A ruota libera: sulla traiettoria di viaggi ed idee - Tra tazze vuote e ricordi in disordine, la scoperta di una "Grazia" che non salva, ma ci rende finalmente umani
La domenica è così. Viene per impigrirti i pensieri e infilarteli dentro il pigiama, mentre ciondoli per casa con una tazza vuota, perché non sai che fare. O te li mette in un apparente disordine, mentre ancora borbottano sul fuoco, insieme alla moka, le parole di un film che ieri ti sei portata a dormire con te. Tanto che al risveglio corri davanti allo specchio, e non ci credi che sei tutta intera. In apparenza, almeno. Ti domandi se si veda, se anche tu porti con te le tracce di una rottura invisibile, che sta, chi lo sa, forse tra il cuore ed i polmoni, ed anche tu come Dorotea, non respiri per davvero, ma fai solo finta.
Questa vita qui, che ci consegna in apparenza i giorni per farli diventare solo nostri ( ma lo capiremo soltanto alla fine), si diverte a fornirci le domande, evitando accuratamente le risposte. Non le conosce il diritto, che vede bene solo da lontano. Non le sa la fede, che incensa e trasfigura, in un gioco di ombre e chiaro scuro che ti fa pensare che Sorrentino abbia voluto girare il film appositamente durante le giornate di meteo peggiore. E non le sa manco la scienza, malgrado analizzi, sminuzzi, si crei algoritmi ed equazioni che hanno l’ambizione di essere infallibili.
Ma sarà davvero che diamo troppa importanza alla verità? Ed in nome della stessa, di stare lì laddove non si inciampa, di rimettere subito insieme questi pezzi, gli stessi che fanno vivere l’inferno ogni giorno ad Isa, ed in apparenza anche a Cristiano, ci dimentichiamo che la “Grazia”, la via per vivere, non è sapere sempre, con incisiva esattezza quale sia la cosa giusta, ma piuttosto saper danzare nel buio.
Siamo tutti, invece, cementi armati. Lo siamo quando degli amori ne facciamo un’ossessione. Il banco di prova del nostro valore; la risposta forzata ai demoni che ci attraversano dentro. Lo siamo quando il dolore lo usiamo per trattenere. Cose, luoghi, occasioni, persone, che non riusciamo a lasciare andare. Così Mariano De Santis ripensa ad un tradimento di quarant’anni fa, nonostante la sua Aurora non ci sia più, ma neppure la condizione di vedovo lo libera dal tarlo del passato.
Il diritto, che lo ha vestito di grigio e noia tutta la vita, lo ha usato come corazza: credeva che lo potesse mettere in salvo da quella fastidiosa zavorra della sensibilità. Sentire di meno, per avere più certezze, senza sapere che forse non ce ne sono e che la vita è così bizzarra che ciò che in apparenza appare chiaro, ordinato, frutto di un racconto senza pieghe e intimamente coerente, è soltanto un prodotto contraffatto ben confezionato. Lo appura Mariana, quando firma la “Grazia” ad Isa, e la nega a Cristiano, malgrado l’opinione pubblica, così esperta a navigare in superficie, si aspetti il contrario.
Ma la vita è struggente e noi siamo un insieme di storie, sparpagliate, e selezionate a brandelli dalla memoria, che ricorda ciò che serve per consolarci o castigarci: alla fine, a vincere, a restare in piedi sul ring dell’avvicendarsi degli eventi, di storia ne resta soltanto una. È quella che più parla di noi perché più in profondità ci ha scavato. È il dolore non evitato, ma neppure trattenuto. È il tempo che non ci siamo fatti rubare dalle cose che non possiamo cambiare. Ed è la “Grazia” di sapere che amare non ci salva. Ma ci riempie di quell’imperfezione che è la sola in grado di abbattere qualsiasi cemento armato.
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