Cultura - A Ravensbrück, “ponte dei corvi”, un villaggio a ottanta chilometri a nord di Berlino, le SS realizzarono un luogo destinato alla “detenzione preventiva femminile”, in realtà si tratta di un campo di concentramento, l’unico nel suo genere, progettato dal Reich *per eliminare le donne “non conformi”*che avrebbero potuto contaminare la “razza ariana”, oppure semplicemente giudicate “inutili”
A Ravensbrück, “ponte dei corvi”, un villaggio a ottanta chilometri a nord di Berlino, le SS realizzarono un luogo destinato alla “detenzione preventiva femminile”, in realtà si tratta di un campo di concentramento, l’unico nel suo genere, progettato dal Reich *per eliminare le donne “non conformi”*che avrebbero potuto contaminare la “razza ariana”, oppure semplicemente giudicate “inutili”.
In un arco temporale che va dal maggio del 1939, quando arrivarono le prime prigioniere, all’ingresso dell’Armata Rossa che liberò il campo, il 30 aprile 1945, a Ravensbrück sono passate *132.000 donne* di diverse etnie, soprattutto tedesche, italiane, polacche, francesi, austriache e russe.
Erano donne con disabilità fisiche e mentali, oppositrici politiche, omosessuali, mendicanti, Rom, testimoni di Geova, prostitute, solo il 10% di origine ebraica.
Dai documenti sopravvissuti alla distruzione si evince che morirono circa 92.000, vittime di sevizie e “sperimentazioni” pseudo-scientifiche, oppure fiaccate dagli stenti, malate, uccise nelle camere a gas con lo Zyklon B, lo stesso agente tossico a base di acido cianidrico utilizzato negli altri campi di sterminio, e infine bruciate nei forni crematori.
Pur essendo un numero considerevole , le vicende accadute a Ravensbrück sono *tra quelle che ricorrono meno nel Giorno della Memoria, pochi sono a conoscenza della sua esistenza.*
Il motivo è presto svelato le sopravvissute stesse si vergognavano di raccontare, come se fosse stata colpa loro; le poche che hanno avuto l’ardire di farlo, sono state additate come “bugiarde”, o peggio “complici”, accusate di essersi concesse volontariamente al nemico per salvarsi.
Le deportate avevano un triangolo di colore diverso che le contraddicesse, per quelle politiche come Lidia Beccaria Rolfi, staffetta partigiana e *Mirella Stanzione* il triangolo era rosso. La sorte peggiore toccava alle lesbiche, loro non “meritavano” neppure il triangolo rosa riservato agli uomini omosessuali negli altri campi. Erano insignificanti in quanto donne con l’aggravante di un comportamento “deviato”, pertanto passibili di ogni brutalità.
L’obiettivo principale era *annientare la dignità e l’identità delle prigioniere*, tutto era finalizzato al raggiungere tale scopo, a partire dalla fame.
Il bisogno primario di cibo e l’istinto di sopravvivenza creavano conflitti fra le detenute. Il resto lo completavano il freddo, la sporcizia, il lavoro massacrante, le botte e le umiliazioni.
Il primo contingente femminile arrivato a Ravensbrück era costituito da 867 donne austriache e tedesche, in gran parte comuniste, socialdemocratiche, testimoni di Geova e “ariane” accusate di avere avuto rapporti con uomini di “razza” inferiore. Poco dopo vennero internate 400 donne di etnia Rom e Sinti con i loro bambini.
Molte donne subirono *sterilizzazioni forzate*, o costrette all’aborto ad alcune venne concesso di portare a termine la gravidanza, ma subirono una sorte peggiore: vedere il proprio bambino calpestato sotto i piedi delle SS.
Tra le più spietate si ricorda in particolare *Hermine Brausteiner*, una donna. Il personale di sorveglianza era formato da speciali reparti femminili, Ravensbrück, , era anche un centro di preparazione per le ausiliarie SS. Tra il 1942 e il 1945 vennero addestrate circa 3.500 guardie.
