Opinioni - La scelta sulla stazione Tav tra Ferentino e Supino svela la gerarchia dei territori e l'incapacità dei rappresentanti locali. Tra provincialismo e marginalizzazione, per il cassinate si riapre la provocazione identitaria: slegarsi da Frosinone per tornare alla Terra di Lavoro
C’è un punto oltre il quale le comunità smettono di sentirsi semplicemente trascurate e iniziano a percepirsi come territori sacrificabili. Cassino oggi rischia esattamente questo. E la vicenda della stazione Alta Velocità ne è la rappresentazione plastica.
Perché qui non siamo davanti soltanto ad una scelta tecnica di RFI, come qualcuno prova goffamente a raccontare per anestetizzare il dissenso. No. Qui siamo davanti ad una precisa idea gerarchica del territorio, nella quale esistono aree che devono contare e altre che devono semplicemente adeguarsi, possibilmente in silenzio e magari pure applaudendo.
Ed è questo che rende insopportabili certe fotografie. Non il fatto che politici frusinati difendano Frosinone. Sarebbe persino normale. Ognuno tutela il proprio spazio politico, economico e territoriale. Il problema nasce quando esponenti del cassinate si prestano sorridenti alla celebrazione dell’ennesimo ridimensionamento della propria terra, tentando poi di rifugiarsi dietro il paravento delle “valutazioni tecniche”. Le famose valutazioni tecniche italiane.
Quelle che puntualmente arrivano sempre dopo che la politica ha già deciso dove deve cadere il peso della bilancia. Perché in Italia il mito della neutralità tecnica fa sorridere ormai soltanto gli ingenui. Le relazioni, gli studi di fattibilità, gli scenari strategici spesso non sono il punto di partenza delle decisioni ma il loro elegante certificato notarile. E allora diciamolo chiaramente: se davvero si fosse ragionato in termini strategici e non di convenienze territoriali, Cassino avrebbe avuto una logica infinitamente più forte.
Cassino è asse naturale tra Roma e Napoli. È punto di connessione tra Lazio, Campania, Abruzzo interno e Molise. Ha un’università, un polo industriale, una posizione geografica che storicamente la rende cerniera territoriale e non periferia amministrativa. E soprattutto avrebbe potuto rappresentare il baricentro di una visione infrastrutturale moderna lungo quella dorsale appenninica Ortona-Cassino-Gaeta che uomini politici di altra stagione, come il Sen. Bruno Magliocchetti (MSI-Dn “altra storia”), avevano intuito decenni fa, quando ancora la politica ragionava in termini di costruzione territoriale e non soltanto di gestione del consenso.
Oggi invece prevale il provincialismo travestito da modernità. E fa quasi tenerezza vedere certi peones locali arrampicarsi sugli specchi per spiegare che “la scelta migliore” sarebbe quella a ridosso della provincia romana, come se improvvisamente Cassino fosse diventata geograficamente irrilevante. La verità è che questo territorio paga anni di subalternità politica, di classi dirigenti incapaci di costruire peso negoziale autonomo e soprattutto di cittadini abituati a votare nominati calati dall’alto purché accompagnati dal simbolo giusto. Perché il problema vero non è soltanto la Tav. l problema è che Cassino da troppo tempo non viene più pensata. Viene amministrata. Gestita. Utilizzata elettoralmente. Ma non progettata dentro una visione strategica nazionale.
Ed allora forse la provocazione non è così assurda come qualcuno vorrebbe far credere. Se questa provincia continua a funzionare come una struttura centripeta che concentra peso politico, investimenti e funzioni sempre nello stesso asse territoriale, allora diventa persino legittimo riaprire una riflessione identitaria più profonda.
Forse qualcuno dovrebbe iniziare a chiedersi seriamente se questo territorio abbia ancora senso dentro certi equilibri amministrativi oppure se non sia arrivato il momento di ripensare la propria collocazione naturale, tornando idealmente e politicamente a quella Terra di Lavoro che almeno possedeva una propria riconoscibilità storica, economica e geografica.
Perché alla fine il punto non è nemmeno dove sorgerà una stazione. Le infrastrutture si possono discutere, contestare, perfino perdere. Ciò che una comunità non dovrebbe mai perdere è la dignità della propria rappresentanza.
Ed invece il dramma vero di questo territorio è proprio questo: vedere uomini politici nati, cresciuti ed eletti qui trasformarsi nei più disciplinati esecutori di decisioni che impoveriscono la loro stessa terra, salvo poi pretendere pure di spiegarci che sarebbe “per il nostro bene”. No. Basta.
Perché esiste un momento nel quale la subalternità politica smette di essere semplice opportunismo e diventa responsabilità storica. E chi oggi applaude allo svuotamento strategico di Cassino dovrà assumersi il peso di aver contribuito non ad una scelta tecnica, ma all’ennesimo arretramento di un territorio già ferito da decenni di marginalizzazione, spopolamento industriale e irrilevanza politica crescente.
E la cosa più amara è che tutto questo avviene senza nemmeno il pudore del silenzio. Con sorrisi larghi. Con fotografie compiaciute. Con quella leggerezza arrogante tipica di chi pensa che la memoria collettiva duri il tempo di un post sui social. Perché quando una comunità arriva perfino ad interrogarsi sull’idea di lasciare questa provincia e tornare a guardare verso la Provincia di Caserta e la sua antica appartenenza alla Terra di Lavoro, significa che il problema non è più una stazione ferroviaria.
Significa che si è spezzato il rapporto di fiducia tra un territorio e chi avrebbe dovuto rappresentarlo. Ed è forse questa la vera sconfitta storica di una classe dirigente “ordinaria”: essere riuscita nell’impresa di far sentire Cassino straniera perfino dentro la propria provincia.
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