Politica - Ci sono sconfitte che non arrivano per caso, ma per colpa. La mancata inclusione delle province di Frosinone e Latina nella Zes è una di quelle. Non è stata Bruxelles a escluderci. Non è stato il Governo. È stata la nostra Regione, che non ha saputo né preparare né sostenere la propria richiesta
Ci sono sconfitte che non arrivano per caso, ma per colpa. La mancata inclusione delle province di Frosinone e Latina nella Zona Economica Speciale Unica (ZES) è una di quelle. Una sconfitta che porta un nome preciso: la classe politica oggi al governo della Regione Lazio.
Nel 2023, quando le Marche e l’Umbria hanno cominciato a lavorare — in silenzio, con metodo e competenza — per ottenere la deroga europea che le avrebbe poi ammesse nella ZES, anche il Lazio aveva la sua occasione. Il presidente Francesco Rocca scriveva, nella primavera del 2023, al ministro Raffaele Fitto per chiedere l’inserimento di Frosinone e Latina. Un atto politico legittimo, ma privo di seguito. Da quella lettera, il nulla: nessuna delibera di Giunta, nessuno studio economico, nessuna istruttoria tecnica, nessuna notifica.
Le Marche, invece, hanno fatto ciò che si deve fare quando si governa davvero: hanno elaborato un dossier socio-economico con: Unioncamere Marche, Confindustria Marche, ISTAO – Istituto Adriano Olivetti di Ancona, Università Politecnica delle Marche e il supporto istituzionale dell’ANCI Marche, per la rappresentanza dei Comuni, lo hanno approvato in Giunta (delibera 1470/2023), lo hanno trasmesso al Ministero della Coesione e — nel dicembre 2024 — notificato alla Commissione Europea. Il risultato è arrivato nel marzo 2025, con la Decisione (UE) 2025/642, che ha riconosciuto Marche e Umbria come regioni in transizione, ammesse alla ZES con credito d’imposta ridotto ma reale.
E il Lazio? Assente. Così, quando in Commissione Bilancio del Senato, il 15 ottobre 2025, l’emendamento Borghi–Testor ha tentato di includere Frosinone, Latina e Rieti nel provvedimento, il Governo ha espresso parere contrario. Motivo: incoerenza con la Carta europea degli aiuti a finalità regionale. Tradotto: il Lazio non aveva fatto i compiti.
Non è stata Bruxelles a escluderci. Non è stato il Governo. È stata la nostra Regione, che non ha saputo né preparare né sostenere la propria richiesta. E questa volta non ci sono alibi: la colpa è tutta di chi governa oggi il Lazio, incapace di comprendere che senza dossier, dati e coerenza normativa non si entra in Europa. Questa non è politica: è dilettantismo istituzionale.
Io lo dico con amarezza, ma senza ipocrisia: questa classe politica, che pure mi appartiene idealmente, mi fa vergognare. Mi vergogno di chi oggi guida la Regione Lazio, perché confonde la propaganda con l’amministrazione, le conferenze stampa con i provvedimenti e la rappresentanza con l’improvvisazione. Mentre le Marche hanno lavorato in silenzio, il Lazio ha perso tempo tra annunci e fotografie.
E ora basta con gli alibi. È il momento di protestare non contro il Governo nazionale, ma contro la classe politica regionale oggi al potere nel Lazio, perché è lì che si annida la vera responsabilità. Protestare contro chi, dietro i comunicati e i titoli autocelebrativi, nasconde un vuoto di sostanza. La trasparenza dei bollettini ufficiali — dove gli atti si vedono e le omissioni si misurano — smaschera le incapacità che si vogliono coprire con la propaganda. E smettetela, una volta per tutte, di pensare che i cittadini siano stupidi: non lo sono. Sanno leggere, sanno informarsi e sanno distinguere tra chi lavora e chi recita.
Le Marche e l’Umbria hanno dato una lezione di metodo e serietà. Il Lazio ha dato solo una lezione di incompetenza. Prima di cercare scuse o accusare altri, questi signori dovrebbero guardarsi allo specchio e chiedersi che diritto hanno di parlare di sviluppo se non sanno nemmeno come si costruisce un atto amministrativo europeo. Hanno tradito il territorio, hanno tradito la fiducia e hanno calpestato la dignità istituzionale di questa Regione.
Nelle Marche esiste l’ISTAO, dove si forma la competenza e i sistemi produttivi,. Nel Lazio, invece, sembra esser nata un’altra scuola invisibile: l’“ISTARO” – Istituto per la Stagnazione e l’Arroganza Regionale Organizzata. Lì non si insegna a governare, ma a sopravvivere alla propria inadeguatezza.
Vergognatevi.
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