Opinioni - La lettera aperta sull’esposizione della bandiera palestinese a Palazzo Comunale invita a una riflessione più profonda: non un gesto simbolico fine a sé stesso, ma un confronto pubblico che restituisca dignità e voce al popolo palestinese, evitando di ridurre la città a uno schieramento politico e riaffermando il ruolo di Cassino come luogo di memoria, pace e dialogo
Lettera aperta
Egregio Signor Sindaco,
con sorpresa ho appreso che sulla sede comunale è stata esposta la bandiera palestinese. Un gesto che, per la sua forza simbolica, merita riflessione.
Cassino è città martire, segnata dalla distruzione e dalla memoria della guerra. Proprio per questo, più di altre città, dovrebbe custodire il valore della pace nella sua dimensione autentica, evitando di piegare i simboli a logiche che rischiano di apparire come schieramenti politici.
Il dramma del popolo palestinese non è in discussione. Non basta però indignarsi per le vittime: bisogna anche chiedersi perché questo popolo non riesce mai ad essere soggetto della sua storia. Ciò che colpisce, da decenni, è che esso venga trattato più come oggetto delle decisioni internazionali che come vero soggetto politico. Oggi si parla della Palestina in termini che la riducono all’idea di un protettorato inventato: una costruzione esterna che pretende di rappresentarla senza dare reale voce ai palestinesi stessi.
Quando parlo di popolo palestinese, è bene chiarirlo, non mi riferisco ad Hamas. Hamas è un’organizzazione terroristica che sogna un califfato e non rappresenta i palestinesi. Mi riferisco invece a quei palestinesi riconosciuti anche da Israele con gli accordi di Oslo, cioè all’Autorità Nazionale Palestinese, che almeno sul piano istituzionale era stata accettata come interlocutore politico.
Anche i palestinesi di Gaza ne fanno parte a pieno titolo, ma oggi sono privati di una rappresentanza autentica. Dopo le elezioni del 2006 e gli scontri del 2007, Hamas ha preso con la forza il controllo della Striscia, cacciando l’ANP. Da allora l’Autorità, pur riconosciuta a livello internazionale, è stata di fatto esclusa da Gaza. Hamas, classificato come organizzazione terroristica, ha trasformato quella popolazione in strumento ideologico e militare. Ne consegue che i palestinesi di Gaza, pur essendo palestinesi, restano doppiamente vittime: ostaggio di Hamas da un lato e oggetto delle decisioni internazionali dall’altro, senza poter agire come soggetto politico autonomo.
La mia riflessione non si colloca in uno schieramento “pro” o “contro”: non intende negare né giustificare, ma richiamare un principio di equilibrio. In ogni conflitto, e in particolare in questo, ciò che deve restare al centro è l’umanità delle persone e la dignità di un popolo, che non può essere ridotto a simbolo o a strumento di altri interessi.
È un paradosso geopolitico evidente: molti Paesi arabi e musulmani brandiscono la causa palestinese come bandiera, ma non restituiscono al popolo la possibilità di autodeterminarsi. Se davvero la volontà fosse stata quella di sostenerlo come soggetto politico, la prima richiesta avrebbe dovuto essere la partecipazione dell’Autorità Nazionale Palestinese — riconosciuta dagli accordi di Oslo — a qualsiasi forma di governance o protettorato internazionale.
In questo senso, anche l’uso della bandiera “sic et simpliciter”, senza entrare nel merito delle contraddizioni e senza un chiarimento politico, appare come un gesto puramente strumentale: non sostiene un popolo nella sua dignità e nella sua autodeterminazione, ma solo un vessillo. E un vessillo, da solo, non basta a fare giustizia di una causa.
Esporre quella bandiera, allora, non significa solo esprimere solidarietà. Significa, inevitabilmente, prendere parte a una narrazione che riduce i palestinesi a strumento di altri equilibri, e che rischia di rappresentare — senza chiederlo — l’intera cittadinanza di Cassino. Una città che non può essere ridotta a un cartello politico, perché è fatta di donne e uomini con sensibilità diverse, accomunati però dal rispetto reciproco e dal desiderio di pace.
Per questo Le chiedo: se tale scelta sia stata oggetto di deliberazione istituzionale o di una decisione personale dell’Amministrazione; se intenda chiarire pubblicamente il senso di questo gesto; se il Comune intenda aprire un dibattito che tenga conto della pluralità di voci dei cittadini.
Il rispetto delle differenze non si costruisce imponendo simboli, ma aprendo spazi di confronto. La pace non si riduce a un vessillo issato su un palazzo: essa nasce dal riconoscimento della dignità di ogni popolo come soggetto della propria storia.
Cassino, città che conosce il dolore della guerra e il valore della ricostruzione, può e deve dare al mondo un messaggio più alto: non schierarsi in paradossi geopolitici, ma farsi voce di un umanesimo che restituisca centralità alle persone, ai popoli e alla loro capacità di autodeterminarsi.
Siamo una città che ha conosciuto il dolore, e proprio per questo abbiamo il dovere di custodire il valore della pace vera.
Con rispetto,
Dario Nicosia
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