Il racconto di Rosato D’Alessandro "Da internati militari italiani, eravamo diventati dimenticati di Stato"

Cultura - Il 20 settembre si celebra la giornata degli Internati Militari Italiani nei lager nazisti, Istituita con legge n. 6 del 2025, un'occasione per ricordare le vite e le parole di coloro che hanno vissuto la guerra nel profondo e continuano a portarla con sé

Il racconto di Rosato D’Alessandro "Da internati militari italiani, eravamo diventati dimenticati di Stato"
di Teresa Franchini - Pubblicato: 17-09-2026 09:34 - Tempo di lettura 4 minuti

In occasione della giornata degli Internati Militari Italiani si riporta in seguito la testimonianza di uno di essi, proveniente da Cassino, raccolta nel libro di Francesco Di Giorgio “L’Odissea degli internati militari italiani della provincia di Frosinone” edito dal CDSC.

"Sono nato nel 1924, arruolato nella Brigata “Sassari” e inquadrato nella seconda compagnia, terzo battaglione, fui mandato a Trieste per un periodo di addestramento." racconta Rosato D’Alessandro.

"La data dell’8 settembre 1943 è per noi soldati l’inizio dell’inferno. Rimasti senza la guida dei superiori, in gran parte fuggiti il mattino del 9 settembre; presso la caserma “Montebello” siamo stati assaliti da un reparto di soldati tedeschi.

Disarmati e ridotti allo stato di prigionieri, siamo stati tradotti nella città di Postumia. Da qui dopo circa quattro giorni, caricati su carri bestiame, con un viaggio durato due giorni e mezzo senza cibo e senza acqua e scortati da soldati olandesi inquadrati nell’esercito germanico, siamo stati deportati presso la città di Torun in Polonia. 

Qui ho cessato di avere un nome e cognome, sono diventato un numero. Il prigioniero n. 44522, stalag XX A. Qui, insieme ad altri tremila prigionieri italiani,venivamo impiegati ad ammucchiare e caricare carbone con turni massacranti e cibo scarso a base di zuppe di carote, qualche patata, rape e barbabietole. 

Trasferito al campo n. 336, internato nello stalag XX B/Z di Danzica Oliwa sotto la sorveglianza di un reparto della Wehrmacht, fui obbligato a lavorare in una fabbrica nei pressi di Danzica. Il lavoro consisteva nella riparazione di locomotive per treni.

Anche qui il trattamento non era dissimile da quello precedente e alla fame si aggiungeva anche il freddo. Particolarmente soffocante era la sorveglianza e il continuo sospetto delle guardie che spesso si tramutava in accuse di tradimento. Nella fabbrica ebbi modo di fare qualche incontro sorprendente.

Un giorno un soldato tedesco, ma di origine polacca, appreso che venivo da Cassino, mi raccontò che lui nell’inverno ‘44 aveva combattuto sul monte Castellone e che conosceva bene Villa S. Lucia, Piedimonte e tutta la zona intorno all’Abbazia di Montecassino. Fu la triste occasione per sapere da vicino il calvario che vivevano i miei compaesani. 

Il 5 aprile del 1945, le prime avanguardie dell’Armata Rossa provvidero a liberarci mentre i tedeschi fuggivano. Dopo la liberazione per mano dei russi, fummo accompagnati alla periferia della città di Danzica. Qui abbandonati e senza meta, cominciammo a vagare in quella zona fino a quando a Koscierzyna, a sud di Danzica, riuscimmo a salire su un treno che portava i russi al fronte in direzione Berlino. 

Fraternizzammo con tre soldati, due russi e un polacco, carichi di refurtiva (posate d’argento e oggetti d’oro) probabilmente razziata durante il loro percorso. Ci consigliarono di scendere nei pressi di qualche località un poco più grande nella speranza di incontrare qualche “autorità” in grado di occuparsi di noi. Seguimmo il consiglio e, scesi dal treno, entrammo in un centro di raccolta.

Da qui trasferiti a Lublino verso i confini con l’Ucraina. Dopo due mesi trascorsi in questo luogo, fummo fatti salire su un treno merci e ci fu detto che saremmo arrivati ad Odessa sul Mar Nero per essere imbarcati su una nave in direzione dell’Italia. 

Non fu così. Il treno prese la direzione della Bielorussia e alla stazione della città di Sluk, ci fecero scendere e fummo raccolti in un campo nei pressi della città di Minsk. In questo campo, dove rimanemmo fino alla fine di settembre, fummo costretti a lavorare alle riparazioni stradali necessarie ad agevolare gli spostamenti delle truppe sovietiche. Per molti giorni vivemmo nel panico.

Correva voce, infatti, che saremmo stati nuovamente trasferiti verso Stalingrado per andare a rimuovere le rovine di quella città. Per fortuna non fu così. A gruppi di un centinaio di prigionieri per volta, fummo avviati verso il rimpatrio. 

Dopo un lungo viaggio in treno, con una inspiegabile sosta di ben sei giorni in Ungheria, dove fummo costretti a procurarci il cibo andando a razziarlo per le campagne circostanti,finalmente rientrammo in Italia e accolti nel campo profughi di Pescantina nei pressi di Verona. Munito di un lasciapassare consegnatomi dai volontari di questo centro, finalmente potei rientrare a casa con mezzi di fortuna e senza l’aiuto di nessuno. 

Era il 20 ottobre 1945. I miei familiari stentarono a riconoscermi. La fame e le angherie subite avevano fortemente provato non solo il morale ma anche il fisico. Passarono gli anni ed io, come tanti che avevano vissuto la mia stessa esperienza, avemmo l’esatta consapevolezza che nemmeno lo Stato con le suo istituzioni, ci avevano riconosciuto. Da internati militari italiani, eravamo diventati dimenticati di Stato".





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