruttamento.
Per far questo sono necessarie delle politiche specifiche che eliminino innanzi tutto le grandi disparità che dividono il Nord dal Sud, le regioni più ricche dalle regioni più povere, disparità che potrebbero essere destinate ad acuirsi con la legge dell’autonomia differenziata, oggi bloccata dalla Corte costituzionale, ma che esprime un altro tentativo della Destra di dividere, se non, addirittura, frammentare il Paese.
Occorrono politiche che vengano messe in atto dal governo, prima che dalle regioni, ma che sono assolutamente trascurate per l’inadeguatezza e l’incapacità dell’attuale destra al potere. Non si può non tener conto del fatto che gli abitanti dei comuni del Nord, come rilevano alcuni studi, hanno redditi medi superiori a 16.000 euro (al lordo delle imposte ma al netto dei contributi sociali) e che ci sono aree in cui il redditto medio supera i 20.000 euro, soprattutto in quegli agglomerati industriali in cui le imprese offrono salari più elevati.
Mentre al Sud si hanno redditi inferiori con valori sotto i 12.000 euro nella quasi totalità dei comuni della Calabria, Sicilia e Sardegna. Le disuguaglianze, tuttavia, non sono esclusivamente determinate dalla differenza di reddito medio tra Nord e Sud perché queste sono dovute anche alle profonde disparità retributive all’interno delle stesse regioni. Vista l’incapacità e la mancanza di volontà da parte del governo nazionale ad affrontare tali drammatici problemi, non resta che auspicare che essi vengano risolti a livello regionale. Ecco perché è essenziale che si dia un segnale forte in quelle regioni che andranno prossimamente al voto.
La Calabria voterà domenica 5 ottobre, una regione tra le più povere, in cui la disoccupazione è ai massimi livelli e i redditi medi sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli nazionali. Basti pensare che nello stesso capoluogo di regione, Reggio Calabria, il reddito pro capite è di 16.694 euro. La Toscana voterà il 12 ottobre. Essa rimane una delle regioni economicamente più solide del Centro-Nord, con un reddito medio lordo pro capite (anno di imposta 2023) pari a 24.280 euro, ma la sua economia mostra segnali di rallentamento e un calo della produzione.
La Campania voterà il 23 novembre. Essa ha fatto registrare un reddito pro capite di 20.000 euro nel 2024 e si posiziona tra le più basse in Italia per reddito medio con differenze significative dovute alle disuguaglianze e alla disomogeneità tra le diverse aree della regione e tra i diversi quartieri delle città.
Un esempio è la stessa città di Napoli dove i quartieri Scampia, Secondigliano, i quartieri centrali del Mercato e San Lorenzo presentano redditi medi inferiori a 15.000 euro l’anno. La Puglia, voterà il 23 novembre. Con un reddito medio di 18.091 euro e una notevole eterogeneità al suo interno, è la penultima nella classifica delle più povere. Basti pensare che il 37% delle famiglie è in bilico verso la povertà. Questi dati confermano che in tali regioni i problemi da risolvere sono molteplici e che necessita una politica la quale dia delle concrete risposte per migliorare il reddito delle persone e delle loro famiglie.
La sfida tra le aree della Destra e quelle della Sinistra è serrata. I partiti progressisti e di sinistra dovranno continuare, con maggiore determinazione, a porre al centro della loro proposta programmatica delle politiche atte a favorire la crescita, abbattendo innanzitutto le diverse manifestazioni delle disuguaglianze. Non c’è altra via. Solo così sarà possibile offrire delle prospettive a quelle regioni che andranno al voto e assicurare all’intero Paese un futuro di giustizia sociale nello spirito della Costituzione.
*L'autore ci ha concesso il suo scritto, pubblicato sulla rivista UnoeTre.it
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