Creare l’abitudine del nuovo

A ruota libera: sulla traiettoria di viaggi ed idee - Dal van alle medine, passando per il deserto e la cucina di un tajine: cronaca di un viaggio spartano in Marocco tra la fatica dei chilometri, il tè alla menta e l'incontro con una terra complessa

Creare l’abitudine del nuovo
di autore Grazia Maria Sacco - Pubblicato: 14-09-2026 12:33 - Tempo di lettura 4 minuti

Non so se sia ancora presto parlare delle prime conseguenze degli anni che ci attraversano. Le mie amiche sicuro storcerebbero il naso contrariate, siamo nell’era che ci vuole consegnati ad una gioventù immortale.

Ma quest’anno pensavo di non farcela a fare un viaggio che fosse alla maniera in cui poi l’ho fatto: selvaggio, spartano, a ritmi sostenuti, con il caldo come un gomitolo di lana indesiderato attaccato al collo e le ore di cammino tutte dentro le gambe, che stiano semisdraiate dentro al van o sparse in giro a spostare l’aria delle diverse medine. 

Mi ha consolato che non fossi l’unica percorsa da questo malinconico dubbio alla vigilia della partenza: lo avevano anche Emanuela e Gabriele, che hanno giurato, sapendo che si tradiranno già, che quello appena fatto è l’ultimo di questi viaggi cosi. 

Per nulla pretenziosi sul comfort, ma tanto protesi a vivere il luogo con intensità, al passo veloce e lungo di chi ha una curiosità insaziabile da sfamare e può concedersi soltanto la pausa di un the alla menta, che in Marocco è il segno più tangibile e ricorrente della loro ospitalità.

Il loro benvenuto ,che tu sia appena entrato in un negozio di souvenir o in una stanza di spezie e di erbe, è questa tazzina fumante di the, versato secondo un rituale che a Giada è riuscito, contrariamente a me, in un colpo solo, e che mima il carattere forte di questo popolo, temprato dalla fatica e abituato, nelle varie vicissitudini che lo hanno interessato, consistite soprattutto nelle invasioni, allo scambio continuo con gli altri popoli.

Fra tutti quello italiano, come ci dice la nostra guida Charid, è il loro preferito, perché “dai nostri connazionali che sono da voi ci arrivano sempre belle storie di accoglienza e di ospitalità”, tanto che per un attimo, a queste parole, pronunciate con tutta la sensibilità di un ragazzo che è stato amico, prima ancora che guida dell’intero viaggio, mi si gonfia il petto per l’orgoglio di essere italiana e, nel contempo, mi viene il desiderio di chiedere come arrivino qui da noi, quale storia si portino dietro, quale onda, quella sulla quale tutti noi sbattiamo di continuo senza trovare soluzione, li spinga fuori dalla loro terra.

Così fra la città rossa di Marrakesh, passando per la capitale moderna di Rabat, che guarda al futuro senza velo e senza burqa, convinta del necessario sostegno all’emancipazione delle donne; fino alle storiche concerie di Fez, passando per il sito archeologico di Volubilis, spingendosi fino alle mille bolle blu di Chefchaouen, Charid ci parla, con orgoglio, del Marocco come uno Stato-Leone, che ha rappresentato per molto tempo la Porta d’ Europa, per l’ Africa, e la Porta dell’ Africa per l’Europa, “costretto” a subire i saccheggi dei popoli francesi, inglesi e spagnoli colonizzatori e a piegarsi, oggi, (ma questo Charid lo dice fra le righe, con una ritrosia legittima),
ad un governo corrotto che del Paese poco si occupa dal punto di vista dell’evoluzione sociale.

Ma loro ti sorridono dai mercati della medina; ti vorrebbero sedurre con i loro profumi inebrianti, come quell’olio di argan che ancora ci sentiamo sulla pelle nell’hammam che abbiamo fatto; oppure quelle essenze comprate in quella bottega dove io ed Emanuela non abbiamo potuto resistere; ma neppure Giorgia all’aeroporto nel viaggio di ritorno; o con le spezie e le erbe usate anche per finalità mediche; con i piatti della nostra cooking class, dove abbiamo l’unica foto di gruppo in cui guardiamo tutti nella stessa direzione, accolti dalle donne di una cooperativa al femminile, che ci hanno iniziato alla cottura del Tajine. 

Perché a restarti dentro, dopo ogni viaggio, quando scendi dalle dune del Sahara, alla fine di una cammellata nel pieno di una tempesta di sabbia e pioggia, sono i volti.
Quelli sono il racconto più autentico, vero, e prezioso di un intero Paese. 

La faccia stanca e invecchiata di Fatima, che quella sera ha messo su le sue stoviglie migliori e ci ha cucinato una zuppa che ancora Brumotti e qualcun altro se ne ricordano effetti e sapore; lei che alla richiesta dell’età ci dice che ne ha 55 ed io resto così, con la mia espressione vaga appesa al soffitto del salotto, di quelli stile anni 80, modello sala di nonna, e per questo il ricordo del lusso migliore: dentro il suo sorriso pieno di dignità, ma sofferto dalla trascuratezza di chi non ha potuto pensare a se stessa con cura e attenzione, ci sta la fuga della gente verso Ceuta, a riprendersi un terreno che geograficamente sentono ancora loro e che pensano sia stato sottratto al Paese, insieme a tante altre risorse:

quell’andare, a piedi e per mare, è per dimostrare che il Marocco, se volesse, ancora sarebbe in grado di dare battaglia e vincere una guerra; ma forse è una motivazione messa lì per rappresentare ancora la fierezza della loro terra; magari la verità è in quella alimentata illusione di trovare braccia spalancate ad accoglierli, loro, i genitori e i loro figli, come la ragazza che ha Fatima, 28 anni ed una laurea in fisica, con il sogno di venire ad insegnare in Italia.  

