Caso Roggero, la Lega di Cassino: "La grazia è il ponte tra giustizia formale e sostanziale"

Opinioni - Il segretario cittadino Vincenzo Marrone interviene sulla condanna del gioielliere: "La pena è corretta secondo la norma, ma la verità processuale non esaurisce il senso di giustizia. L'istituto della grazia per restituire dignità al sistema".

Caso Roggero, la Lega di Cassino: "La grazia è il ponte tra giustizia formale e sostanziale"
di Redazione - Pubblicato: 23-07-2026 08:13 - Tempo di lettura 2 minuti

"A bocce ferme e benchè si sia detto di tutto, voglio esternare qualche riflessione su un caso che, piaccia o no, ha polarizzato fortemente l’opinione pubblica divisa tra fautori della mera applicazione della norma e sostenitori della prevalenza del sentimento popolare; mi riferisco ovviamente al caso Ruggero. La vicenda, lo sappiamo - spiega il segretario della Lega Cassino, Vincenzo Marrone - ha sollevato un ampio dibattito tra chi solidarizza con Roggero, immedesimandosi nello stress, nella paura e nel trauma di chi subisce una violenta intrusione nel proprio ambito lavorativo e familiare e chi, invece, non intende avallare l’idea che rabbia e paura per la criminalità si trasformino in una giustificazione morale per l'uso della violenza". 

Sono avvocato e, come tale, ben conscio dei limiti entro i quali è legittimo commentare una sentenza. Non intendo quindi criticare una Decisione che, certamente, é frutto di una corretta applicazione della legge e se ne attiene scrupolosamente. Ciò nonostante non possiamo nemmeno negare che la vicenda Roggiero presenti, sotto il profilo sostanziale ed ermeneutico, aspetti che fanno dubitare che sia stata fatta veramente giustizia nel senso più nobile del termine. Dobbiamo, ancora una volta, fare i conti con il dilemma se una sentenza di condanna, per quanto corretta, sia veramente rispettosa dei nostri valori costituzionali. L'epilogo, tragico, della vicenda Roggiero é frutto non certo di un raptus improvviso o, al contrario, di un gesto pianificato; è la conseguenza di un mix di sentimenti che vanno dalla frustrazione nel sentirsi impotenti di fronte a comportamenti comunque criminali, alla preoccupazione per l'incolumità dei propri familiari per finire alla saturazione psicologica nel vedere vanificati i propri sacrifici. 

Di fronte a questi dilemmi il Giudice deve comunque applicare la legge, anche se questa presenta zone d'ombra che vengono fuori in questi casi ma possiamo davvero dire che la vera giustizia, quella sostanziale, quella che va oltre la norma, sia stata fatta? Davvero 14 anni di galera sono la giusta pena per un uomo che ha sbagliato ma non può certamente definirsi criminale? La vita è sacra, è fuor di dubbio, ma altrettanto indubitabile è la necessità di astrarci da una posizione colpevolista a prescindere ed ampliare il nostro orizzonte verso una visione di natura sostanziale che vada oltre il delitto per il quale Roggiero é stato giustamente condannato.

E allora dove sta il corretto confine tra il dovere di giudicare a norma di legge e quello di aspirare a che la sentenza sia giusta anche sotto il profilo sostanziale?

Eccolo il confine: una sentenza che affermi il principio di diritto e decida di conseguenza ma anche un sistema che riconosca che quel principio non sia fine a sé stesso ma abbia anche effetti sostanziali.

Far scontare a Roggiero la piena inflitta soddisfa il primo requisito ma non il secondo. Il carcere, non dimentichiamolo, deve tendere alla rieducazione del condannato. Ma se questa è già insita nella personalità della persona allora le istituzioni hanno lo strumento per correggere questa deviazione ed è la grazia. Non un colpo di spugna, non un privilegio ad libitum bensì il confine di cui s'è detto in cui la giustizia processuale incontra quella sostanziale

"La grazia a Roggiero  - conclude Marrone - non toglie nulla all'esito processuale, condannato era e tale resta, le condanne accessorie non si cancellano, ma restituisce dignità ad un sistema che dimostra di comprendere fino in fondo che, a volte, le cose non sono come sembrano e che una verità processuale può essere allo stesso tempo certa e opinabile". 





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