La scuola tra pensiero critico e militanza: delegittimarla per colpire l’avversario è un boomerang

Opinioni - Il caso del questionario di Azione Studentesca riaccende lo scontro sull'indottrinamento. Un docente non è solo un trasmettitore di contenuti. È un riferimento culturale, proprio per questo deve vigilare su sé stesso prima ancora che sugli altri. Una scuola democratica non ha bisogno di sentinelle ideologiche, né di destra né di sinistra. Ha bisogno di fiducia, competenza e rispetto reciproco

La scuola tra pensiero critico e militanza:  delegittimarla per colpire l’avversario è un boomerang
di Dario Nicosia - Pubblicato: 31-01-2026 13:13 - Tempo di lettura 3 minuti

Il problema non è se esiste l’indottrinamento. Il problema è chi decide cos’è indottrinamento e cosa no. Perché oggi, stranamente, lo decide sempre la stessa parte. Negli ultimi giorni il dibattito sulla scuola si è riacceso attorno a un questionario promosso da Azione Studentesca, che chiedeva agli studenti se avessero mai percepito forme di propaganda politica durante le lezioni. Un’iniziativa che ha scatenato reazioni durissime: accuse di “schedatura”, richiami ai regimi autoritari, appelli al ritiro immediato.

Colpisce che molte delle critiche più severe arrivino da docenti e opinionisti che rivendicano apertamente la propria appartenenza politica e sindacale. Tutto legittimo. Ma proprio per questo occorrerebbe maggiore prudenza. Perché chi parla da una posizione di militanza non può presentarsi, nello stesso tempo, come giudice imparziale del sistema.Il rischio è evidente: trasformare una questione educativa in una battaglia identitaria.

In questo schema, la propria visione diventa automaticamente “pensiero critico”, quella altrui “indottrinamento”. La propria interpretazione è metodo, quella degli altri ideologia. Così il confronto si spegne prima ancora di cominciare. Eppure il questionario, al netto delle valutazioni politiche, non produceva sentenze. Raccoglieva percezioni. Chiedeva come gli studenti vivono la scuola. In una società democratica, ascoltare le percezioni non è una minaccia. È un dovere.

Naturalmente, una percezione non è una prova. Non basta a condannare nessuno. Ma ignorarla o deriderla è un errore altrettanto grave. Perché dietro ogni percezione c’è un’esperienza vissuta, che merita almeno attenzione. Le testimonianze emerse, vere o da verificare, parlano di voti percepiti come punitivi, di giudizi legati alle opinioni, di programmi trattati in modo selettivo. Anche se fossero solo in parte fondate, basterebbero a imporre una riflessione seria. Non una crociata.

La scuola non è mai stata un luogo neutrale in senso assoluto. Ogni insegnamento trasmette valori, priorità, visioni del mondo. La differenza sta nel modo in cui lo si fa: con apertura oppure con chiusura, con dialogo oppure con imposizione. Qui entra in gioco la responsabilità adulta.

Un docente non è solo un trasmettitore di contenuti. È un riferimento culturale. Un modello. Proprio per questo deve vigilare su sé stesso prima ancora che sugli altri. La libertà di insegnamento non è libertà di militanza. Allo stesso tempo, anche la politica dovrebbe evitare di usare la scuola come terreno di scontro permanente. Delegittimare l’istituzione scolastica per colpire l’avversario è un boomerang che prima o poi colpisce tutti.

Il paradosso attuale è evidente: chi esercita da anni una forte influenza culturale viene considerato automaticamente garante della libertà, mentre chi pone domande viene accusato di autoritarismo. È un automatismo pericoloso, che impoverisce il dibattito. Il vero rischio per la scuola pubblica non è il confronto. È l’uniformità. Non è la critica. È il conformismo. Non è la pluralità. È il pensiero unico travestito da apertura.

Una scuola democratica non ha bisogno di sentinelle ideologiche, né di destra né di sinistra. Ha bisogno di fiducia, competenza, rispetto reciproco. Ha bisogno di adulti capaci di educare senza usare la cattedra come una tribuna. E il pluralismo reale comincia da una verità semplice: chi appartiene a una parte non può pretendere di parlare come se fosse il tutto.





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