Se solo li guardassimo in faccia i volti delle persone che ci passano accanto, senza più il filtro dello schermo di uno smartphone, senza più la posa di una storia instagram ( chissà se a Giada questo passaggio piacerebbe), chissà quanto di noi riconosceremmo in una vita lontana che mai avremmo pensato di intrecciare; o chissà quanto di vulnerabile e prezioso potremmo avere il privilegio di accarezzare.

Nel viaggio, durante le ore nel van, a cantare canzoni scelte a turno ( con qualcuno che puntualmente si lamentava della canzone prescelta piuttosto che della stonatura di qualche non ugola d’oro cioè la mia), piuttosto che nelle sere attorno al cibo da condividere o fra le strade sotto la calura, ci si scopre con naturalezza;

direi, quasi, con una certa resa: forse perché intimamente si sa che, a malincuore, sarà difficile rincontrarsi con facilità; forse perché in estate ci si lascia andare e ci si concede il diritto di abbandonarsi alla spontaneità; forse perché chi viaggia “spesso”, o meglio chi ama farlo, dietro non si porta nulla che li possa offuscare la vista, in primis, il giudizio di ciò che non conosce e non ha vissuto.

E ti commuove la trama dei sentimenti che ti ritrovi in valigia al ritorno: il luccichio negli occhi di Charid, che ti consegna la sua bontà rara e avvolgente, al gusto dei datteri comprati per strada quando ha capito che ti piacciono particolarmente; il rumore fragoroso della risata di Giorgia, che forse da poco ha di nuovo spalancato le finestre della sua vita;

la dolcezza di Grazia, con la quale ho scoperto che il mondo è fatto di coincidenze che aspettano di accadere; Giada ed il suo arrivare come la spuma del mare all’improvviso a bagnare una giornata ordinaria; il silenzio di Luca, che però sa osservare e che arriva a raccontarsi quando sente che può fidarsi, e te lo ritrovi in aeroporto a dirti di un lui adolescente su un treno verso una scuola lontano da dove abitava; 

lo stupore continuo e buono, bello, avvinghiato alla speranza di una bellezza perpetua, che ho visto abitare in Federica; il guardarsi anche solo per un attimo e ritrovarsi sulla stessa traiettoria di pensieri, io ed Emanuela ( cose che sanno di incontri che si consumano prima ancora di conoscersi); Gabriele e quel brivido che ci ha regalato nella traversata verso il deserto, perché in fondo la trasgressione abita in lui in modo meno sospetto di quanto ti aspetteresti;

quella smania di amare e farsi amare di Barbara, con quegli occhioni potenti sul mondo e pieni di doni da dare, per prima cosa a se stessa; la fessura stretta dello sguardo di Brumotti, che però non ha avuto bisogno di forzature alla serratura per venire giù, fra brandelli di vita attuale e reminiscenze del passato, sul solco di una strada che ha incontrato diverse curve, tutte importanti, tutte che avevano qualcosa da insegnare.

La compostezza di Andrea, che poi però diventa comicità improvvisa, perché siamo tutti multistrati che si mescolano e trovano assetti diversi a seconda di momenti e circostanze; il sarcasmo spiazzante di Rudy, che ancora forse mi sto a chiedere se quella volta faceva sul serio o no; le sigarette di Marianna, intervallate dalle sue risate o dalle sue domande o da qualche suo vivace incalzare;

la sinuosità di Annamaria che ti volti e in un attimo non sai dove sia andata, sempre vicino a qualche cosa da esplorare, perché la vita le piace di più fra le vie meno battute, mentre le fila di tutti noi sconosciuti, diventati famiglia in meno di 24 ore, ci sta l’equilibrio sornione, ma invidiabile di Mattia, che ha vacillato seriamente soltanto in un’occasione, utile a rivelarne tutta la sua umanità e a stabilire fra di noi proprio quel senso di gruppo e comunità che ci ha accompagnato fino a casa ed oltre. 

Se rifuggiamo il nuovo, rifuggiamo noi stessi: abituarsi ad andare altrove significa abituarsi a mettersi in discussione; esercitare l’elasticità, scegliere non in base alla comodità e al già visto, ma a quello che davvero fotografa chi siamo in quel preciso istante.

Abbiamo tutti paura, ma se ogni giorno ci vedessimo reciprocamente come io e miei compagni abbiamo fatto in questo viaggio, fra di noi e verso la gente del posto che abbiamo incontrato, ne avremmo di meno ed oseremo di più, perché capiremmo che a tutti la vita ha dato la stessa Odissea da vincere: fare innumerevoli tentativi, tutti quelli che servono, per essere più fedeli possibili a ciò che ci portiamo dentro, affrontando sirene e mostri, perché occorre sapere governare le tentazioni illusorie così come dominare le paure inesistenti, svelando al mondo e a noi tutta la nostra umana imperfezione.


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