Rubriche - La lotta ai femminicidi riguarda prima di tutto le istituzioni, l'Italia impari dalla Spagna come affrontare un cambio di rotta attraverso la prevenzione e l'analisi del rischio, strumenti concreti e tribunali speciali. il segreto del successo? Un'educazione al consenso obbligatoria fin dall'infanzia
Ma ve li ricordate i rave? Paura eh? Erano lì ad attendervi sotto casa o sul pianerottolo davanti al portoncino dell’appartamento. Alcuni ti pedinavano, sapevano tutto dei tuoi spostamenti.
Altri ancora li trovavi direttamente in casa, e giù di botte. Denti rotti, costole incrinate, zigomi spaccati, traumi cranici, timpani perforati, fratture del setto nasale, mandibole frantumate, lacerazioni del cuoio capelluto per le tirate di capelli.
Tessuti lacerati dai fendenti di una lama: un coltello, un’accetta, un falcetto da giardiniere – insomma, quello che c’è a disposizione per mettere fine a un’esistenza. Colpi di pistola, colpi di fucile, di martello. Insomma, un massacro.
Non sono i rave, vero? No, parliamo di femminicidi. O meglio, parliamo di come vengono utilizzate le paure per far percepire un’emergenza. Quello che si vuole far passare per una priorità pubblica rispetto a pericoli ben più diffusi e letali.
La realtà vera, invece, dura venti minuti. Venti minuti al telefono con il 112, chiusa nel portabagagli della sua stessa auto guidata dal suo assassino. Quello che, secondo la narrazione tossica a cui si è assuefatti, “l’amava troppo”. Perché è sempre così che si racconta: un surplus d'amore, mai di possesso. Ora provate a immaginare gli ultimi venti minuti di vita di Lorena. Legata ai polsi e alle caviglie, al buio.
Nessuno spiraglio di luce, nessuna percezione del tragitto che l’auto sta compiendo. Solo la paura, il fiato corto, la moquette del bagagliaio e nessuna percezione del tempo: un minuto, un secondo, un’ora, lei non lo sa. Sa solo che è in trappola. Lei Federico lo ha lasciato, ma lui, non lo ha accettato.
“Che cosa hai fatto?” Queste sono le ultime parole sentite dall’operatore del 112. A pronunciarle è Federico, l’ex compagno, nell'istante esatto in cui capisce che Lorena ha tentato di chiedere aiuto. Poi il silenzio. E poi il vuoto. Il vuoto di quei 40 metri dal cavalcavia.
Gli ultimi istanti di vita di Lorena, gettata nel precipizio. È stata chiusa per un’ora al buio: chissà se sperava ancora che le forze dell'ordine riuscissero a trovarla e a salvarla o se invece stava già immaginando come lui avrebbe messo fine alla sua vita.
Chissà se si sarà chiesta se sarebbe morta come Luigia, 33 anni, uccisa con 50 coltellate; o magari come Tania, morta con il cranio sfondato da quattro colpi di martello da muratore; o forse come Ornella, ammazzata di botte; o come un’altra Tania, di 39 anni, strangolata. Invece Lorena è morta un po’ come Dafne, che a 31 anni è stata gettata giù da un terrazzo.
Lorena è solo l’ultima di un elenco che potrebbe dover essere aggiornato mentre scrivo. Un elenco che conta, da gennaio a oggi, 25 vittime. Un elenco che ormai occorre cercare tra i siti delle associazioni femministe.
Questo perché dal 2025 il Viminale ha deciso di pubblicare la conta delle donne uccise per mano di uomini solo ogni tre mesi e non più ogni settimana. Spostare i numeri per ridurre l'impatto dei dati, facendo scendere la percezione dell’emergenza.
Pensate alla scia di sangue tra il 15 e il 20 agosto. Cinque giorni. Sei donne uccise:Carmela Bifano, Joanna Rouissi, Michela Rubiu, Ornella Forastefano, Tania Terrin, Maria D’Alessandro. E poi fateci caso: le considerazioni partono sempre da quello che le donne dovrebbero o non dovrebbero fare.
