REmigrazione: una parola che non risolve nulla. La generalizzazione è ingiusta e inutile

Opinioni - Una città adulta non risponde con un cartello. Risponde con controlli regolari e puntuali sulle zone critiche, misure di prevenzione reale, responsabilità personale di chi delinque, indipendentemente dalla nazionalità. La sicurezza non è né di destra né di sinistra. È buon senso. E il buon senso non urla. Fa.

REmigrazione: una parola che non risolve nulla. La generalizzazione è ingiusta e inutile
di Dario Nicosia - Pubblicato: 18-11-2025 15:52 - Tempo di lettura 2 minuti

A pochi giorni dai fatti di Viale Dante — due giovani nordafricani che entrano in un locale, aggrediscono il barman e la titolare, gettano nel panico un intero quartiere — è comparso in piazza Labriola uno striscione con una sola parola: REmigrazione. Una parola che non spiega nulla, non risolve nulla, ma dice una cosa molto chiara: abbiamo smesso di ragionare.

Lo avevo scritto anche in una lettera aperta al Sindaco: gli errori più evidenti non nascono quasi mai dalla cattiva fede, ma dalla fretta e dalla leggerezza. È vero sempre. È vero nella politica. È vero nella gestione amministrativa. Ed è vero anche nelle reazioni della gente.

Perché quando un fatto di cronaca, grave e reale, diventa il detonatore di frustrazioni più grandi, allora il rischio è che si smetta di guardare i problemi e si cominci a guardare solo i bersagli. E così una città che dovrebbe interrogarsi su sicurezza, prevenzione, spazi urbani, controllo del territorio, integrazione reale e non retorica, si ritrova a discutere di uno slogan.

È una parola che negli ultimi mesi sta circolando ovunque. Ognuno la interpreta come vuole. È un contenitore vuoto che ognuno riempie con la propria paura, la propria rabbia, la propria idea di “nemico”. Il punto non è chi la usa. Il punto è perché quella parola ha presa.

L’ho detto parlando del popolo palestinese: quando un popolo smette di essere soggetto della propria storia e diventa oggetto, allora tutto diventa possibile. Vale anche per noi. Quando una comunità non decide più su se stessa, non interpreta più i fatti, non costruisce più le risposte, accade qualcosa di pericoloso: arrivano gli slogan a decidere al posto nostro. “REmigrazione” è una scorciatoia del pensiero. È il sintomo più che il problema.

E c’è un altro punto che non possiamo ignorare. Perché è vero: chi delinque va fermato, senza esitazioni e senza giustificazioni. Ma è altrettanto vero — ed è un dato di realtà, non una posizione ideologica — che per ogni delinquente ci sono migliaia di immigrati che lavorano, vivono, si integrano, pagano le tasse, rispettano le regole. E ci sono centinaia di badanti, spesso invisibili, che tengono in piedi le nostre famiglie e permettono a figli e nipoti di lavorare. Ci sono muratori, operai, camerieri, addetti alle pulizie, autisti, agricoltori. Gente che fa quello che molti italiani non vogliono più fare. E lo fa con dignità. Non si può trattare tutto questo come un rumore di fondo, mentre un episodio grave viene trasformato nella lente con cui giudicare un intero mondo. La sicurezza si garantisce col rigore, non con la generalizzazione. La generalizzazione è ingiusta, e soprattutto è inutile.

Una città adulta non risponde con un cartello. Risponde con controlli regolari e puntuali sulle zone critiche; misure di prevenzione reale, non annunciate; responsabilità personale di chi delinque, indipendentemente dalla nazionalità; strumenti di integrazione che funzionano — e se non funzionano, si cambiano; applicazione delle leggi senza timori e senza teatri. La sicurezza non è né di destra né di sinistra. È buon senso. E il buon senso non urla. Fa.

Perché una comunità cresce quando ha il coraggio di guardare i problemi senza trasformarli in bandiere. La nostra città non è mai stata un luogo che si lascia guidare dall’urlo: è una città che ha conosciuto la guerra, la distruzione, la ricostruzione. E da quella storia ha imparato che la misura non è debolezza, ma dignità. La sfida, oggi, è tornare lì: non cedere agli slogan, ma tornare a capire. Solo così Cassino resta padrona della propria storia — e non diventa oggetto nelle mani di chi grida più forte.

 





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