Opinioni - L'esponente della Lega Mario Abbruzzese risponde all'articolo di Mario Costa: "RFI ha valutato i costi-benefici, non i recinti comunali. Nel 2020 con Zingaretti nessuno gridò allo scippo, basta alimentare rabbia con la propaganda. Il dissenso è legittimo. La deformazione dei fatti, invece, no"
Riceviamo e pubblichiamo la replica dell'esponente della Lega Mario Abrruzzese, in risposta all'articolo "Tav, quei sorrisi che sanno di tradimento: il calvario di un territorio svenduto" pubblicato oggi su LeggoCassino, a firma di Mario Costa
Caro Mario, pensavo che le tue riflessioni si ispirassero ad una visione più ampia e meno condizionata da una lettura esclusivamente emotiva e politica della vicenda. Proprio per questo ritengo necessario riportare il dibattito entro i confini della realtà tecnica e documentale, evitando narrazioni che rischiano di alimentare soltanto rabbia e contrapposizioni territoriali.
l DOCFAP è, letteralmente e tecnicamente, il Documento di fattibilità delle alternative progettuali. Questo significa che il Ministero aveva posto sul tavolo, in maniera assolutamente paritaria, tre diverse ipotesi localizzative: Supino-Ferentino, Roccasecca e Cassino/San Vittore.
Successivamente, però, è intervenuta la relazione tecnica di RFI — e quindi non una decisione politica del Ministero — che ha elaborato valutazioni fondate su parametri oggettivi: costi dell’investimento, sostenibilità economica dell’opera, domanda territoriale potenziale, bacino di utenza e rapporto costi-benefici.
Tanto per essere chiari: l’investimento previsto per Supino-Ferentino si aggira intorno ai 125 milioni di euro; quello relativo a Roccasecca sarebbe potuto risultare persino inferiore, attestandosi intorno agli 85/90 milioni; per Cassino/San Vittore, invece, l’ipotesi tecnica valutava un investimento di circa 100 milioni di euro.
Eppure, secondo quanto statuito da RFI, il minore investimento economico non sarebbe stato comunque sufficiente a garantire la sostenibilità dell’opera sotto il profilo della domanda trasportistica e della redditività territoriale sviluppabile. Lo stesso ragionamento tecnico è stato applicato anche all’ipotesi Cassino/San Vittore. Questo è il punto essenziale che nel tuo intervento viene completamente omesso: non si è trattato di una scelta politica che ha “svenduto” un territorio, perché la politica aveva inizialmente considerato tutte e tre le ipotesi sul medesimo piano. La conclusione finale deriva invece dall’elaborazione tecnica di chi quell’opera dovrà progettarla, finanziarla e realizzarla, ossia Rete Ferroviaria Italiana.
Inoltre, c’è un altro elemento che andrebbe considerato con maggiore equilibrio: la realizzazione della stazione AV tra Frosinone, Supino e Ferentino non produrrà benefici limitati esclusivamente all’area sulla quale sorgerà materialmente l’infrastruttura. L’indotto economico, logistico e occupazionale coinvolgerà inevitabilmente l’intero basso Lazio, compreso il Cassinate.
Del resto, la storia di questo territorio dovrebbe insegnarci qualcosa. Quando, all’inizio degli anni ’70, venne individuato il Cassinate come sede di uno dei più importanti sistemi produttivi del Centro Italia, ossia lo stabilimento Fiat, non mancarono polemiche, diffidenze e critiche. Eppure quelle contestazioni furono completamente spazzate via dalla realtà dei fatti: oltre 12.000 persone trovarono occupazione grazie a quella scelta industriale, generando sviluppo ben oltre i confini della sola Cassino. Le grandi infrastrutture e i grandi investimenti non possono essere letti con una mentalità da recinto comunale o da rivalità territoriale permanente. Producono effetti diffusi, interconnessi, spesso imprevedibili nella loro portata positiva.
E poi c’è un aspetto politico che meriterebbe almeno un pizzico di coerenza. Quando, nel 2020, Nicola Zingaretti individuò proprio quel sito per la realizzazione della stazione AV, non si registrò alcuna levata di scudi da parte degli esponenti del Partito Democratico del Cassinate. Nessuna indignazione, nessun richiamo al “tradimento del territorio”, nessun paragone evangelico o apocalittico. Anzi, se la memoria non inganna, accanto a Zingaretti vi era proprio il sindaco di Cassino. Evidentemente, all’epoca, la localizzazione della stazione non sembrava né uno “scippo” né una “crocifissione” del territorio. Forse il problema nasce soltanto quando cambiano i governi o le convenienze politiche.
Si può contestare il modello utilizzato, si possono criticare i parametri adottati, si può persino dissentire dalle conclusioni di RFI. Ma altra cosa è trasformare un’analisi tecnica in un processo morale o addirittura in una requisitoria sul “tradimento” di un territorio.
Richiamare il Calvario, evocare Cristo sulla croce o parlare di “carnefici” e “svenduti” non rafforza le ragioni di Cassino: finisce solo per impoverire il confronto pubblico e sostituire i numeri con la propaganda.
Cassino possiede indiscutibilmente asset strategici straordinari: l’Università, l’Abbazia, il polo industriale, la posizione geografica baricentrica tra più regioni. Nessuno può negarlo. Ma proprio per questo sarebbe forse più utile aprire una discussione seria su quali infrastrutture servano realmente al territorio e su come renderlo competitivo, anziché alimentare una guerra interna alla provincia.
Se poteva considerarsi comprensibile l’impostazione di Socrate quando affermava “so di non sapere”, risulta invece inconcepibile, ai nostri tempi e con il livello di conoscenze tecniche e tecnologiche oggi disponibili, continuare a sguazzare — e talvolta persino a speculare — nell’ignoranza più ottusa, rifiutando perfino di distinguere tra una scelta politica ed una valutazione tecnico-economica. Il dissenso è legittimo. La deformazione dei fatti, invece, no.
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