Opinioni - In questi giorni cade l'ottantesimo anniversario dalla distruzione delle due città giapponesi, in un momento storico in cui lo spettro del conflitto atomico aleggia sempre di più. Un segnale importante in tal senso sarebbe la sottoscrizione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, soprattutto da parte di città come Cassino che hanno ben conosciuto l'orrore della guerra
di Ermisio Mazzocchi*
Il 6 e il 9 agosto del 1945 furono sganciate dagli americani sulle città di Hiroshima e di Nagasaki due bombe nucleari, le uniche in loro possesso e gli unici a produrle. Attualmente sono molti i paesi che dispongono delle bombe atomiche, che raggiungono il numero di 13.000. Gli Stati Uniti hanno 5.550 testate nucleari e la Russia 6.257.
In Europa i paesi che posseggono testate nucleari proprie sono Francia (290) e Regno Unito (225). Chiudono il cerchio: Cina (con 350 testate), Pakistan (165), India (160), Israele (90) e Corea del Nord (45). Secondo recenti stime, 100 bombe americane B-61 sono distribuite sul suolo europeo tra alcuni paesi della NATO: Italia (35 bombe totali nelle basi di Ghedi e Aviano), Germania (15 bombe nella base di Büchel), Belgio (15 bombe nella base di Kleine Brogel), Olanda (15 bombe nella base di Volkel) e Turchia (20 bombe nella base di Incirlik).
Siamo in presenza di un incremento degli armamenti nucleari oltre che di quelli convenzionali e ci troviamo a vivere in un momento che vede una pericolosa escalation dei conflitti. Le guerre ci sono sempre state in tutta la storia dell’uomo ed esse hanno sempre utilizzato ogni mezzo di distruzione e di morte, ma, dobbiamo ammetterlo, che se si dovesse far ricorso, e il rischio c’è, alle armi nucleari, questo sarebbe la fine. Ma pare che tale pericolo non freni la corsa agli armamenti e che anzi, in un clima di forti tensioni e conflittualità, stia prevalendo la sola logica della guerra. Parlare di disarmo sembra non avere più senso.
Si ha la percezione che la parola pace abbia perso ogni valore, eclissata com’è dal silenzio e dall’assoluta indifferenza. Poche sono state le voci che si sono levate nelle città, nelle piazze, contro la guerra, quelle piazze che un tempo erano animate da grida di protesta, quando forte e unanime era il grido “vogliamo la pace: no alla morte nucleare”.
Quel fervore, quella animosità e fiducia che avevano sorretto le generazioni degli anni ҆60 – ҆80 e finito per condizionare molte scelte politiche e risvegliare le coscienze, oggi sembrano essersi completamente spenti. Già nel 1950 Calvino, Moravia, Pavese, Morante, Sciascia, Pasolini e altri avevano sottoscritto l’”Appello di Stoccolma”, lanciato da Pietro Nenni, per l’interdizione totale dell’arma atomica. Un impegno che si manifesò negli anni successivi con la mobilitazione degli intellettuali, dei giovani, di gran parte delle città, dei partiti democratici, dei sindacati, coscienti dei pericoli che sarebbero venuti dalla proliferazione delle armi nucleari.
Naturalmente il loro appello è rimasto inascoltato nè ha avuto seguito la loro protesta se oggi si continuano a produrre strumenti di morte, più distruttivi e micidiali che nel passato, dati i grandi progressi della scienza e della tecnologia. In Italia e in Europa non si è fatta sentire in questi ultimi anni una diffusa e manifesta denuncia ed è venuto a mancare quell’impegno delle espressioni del mondo della cultura letteraria e scientifica in grado di allertare in modo critico la coscienza dei cittadini.
La sinistra italiana, ma anche quella europea, divisa e intrappolata dalle sue incongruenze e contraddizioni, ha abdicato al suo ruolo di garante e di promotrice di azioni per la pace e la concordia e ha mancato di denunciare quella politica nazionalista e sovranista che crede nella proliferazione delle armi e su di essa poggia la forza di una nazione. Un vuoto, questo, politico e culturale che denuncia una estrema debolezza e che spesso porta a compromessi. Pare, tuttavia, che qualcosa si stia muovendo. Numerosi Comuni italiani, circa 90, hanno deliberato il proprio sostegno al Trattato sulla proibizione delle armi ncleari (TPNW) e chiesto alla Presidente Meloni di aderire ad esso.
Ma a tutt’oggi il governo non ha sottoscritto il Trattato, già ratificato da 73 Paesi e approvato o firmato da altri 98. In questi giorni, in cui cade la ricorrenza degli 80 anni dalla distruzione di Hiroshima e di Nagasaki, sarebbe un atto significativo e di solidarietà se i comuni della provincia di Frosinone si pronunciassero per una loro adesione al trattato e sollecitassero il governo a ratificarlo.
E tanto più questa iniziativa avrebbe valore e acquisterebbe un preciso significato in quanto molti paesi dell’area a sud della provincia, quelli che rientravano nella linea Gustav, furono bombardati e distrutti nell’ultima guerra e le loro popolazioni civili subirono le più terribili atrocità. E tra questi Cassino, città martire, rasa completamente al suolo dalle bombe sganciate dagli americani insieme all’Abbazia di Montecassino. Un alto valore simbolico assume la visita in questi giorni di Enzo Salera, sindaco di Cassino, in Giappone, alle due città distrutte totalmente dalle bombe atomiche. La sua presenza e il discorso che egli farà saranno testimonianza di una volontà di pace e una precisa dichiarazione di “non più guerre”.
Oggi più di ieri abbiamo bisogno di un movimento per la pace, di una politica di distensione, di una cultura che si faccia espressione dei più alti valori umani, tra i quali, prevalenti, siano la fratellanza, la solidarietà e la cooperazione per il progresso di tutta l’umanità.
*L'autore ci ha concesso il suo scritto, pubblicato sulla rivista UnoeTre.it
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