Le prigioniere confezionavano le divise della Wehrmacht, l’esercito tedesco e venivano utilizzate come cavie per “esperimenti”, soprattutto le giovani polacche appellate in maniera dispregiativa lapines (“coniglie”). Anche tra i medici impegnati in questa “attività” c’era una donna, *Herta Oberheuser*.
Altre progioniere venivano mandate come prostitute nei bordelli interni di altri campi di concentramento, alla mercé degli ufficiali e offerte come “premio” ai collaborazionisti.
Peggiori erano e sorti di donne ospitate in baracche, ribattezzate Sonderbauten (edifici speciali), dove giovanissime sotto i 25 anni, per lo più tedesche, polacche e ucraine internate come “asociali” (escluse per principio le ragazze ebree), dovevano offrire prestazioni sessuali a una particolare categoria di prigionieri, quelli più produttivi, che svolgevano compiti di sorveglianza all’interno del lager.
Con una maniacale organizzazione erano stabiliti turni, tariffe e orari; ogni rapporto veniva sorvegliato attraverso degli spioncini. Una volta annientate nel corpo e nello spirito queste donne, se ancora mostravano una barlume di vita, erano sottoposte ad esperimenti disumani.
Le italiane nei lager erano viste con sospetto dalle altre prigioniere, considerate fasciste e alleate con la Germania, senza pensare che tutte, indipendentemente dalla nazionalità, erano lì dentro per gli stessi motivi, in seguito iniziò una *solidarietà trasversale* che non badava alla provenienza, alla religione, all’ideologia politica, un movimento di resistenza per aiutare le donne più esposte. Le deportate prese di mira dalle SS potevano contare su una rete clandestina che cercava di sottrarle alla violenza e sabotava i lavori forzati. Un’ immagine emblematica è la rosa rossa sul filo spinato *il simbolo amicizia e resistenza.*
Il ritorno alla vita per tante donne non fu affatto semplice, molte italiane si scontrarono con l’insensibilità degli alleati, sospettate di aver concesso favori sessuali ai nazisti. Non venne riconosciuto loro neppure il diritto di ricevere i pacchi della Croce Rossa. Tornate in patria, sperimentarono per di più *un’accoglienza fredda e pregiudizi*.
Molte di loro hanno deciso di non raccontare quanto accaduto, perché ritenute bugiarde e addirittura folli, se non conniventi, tutto questo naturalmente era accentuato dal fatto che si trattava di *donne*.
Se Auschwitz e altri campi di sterminio sono il simbolo dei crimini contro gli ebrei, *Ravensbrück* è la “capitale” delle atrocità commesse nei confronti delle donne, che rappresentano più della metà delle vittime dell’Olocausto. Tra loro, molte erano affette da disabilità, di queste non ci sono testimonianze , talché è facile da immaginare nessuna è sopravvissuta a Ravensbrück, considerando le condizioni svantaggiate di partenza sommate a quanto vissuto.
Tuttavia “*Diverse*” per il resto dei loro giorni, sono state anche le donne che hanno avuto salva la vita, reduci con la salute in molti casi compromessa, il peso di un’esperienza terribile da sopportare e la consapevolezza di non essere capite.
*Ravensbrück* è un luogo ancora avvolto in una coltre misteriosa, fatta di silenzi di cose taciute, , ma ugualmente di grande rilevanza storica e umana.
*Per non dimenticare*, proprio adesso che le testimoni dirette sono rimaste poche, dobbiamo sentirci in dovere di raccogliere la loro eredità e *tramandarla alle generazioni future.*
*Primo Levi, amico di Lidia Beccaria Rolfi scrive: «Le deportate erano, nel migliore dei casi, estenuati animali da lavoro e, nel peggiore, effimeri “pezzi d’immondizia”.* Ce lo confermano le pochissime a cui la forza, l’intelligenza e la fortuna hanno concesso di portare testimonianza».
*6.000 furono le donne sterminate*, l’ultimo sterminio di massa del regime nazista, per lungo tempo ignorato dalla storia. *Ciò che accomuna tutte le sopravvissute è l ‘impossibilità di raccontare.*
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