L'urlo del silenzio: perché la metà degli italiani sceglie di non andare a votare

Opinioni - Una volta i privilegi della politica venivano quasi tollerati perché la politica veniva percepita come un’arte nobile, una forma di rispetto reverenziale. Oggi gli stessi privilegi non sono più tollerati perché è la politica che si è auto delegittimata. A tutto ciò si aggiunge un sistema elettorale che non premia la partecipazione ed i territori. La scelta demenziale del M5S, sostenuta anche dal PD, di ridurre il numero dei parlamentari è andata tutta a discapito dei territori

L'urlo del silenzio: perché la metà degli italiani sceglie di non andare a votare
di autore Lello Valente - Pubblicato: 10-11-2025 19:14 - Tempo di lettura 4 minuti

Un quotidiano nazionale ha pubblicato la scorsa settimana un interessante sondaggio sulle intenzioni di voto nelle tre Regioni che si apprestano a votare. Il sondaggio non era specifico su chi gli elettori intendessero votare, ma sulla loro partecipazione al voto. Il risultato, come ovvio, conferma l'andamento che vede gli elettori recarsi sempre meno alle urne. La politica si allarma, si straccia le vesti e strilla, ma alla fine non fa nulla. Sono certo che quanto scriverò susciterà delle obiezioni, ma è l'assoluta verità: la politica non dà più risposte, né sui grandi temi né sulla vita quotidiana.

Dalla Prima alla Seconda Repubblica: la paura di aiutare

Nella Prima Repubblica, i cittadini riponevano speranza nella politica per le loro necessità quotidiane: un trasferimento, un posto di lavoro, un favore in una Pubblica Amministrazione che non funzionava a dovere. Io stesso ho aiutato una moltitudine di persone. Con la Seconda Repubblica, un aiuto diventa clientela, diventa "peccato", diventa reato. E così la politica non serve più, ha paura di aiutare chi ha bisogno.

Poi succede che un familiare di un parlamentare diventa parlamentare, che il figlio di un noto politico diventa presidente di un grande Ente nazionale, che il figlio di un sindaco trova subito lavoro. E così cresce l’indignazione di quelle famiglie che hanno giovani senza lavoro in casa. Un'indignazione che non può essere espressa votando per l’alternativa, perché sono tutti sulla stessa barca. L’unica soluzione per mostrare l’indignazione e l’inutilità di una politica lontana dai bisogni dei cittadini è l’astensionismo.

Sanità: l'inefficienza e il paradosso pubblico-privato

Sui grandi problemi che interessano i cittadini, la politica risponde sempre nello stesso modo: aumenteremo le risorse, per poi continuare solo in uno sperpero di denaro. Prendiamo la sanità: né la destra né la sinistra hanno mai risolto definitivamente il problema dell’inefficienza del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). In Sardegna, è notizia di oggi, un'anziana di 82 anni ricoverata per la lesione del femore è deceduta nel Pronto Soccorso dopo ben tredici giorni di mancato ricovero.

In una situazione così degradata e in preda al caos organizzativo più totale, aumentare le risorse umane ed economiche non fa altro che aumentare la confusione. La sanità pubblica è come la RAI: incassa dal canone e dalla pubblicità, e a fine anno lo Stato deve sempre ripianare i debiti. La privata Mediaset non prende il canone, incassa dalla sola pubblicità, spesso il prodotto è migliore di quello offerto dalla RAI e realizza grandi utili. Come mai?

Per la sanità vale la medesima considerazione: perché la sanità privata convenzionata, pagata dal SSN, funziona e fa grandi utili, mentre quella pubblica non solo non funziona ma genera perdite? Dov’è la politica sulla sanità? Forse andrebbe rivista interamente la Pubblica Amministrazione, fissando obiettivi e risultati, e chi non li raggiunge va a casa, come nel privato! Se in Sardegna venissero licenziati su due piedi, senza se e senza ma, i colpevoli di questo decesso, forse si inizierebbe ad avere una sanità diversa. Invece intervengono i sindacati, i giudici del lavoro e tutta quella burocrazia che viene invocata a tutela della democrazia e del diritto, ma non del diritto alla salute. Andrebbe fissato un principio basilare: chi sbaglia viene licenziato.

I privilegi, il populismo e la delega

Una volta i privilegi della politica venivano quasi tollerati perché la politica era percepita come un’arte nobile, una forma di rispetto reverenziale. Oggi gli stessi privilegi non sono più tollerati perché è la politica stessa che si è autodelegittimata.

Se una giovane coppia non trova casa e un politico vive in un appartamento nel centro di Roma a un canone ridicolo, questo suscita indignazione. Se un sindaco riesce ad acquistare appartamenti dal demanio a prezzi calmierati e una giovane coppia non ce la fa, suscita indignazione.

A tutto ciò si aggiunge un sistema elettorale che non premia la partecipazione e i territori. La scelta demenziale del M5S, sostenuta anche dal PD, di ridurre il numero dei parlamentari è andata tutta a discapito dei territori. Se dovessimo chiedere ai cittadini di Cassino chi è il nostro Senatore o Deputato eletto, la stragrande maggioranza non saprebbe rispondere.

E così la politica, che non sa fornire indicazioni e non sa assumere decisioni forti, si rifugia nel populismo, che ha fatto più danni della Seconda Guerra Mondiale, più danni del fascismo e del comunismo. Dal 1994, le elezioni si sono basate sull’effetto scenico accompagnato dal populismo, che ha trovato l’apice del suo successo nei Vaffa Day di Grillo, proseguito da quel M5S nato per "aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno", ma i cui membri sono invece diventati tutti dei tonnetti da scatolare.

Meno della metà degli elettori non va più a votare. Chi viene eletto rappresenta spesso la maggioranza di una minoranza, ma nessuno ha la volontà di tornare indietro e di restituire alla politica la supremazia delle scelte, di una politica fatta sui territori e vicina alle persone, siano esse di destra o di sinistra, due scatole vuote riempite essenzialmente dalla vacuità di una sinistra che non riesce a uscire fuori da un nullismo di idee imbarazzante e dannoso per sé e per il Paese.

La Magistratura e il voto online

Giusto e sacrosanto il referendum sulla giustizia, ma questa giustizia dirompente e invadente da chi è stata aiutata se non dal nullismo di una classe politica che a giorni alterni ha pensato di utilizzare la magistratura per abbattere l'avversario? Vogliamo ricordarci di chi oggi sbraita contro la Magistratura, ma negli anni della nefasta stagione di Mani Pulite inneggiava alla Magistratura sperando di poterne trarre beneficio da quelle inconcludenti inchieste?

I cittadini non hanno più l’anello al naso, l’istruzione è sempre più diffusa. Gli elettori sono spesso più avanti della stessa classe politica, sono esseri pensanti e fanno queste riflessioni a ogni competizione elettorale. L’unico modo per mostrare la loro indignazione è solo quello di non andare a votare. Lo stesso quotidiano di chiara tendenza di sinistra, nell’ottica di un sempre più sfrenato populismo, ha proposto il voto online.

Non è lo scomodarsi di andare al seggio che causa l’astensionismo, sono i contenuti. Il voto online svilisce la solennità di un rito che è il voto. Una soluzione, ancora una volta, all’insegna del populismo.





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