Denunciare, non presentarsi all’appuntamento per l’ultimo chiarimento, rivolgersi a un centro antiviolenza, e soprattutto non rimanere immobili ad aspettare una coltellata. Queste benedette donne che restano lì inermi, invece di cercare riparo in una chiesa o in una farmacia. Questo è uno degli illuminanti consigli del Ministro Nordio, nel numero di ottobre di “Sicurezza e codici ATECO”: “Rifugiarsi dal panettiere se non si è celiache”.
Ma gli uomini? Gli uomini cosa dovrebbero fare? Questi uomini che, indipendentemente dall’età e dalla formazione scolastica, non riescono a gestire la fine di una relazione – che può capitare, capita. Capita anche alle donne di essere lasciate, ma non mi sembra che reagiscano utilizzando coltelli e pistole. E le istituzioni?
L’introduzione del reato di femminicidio è un passo importante, ma non rappresenta la cura definitiva. Non è la sola norma penale a evitare il reato, né si risolve il problema considerandolo una questione esclusivamente femminile. Eppure, si è riusciti a rendere un tema così tragico un argomento divisivo, un terreno su cui fare propaganda elettorale.
Non è accettabile rimanere in silenzio di fronte a chi nega l’esistenza del reato di femminicidio. Non rispondere, da donna e Presidente del Consiglio, a simili amenità significa fare cinica politica sulla pelle delle donne.
Rimanere in silenzio – lei che non lesina attacchi diretti ai leader di altri partiti – di fronte a chi nega il femminicidio, scrivendo un programma politico che sembra provenire direttamente da Kabul, è solo e soltanto una precisa scelta politica.
Hai visto mai che, in caso serva, poi ti ci devi alleare con il generale? «Prendete provvedimenti all’unanimità, senza destra né sinistra, affinché tragedie come quella di Lorena non accadano più. Lavorate nelle scuole». Questo è un passaggio dell'accorato, straziante appello del padre di Lorena.
Bisogna agire in modo strutturale con strumenti educativi. È incomprensibile la reticenza nell'introdurre nelle aule lezioni obbligatorie di affettività e di educazione al rispetto. La scuola è il mezzo principale, la struttura che accoglie tutti, indipendentemente dall’estrazione sociale ed economica, ed è lì che si forma la società del futuro.
È un supporto fondamentale soprattutto per chi non vive in un contesto familiare sano, dato che la maggior parte degli abusi avviene proprio tra le mura domestiche, per mano di chi possiede le chiavi di casa. È in quelle aule che va spiegata la differenza profonda tra amore e possesso, ed è lì che va insegnata la gestione della rabbia e delle delusioni.
La Spagna ha dimostrato che cambiare rotta è possibile, riuscendo a ridurre i femminicidi del 30% grazie a una strategia organica che supera i veti ideologici. Il successo di questa svolta poggia sulla formazione continua e standardizzata di tutte le figure professionali chiave: forze dell'ordine, personale medico e magistrati, addestrati a riconoscere tempestivamente i segnali di rischio e supportati da strumenti concreti come i tribunali speciali.
Questa macchina istituzionale si salda, sul piano preventivo, con un percorso scolastico dove l'educazione al consenso è obbligatoria fin dall'infanzia, aggredendo alla radice la cultura del possesso prima che possa tradursi in violenza.
Non sono i rave a forzare le serrature o a pedinarci nell'ombra. Il vero pericolo ha le chiavi di casa, siede a tavola con noi e ci bacia sulla fronte prima di stringerci le mani intorno al collo. Fino a quando la politica conterà i cadaveri ogni tre mesi per alleggerire la coscienza pubblica, continuandone a fare una questione esclusivamente femminile, quelle stanze buie e quei bagagliai continueranno a riempirsi.
Perché questo non è il problema di chi muore, ma di chi uccide. È il problema di una società intera che deve iniziare a chiedersi quanti potenziali assassini stiano camminando, oggi stesso, per le nostre strade. Lorena, Dafne, Luigia non sono le vittime di un surplus d'amore, ma il prodotto di un fallimento educativo collettivo. La vera urgenza non è spiegare alle donne come sopravvivere, ma decidere, finalmente, quali uomini vogliamo crescere.
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