TERRITORIO - L'8 ottobre, in piazza Esquilino a Roma, la resistenza iraniana ha manifestato contro i crimini commessi in Iran dal regime teocratico

di Giulia Zaccardelli
Il 10 ottobre si celebra la giornata mondiale contro la pena di morte, quest'anno dedicata alle donne. Una manifestazione che ha l'obiettivo di sensibilizzare sull'atrocità di questa pratica, purtroppo ancora in uso in alcuni paesi.
Ad alzare la voce, quest'anno, è la Resistenza Iraniana, che nei giorni precedenti al 10 ottobre ha organizzato eventi nelle capitali italiane per ribadire il proprio no alla pena di morte. A Roma si è svolta l'8 ottobre in piazza dell'Esquilino, ed è intervenuto, tra gli altri, l'ex sindaco di Coreno Ausonio, Domenico Corte, oggi consigliere comunale di opposizione. Interessato personalmente alla difesa dei diritti umani in Iran, partecipa attivamente alle manifestazioni che si svolgono sul tema, in particolare a quella di Parigi: nella capitale francese ogni anno rappresentanti di vari stati e le Nazioni Unite si radunano insieme agli iraniani per chiedere giustizia per i propri fratelli in patria, costretti a subire le crudeltà della dittatura religiosa.

Alla manifestazione dell'8 ottobre, tra l'obelisco e via Cavour, oltre all'ex sindaco di Coreno, erano presenti i sostenitori della resistenza iraniana e dei Mojahedin del popolo - oppositori del regime teocratico attualmente vigente in Iran - che hanno denunciato i crimini che rendono il capi Khamenei e il presidente Raisi responsabili di fronte alla giustizia.
Presente anche l'associazione Nessuno tocchi Caino, con il segretario Sergio D'Elia che ha sottolineato la brutalità con cui l'Iran impiega la pena di morte come strumento intimidatorio, conseguendo il primato mondiale per le esecuzioni capitali, insieme alla Cina.
Tra le voci autorevoli che hanno denunciato i crimini iraniani c'è anche l'Unione delle Associazioni iraniane residenti in Italia, che sostengono la resistenza iraniana: 30000 mila i prigionieri politici uccisi dal regime teocratico nell'estate 1988, il cui eccidio è stato rivendicato l'8 ottobre.

Manifestazioni e denunce in pubblica piazza non sono gli unici strumenti con cui questi crimini vengono combattuti: petizioni, lettere, conferenze e convegni di ogni tipo , portati all'attenzione della comunità europea ed internazionale, che sembra essere indifferente a tanta ingiustizia.
Domenico Corte prende una posizione netta sull'argomento: "Sono tutti sordi e ciechi nonostante le tante situazioni drammatiche che sono costrette a vivere in Iran tanti cittadini perseguitati dal regime. Occorre intervenire con forza e determinazione per porre fine a questi massacri di cui purtroppo i media continuano a non parlarne."

Per avere un'idea più compiuta di come si ottenga la pena di morte in Iran, l'Iran Human Right, un'organizzazione no profit attiva sul tema, ha raccontato l'esecuzione di Mashallah Sabzi, quarantottenne ucciso il 30 settembre nella prigione centrale di Kermanshah. L'uomo, accusato di omicidio nel 2010, che si è dichiarato innocente fino all'ultimo, è stato condannato a morte dopo la cerimonia di Qassameh, cioè di ricostruzione della scena del crimine. Secondo la legge iraniana, in caso di omicidio o lesioni senza prove sufficienti per la condanna, la vittima o i suoi parenti più stretti possono giurare sul Corano di essere certi che l'imputato sia colpevole. Il giuramento deve essere fatto da 50 uomini della famiglia della vittima, anche se non hanno assistito al presunto reato.
Dopo undici anni dalla sentenza "per giuramento", il condannato Sabzi è stato giustiziato senza aver avuto la possibilità di salutare i suoi familiari.

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