Opinioni - Tra legittimazione, cronaca e richiesta di visione: la rassegna delle testate nazionali rivela lo scollamento tra la lettura dei media e il linguaggio emotivo delle opposizioni: ecco come la ricerca del consenso immediato sta trasformando il dibattito istituzionale in una "corrida" di slogan
Negli ultimi due giorni il dibattito politico si è mosso secondo una scansione semplice solo in apparenza. Ieri le dichiarazioni della presidente del Consiglio. Oggi la loro ricezione: prima nei giornali, poi nelle repliche dei principali leader dell’opposizione. Se ci si ferma alla superficie, sembra il normale alternarsi di parola e controparole. Ma, guardando meglio, affiora qualcosa di più interessante: non una differenza di contenuti soltanto, ma una differenza di metodo, di costruzione del discorso, di rapporto con il consenso.
Ho ascoltato le repliche dell’opposizione. Poi ho fatto un giro sulle prime pagine. Non ho cercato testate che confermassero il mio punto di vista. E, allo stesso modo, non ho sentito il bisogno di leggere quotidiani apertamente filogovernativi. Non per pregiudizio, ma per una ragione semplice: guardare la realtà dallo stesso punto di vista non aggiunge comprensione.
Mi interessava capire come venisse letta da prospettive diverse, anche lontane tra loro. Perché è lì, nel confronto tra registri differenti, che il linguaggio politico mostra davvero la sua natura. Le parole di Giorgia Meloni si collocano dentro un passaggio politico delicato. Dopo la sconfitta referendaria, la premier ha escluso dimissioni, rimpasti e scorciatoie elettorali, ha rivendicato la continuità dell’azione di governo e ha chiesto alle opposizioni di misurarsi “nel merito” delle questioni aperte.
Nella lettura che ne dà il Messaggero, quel discorso viene incorniciato come assunzione di responsabilità e come prosecuzione, non come ripartenza: “non scappo, avanti fino alla fine”, “ora responsabilità”, “la stabilità riformatrice e l’interesse del Paese”. L’editoriale di Roberto Napoletano arriva a dire che Meloni “non ha bisogno di ripartire ma di continuare a lavorare sodo” e che, “al netto della retorica dominante”, l’Italia avrebbe oggi “fondamentali dell’economia migliori”.
È un impianto che non si limita a raccontare: legittima. Il Corriere della Sera, invece, oggi mi sembra si collochi su un registro diverso. L’apertura viene riassunta come “Meloni, sfida con le opposizioni”, quindi non come celebrazione ma come collocazione del fatto dentro una dinamica politica. E nell’analisi pubblicata in giornata il punto non è un’adesione alla premier, bensì la ricostruzione dei nodi che le restano davanti: il referendum perso, la scelta di non anticipare il voto, il rapporto con Trump, il tema della tenuta dell’Occidente. Perfino quando richiama il giudizio di Massimo Franco sull’unità evocata da Meloni, il Corriere non spinge il lettore verso una conclusione obbligata: espone il quadro, e lo fa in modo da lasciare aperto il giudizio.
Il Foglio si muove ancora su un’altra linea. Non è un foglio che oggi si abbandona a un’opposizione riflessa, ma neppure a una benedizione automatica. La formula che meglio ne riassume il tono è quella che si legge nella pagina dedicata a Meloni: “La prudenza c’è, la visione meno”. In altre parole: riconoscimento della tenuta, ma richiesta di direzione; comprensione della tattica, ma giudizio esigente sulla strategia. Anche qui, dunque, non c’è il meccanismo della reazione istantanea. C’è un tentativo di lettura.
Ed è a questo punto che il terzo pilastro del ragionamento diventa decisivo. Perché, messa accanto a queste tre diverse risposte dei media, la replica dei maggiori leader dell’opposizione appare segnata da un altro codice. Non mi interessa qui discutere se abbiano ragione o torto nelle loro posizioni. Mi interessa il metodo. Fatta eccezione per una voce isolata, quella di Carlo Calenda, che ha provato a spostare il confronto su un piano diverso, il registro prevalente appare un altro.
Elly Schlein ha risposto a Meloni dicendo che quella sfida era già stata persa, perché il governo avrebbe “sfidato la Costituzione” e il “popolo sovrano” lo avrebbe “battuto nelle urne”; ha parlato di “cartolina dal Paese reale” e di quattro anni buttati.
Giuseppe Conte, dal canto suo, ha insistito sulla “realtà mitologica” raccontata dalla premier, sui “quattro anni, zero riforme”, fino a scivolare anche su riferimenti personali e laterali, come l’“amichetto di famiglia”, che non aggiungono nulla al merito delle dichiarazioni di Meloni ma funzionano benissimo nel circuito della ripresa polemica.
È qui che, secondo me, si vede la vera lezione assorbita dal referendum. Non la lezione del merito, ma quella del consenso. Quel referendum non è stato vinto soprattutto sul terreno tecnico di una riforma della giustizia che, per decenni, aveva trovato aperture anche in settori della sinistra. È stato vinto su un altro terreno: quello dell’empatia politica, dell’identificazione immediata, dell’uso di parole-feticcio e di valori difficilmente contestabili — Costituzione, diritti, popolo, libertà — capaci di spostare il fuoco dal contenuto alla percezione. Le repliche di oggi mostrano che una parte dell’opposizione ha interiorizzato quel metodo e lo sta riproponendo anche dagli scranni parlamentari.
Non perché manchino contenuti. Ma perché il contenuto, per produrre consenso largo, deve essere tradotto in un linguaggio più immediato, più popolare, più basso di profilo, più vicino al ritmo dei social che a quello dell’argomentazione politica classica. E lì conta meno la coerenza interna del discorso e di più la sua capacità di circolare: ciò che può essere estratto, condiviso, rilanciato, commentato. Il pettegolezzo, l’allusione, il colpo personale, in questa logica, non sono incidenti. Sono strumenti. Perché ampliano il pubblico, abbassano la soglia d’ingresso e trasformano un passaggio parlamentare in materiale da consenso. Sul funzionamento dei social, del resto, anche il Corriere oggi osserva che il sistema premia contenuti “emotivi e conflittuali” e rafforza le camere dell’eco.
Per questo il riferimento a Carlo Calenda non è marginale. Non tanto perché abbia una posizione più giusta delle altre in assoluto, ma perché è stato quasi l’unico a denunciare la natura del dibattito, definendolo “indegno”, una “corrida insopportabile”, e chiedendo proposte concrete invece di slogan. In un contesto dominato dall’immediatezza, il ragionamento endogeno, il pensiero che si sviluppa da sé e non per riflesso polemico, produce molto meno consenso del pettegolezzo gridato. E dunque pesa meno nel mercato della visibilità politica
E allora la domanda è questa: se il consenso si costruisce sempre di più su un linguaggio che semplifica, che accorcia, che talvolta scivola nel pettegolezzo per essere riconoscibile e condivisibile, siamo ancora davanti a una politica che prova a interpretare la realtà,
o a una politica che, inseguendo il consenso immediato, finisce per ripiegarsi su ciò che Francesco Guicciardini chiamava il particulare, a discapito della sua funzione pubblica, che è — o dovrebbe essere — la ricerca dell’interesse collettivo? … Io una risposta me la sono data.
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