La palude non è l'astensione. La palude è una democrazia che ti chiede di votare senza scegliere

Opinioni - Se le segreterie dei partiti scelgono i candidati al posto dei cittadini, l'astensionismo non è disinteresse, ma l'estrema difesa della nostra sovranità

La palude non è l'astensione. La palude è una democrazia che ti chiede di votare senza scegliere
di Dario Nicosia - Pubblicato: 17-07-2026 12:25 - Tempo di lettura 2 minuti

Ho letto il post della Presidente del Consiglio nel quale definisce il Parlamento una "palude". È una parola forte, che induce a riflettere. Ma se vogliamo capire dov'è davvero la palude della nostra democrazia, forse dovremmo guardare altrove.

La palude non nasce quando un cittadino decide di non votare. Nasce quando quel cittadino smette di sentirsi rappresentato.

Nel 1991 milioni di italiani seguirono Mario Segni nel referendum sulla legge elettorale. Non votarono per eliminare la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Votarono per superare le distorsioni prodotte dalle preferenze multiple, ma lasciando intatto un principio che appariva irrinunciabile: il parlamentare doveva continuare a essere scelto dagli elettori. Oltre il 95 per cento dei votanti si espresse in quella direzione. Era un messaggio politico chiarissimo.

Oggi quel principio si è progressivamente affievolito.

Nelle elezioni politiche il cittadino, nella sostanza, non sceglie più il proprio rappresentante. Sceglie un partito. I candidati sono selezionati dalle segreterie e l'elettore può soltanto decidere quale lista sostenere. Chi entrerà in Parlamento è stato individuato prima del voto. Oh

Eppure, dopo ogni elezione, la politica si interroga sull'astensione. Si organizzano convegni, si invocano campagne per riportare i cittadini alle urne, si parla di crisi della partecipazione.

Ma come si può chiedere ai cittadini di partecipare senza interrogarsi sulla qualità della scelta che viene loro riconosciuta?

L'articolo 1 della Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Quella sovranità si esercita nelle forme previste dalla Costituzione, ma non può ridursi al semplice gesto di introdurre una scheda nell'urna. Una democrazia rappresentativa vive della fiducia tra elettore ed eletto. Se il cittadino non può incidere sulla scelta della persona che lo rappresenterà, quel rapporto inevitabilmente si indebolisce.

Questa riflessione, per me, non è astratta.

Abito nel Cassinate, un territorio che da anni non riesce più a esprimere una rappresentanza politica autorevole né in Parlamento né nel Consiglio regionale del Lazio. Lo vediamo oggi, mentre affrontiamo la crisi più difficile della storia dello stabilimento Stellantis e dell'intero indotto. Le decisioni che incidono sul nostro futuro vengono assunte altrove e noi, troppo spesso, ci limitiamo a sperare che qualcuno si ricordi di noi.

Non è una questione di appartenenza geografica. Non sostengo che un buon rappresentante debba nascere necessariamente qui. Sostengo però che un territorio ha il diritto di poter scegliere chi ritiene più autorevole per difenderne gli interessi. Oggi questa possibilità è fortemente limitata.

Per questo il partito, da solo, non mi basta più.

Le grandi culture politiche appartengono alla nostra storia e meritano rispetto. Ma il consenso non può essere una delega in bianco a favore di chiunque venga candidato. Io non voto un simbolo. Affido una parte della mia sovranità a una persona. E quella persona vorrei poterla scegliere.

Se altri continueranno a scegliere al posto mio, io non voterò.

Non sarà un gesto di protesta contro la democrazia.

Sarà la conseguenza di una convinzione maturata nel tempo: una democrazia nella quale il cittadino è chiamato soprattutto a ratificare decisioni prese da altri è una democrazia più debole.

Forse la vera palude non è l'astensione.

Forse la vera palude è aver trasformato gli elettori da protagonisti della rappresentanza a semplici spettatori della sua costruzione.





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