Economia - Il 19 aprile 2016 l'uscita della prima berlina segnava l'inizio di una nuova era; oggi, con una produzione crollata da 135 mila a 19 mila vetture, il territorio si aggrappa all'ultima speranza per evitare il deserto industriale. La Fiom-Cgil: "Siamo nel mezzo della più grave crisi degli ultimi anni per lo stabilimento, non possiamo accettare un piano che riproponga modelli già annunciati o produzioni a basso volume"
"Brava Giulia, prenditi tutto quello che vuoi" canterebbe Vasco Rossi. Il calendario segna aprile 2026 e a Piedimonte San Germano l'aria è densa di una malinconia che sa di promesse tradite. Sembra passato un secolo, eppure sono trascorsi esattamente dieci anni da quel 19 aprile 2016, quando i cancelli dello stabilimento allora targato FCA (VEDI FOTO IN COPERTINA) si aprivano per mostrare al mondo la prima Alfa Romeo Giulia destinata al mercato.
Era un gioiello grigio Stromboli, circondato dall'orgoglio e dai sorrisi di migliaia di tute blu che sotto uno striscione celebrativo vedevano finalmente la luce dopo anni di incertezza. In quel momento, Cassino Plant non era solo una fabbrica, ma il simbolo di una "nuova primavera" dell'auto italiana, il fulcro di un rilancio che avrebbe dovuto portare il marchio del Biscione a sfidare i giganti tedeschi.
Quell’entusiasmo era alimentato da numeri che oggi appaiono come reliquie di un'epoca d'oro ormai svanita. Basta guardare i registri della produzione per misurare l'abisso: il 2017, l'anno in cui Giulia e Stelvio viaggiavano a pieno regime sulle linee, si era chiuso con oltre 135.000 vetture prodotte, segnando il picco massimo di un sogno che sembrava inarrestabile. Ma quel sogno è durato poco. Il 2025 si è infatti concluso con un dato drammatico che non arriva nemmeno a 20.000 unità, fermandosi a poco più di 19.000 vetture, un crollo verticale che ha svuotato i capannoni e le speranze dei lavoratori.
Oggi, dieci anni dopo la nascita della Giulia, la realtà è speculare e opposta. Lo stabilimento che potrebbe produrre 300 mila vetture l’anno si ritrova quasi immobile, con una produzione che nel primo trimestre del 2026 ha sfiorato appena le 3 mila unità. I dati sindacali parlano chiaro: Cassino è oggi il sito più in difficoltà dell'intero universo Stellantis. La fabbrica di viale Umberto Agnelli vive la sua crisi più tremenda, definita dalla Fiom e dalla Cgil come una prospettiva di lenta consunzione che va fermata immediatamente.
La tensione è altissima e si sposta ora nei palazzi della politica. Al termine dell'ultimo tavolo in Regione Lazio di ieri, la Fiom è stata categorica nelle sue dichiarazioni: "Uno stabilimento che in quattro mesi produce appena 3 mila auto è, di fatto, uno stabilimento quasi fermo - sottolinea il sindacato -. Eppure parliamo di un sito che potrebbe dare lavoro a decine di migliaia di persone e arrivare a produrre fino a 300 mila vetture. Per questo chiediamo che la Regione Lazio, insieme alle istituzioni, alle forze sociali e alla politica, si assuma fino in fondo la responsabilità di costruire un piano industriale e di sviluppo per invertire la tendenza".
Spiega ancora il sindacato: "Siamo convinti che la Regione Lazio debba far sentire la propria voce e usare tutto il proprio peso istituzionale nei confronti di Stellantis e del Governo. Non possiamo accettare un piano che riproponga modelli già annunciati, produzioni a basso volume e una prospettiva di lenta consunzione dello stabilimento".
Per la Cgil "serve invece un vero rilancio, fondato su scelte industriali lungimiranti, sul coinvolgimento del Governo e sulle opportunità che possono arrivare anche dalle politiche europee. Cassino non può restare ostaggio dell'assenza di investimenti della multinazionale, perché da quel sito dipende una parte cruciale delle prospettive di sviluppo industriale dell'intera regione".
Dieci anni fa si brindava alla prima Giulia come all'inizio di un'era di gloria. Oggi, quella stessa ricorrenza viene vissuta con il fiato sospeso, tra i licenziamenti che colpiscono duramente l'indotto e la paura che quel polo d'eccellenza possa trasformarsi in un deserto industriale. La sfida per il 2026 non è più quella di conquistare i mercati mondiali con il design italiano, ma quella, molto più drammatica, di salvare l'identità lavorativa di un intero Cassinate che non può rassegnarsi a veder morire il suo cuore pulsante.
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