Opinioni - I dati su occupazione e redditi non certificano un Paese senza difficoltà, ma mettono alla prova uno degli argomenti più utilizzati nel confronto politico degli ultimi mesi
Ogni volta che l'Istat pubblica un nuovo rapporto, nella mia casella di posta riaffiora un pezzo della mia vita lavorativa. È una di quelle abitudini che il tempo non cancella: aprire quei dati, leggerli senza pregiudizi e provare a capire che cosa raccontano davvero del Paese.
I dati statistici non votano. Per questo sono spesso scomodi. Non hanno preferenze politiche, non partecipano ai talk show e non rilasciano interviste. Hanno un solo difetto, almeno per chi vive di propaganda: arrivano quando arrivano e raccontano ciò che raccontano, senza chiedere il permesso a nessuno.
L'ultimo rapporto dell'Istat rompe uno schema che sembrava ormai consolidato. Pur in un contesto internazionale segnato da guerre, instabilità e incertezze economiche, restituisce l'immagine di un Paese che cresce più del previsto, crea occupazione e vede rafforzarsi il potere d'acquisto delle famiglie. Non racconta un'Italia senza problemi. Smentisce, però, la rappresentazione di un'Italia inesorabilmente avviata verso il declino.
Eppure, da mesi, il dibattito pubblico sembra raccontare un'altra storia. Ascoltando gli interventi di Elly Schlein, di Giuseppe Conte, di Maurizio Landini e di Alleanza Verdi e Sinistra, il messaggio è rimasto sostanzialmente lo stesso: un Paese impoverito, salari incapaci di reggere il costo della vita, lavoro sempre più precario, sanità pubblica in affanno, disuguaglianze crescenti. Da questa lettura discendono anche le proposte avanzate: salario minimo legale, una più marcata redistribuzione fiscale e, in alcuni casi, un maggiore prelievo sui grandi patrimoni.
Si può condividere o meno questa impostazione. È una scelta politica pienamente legittima. Ma proprio perché è stata proposta con tanta convinzione, oggi è inevitabile confrontarla con una domanda: come si concilia con i dati che l'Istat consegna al Paese?
Attenzione: i numeri non dicono che vada tutto bene. Non cancellano le difficoltà di milioni di famiglie, non eliminano il problema dei salari bassi né quello della produttività. Ma descrivono un'Italia più complessa di quella dipinta quotidianamente. E la politica, se vuole essere credibile, dovrebbe partire dalla realtà, anche quando la realtà costringe a correggere il proprio racconto.
È in questa prospettiva che assume un significato particolare l'incontro tra Elly Schlein ed Emanuele Orsini. Non perché sia sorprendente dialogare con Confindustria. Al contrario, è doveroso. Ma proprio per questo quel tavolo impone un chiarimento.
Con quale politica economica ci si presenta davanti a chi rappresenta il sistema produttivo italiano? Come si tiene insieme il salario minimo con la competitività delle imprese? Come si concilia una maggiore redistribuzione fiscale con la necessità di attrarre investimenti e creare occupazione? Qual è la strategia industriale che dovrebbe accompagnare queste proposte?
Sono domande che qualunque forza politica chiamata a governare dovrebbe affrontare. Perché una cosa è la denuncia. Un'altra è la costruzione di un progetto economico capace di tenere insieme lavoro, impresa, crescita e giustizia sociale.
I dati dell'Istat non assegnano medaglie al Governo né certificano il fallimento dell'opposizione. Fanno qualcosa di molto più semplice e molto più scomodo: ricordano che la realtà è sempre più ricca, più articolata e più testarda delle narrazioni costruite dalla politica.
Le narrazioni possono orientare il dibattito pubblico. Ma è sempre la realtà, alla fine, a scrivere la classifica.