Politica - Fortunato Di Cicco: "In questi anni S.Elia non solo non è cresciuta da un punto di vista demografico e la popolazione residente è notevolmente diminuita, ma sta registrando enormi difficoltà anche nel settore economico e produttivo"
Si è giunti alle fasi finali di questa campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale e l’elezione, mi auguro, di un nuovo Sindaco.
Sono trascorsi cinque anni da quel 2019 che mi vide sostenere ufficialmente l’elezione a Sindaco di Roberto Angelosanto e dei suoi consiglieri. Ad elezione avvenuta al Sindaco e qualche suo stretto collaboratore dichiarai la mia disinteressata e gratuita disponibilità a collaborare per fornire consigli, indicare percorsi ed obiettivi, ridare slancio, entusiasmo e contenuti ad una azione amministrativa fino a quel momento asfittica. Disponibilità nei fatti rifiutata. Il Sindaco, infatti, responsabile dell’operato della sua maggioranza non si è mai degnato di dare risposte a precise domande rivoltegli nel merito di scelte, da me ritenute sbagliate e dannose, sia di persona che per mezzo di scritti regolarmente recapitatigli e protocollati. Così come non ha mai fornito motivazioni e giustificazioni a chi lo invitava amichevolmente a riflettere sul pessimo andamento dell’Amministrazione nel suo complesso.
A fronte di una chiusura così netta ed impermeabile mi sarei e ci saremmo attesi tutti, quale risconto, una concretezza operativa che smentisse le perplessità e i dubbi sollevati e dimostrasse reale consapevolezza del ruolo istituzionale a loro affidato dalla comunità santeliana, facendo emergere competenza politica ed ammnistrativa nonché il possesso di una visione di futuro che fosse garanzia di crescita e di speranza. Elementi che poggiano su un requisito fondamentale, indispensabile nell’umano vivere comunitario per la creazione di corretti e rispettosi rapporti interpersonali e ancor più richiesto a chi assume ruoli di guida nella pubblica amministrazione: “l’umiltà”. Requisito sconosciuto a Roberto Angelosanto e ai suoi sodali.
Il bilancio che abbiamo di fronte alla conclusione di questo ciclo ammnistrativo è desolante e mortificante per chi, con un minimo di obiettività e aborrendo la cieca partigianeria, ripercorre il cammino di questo tempo che sta per compiersi analizzando fatti e comportamenti che hanno ingenerato delusione e amarezza.
Delusione per i tanti anni, cinque anni sono tanti nella vita di una comunità, fatti di latitanza e di mancanza di guida, nei quali evidente è emersa l’incapacità di assumere iniziative ed individuare percorsi di crescita, di riconquista di un ruolo e di una dignità faticosamente conquistati nel tempo e poi colpevolmente dilapidati. La nostra presenza sul territorio era stata caratterizzata e sostanziata con idee, progetti e realizzazioni che unanimemente venivano riconosciuti ed apprezzati attraverso il conferimento e l’esercizio di ruoli non secondari nel governo del territorio.
Amarezza per comportamenti, come già detto, di totale chiusura, ricolmi di arroganza e saccenza in un contesto interno all’esecutivo di evidente anarchia da cui si sono allontanati ben due assessori, nella indifferenza generale, e consentito una appropriazione indebita in ruoli di supplenza da parte di soggetti nei quali prevalente, cosa ben nota, non è la competenza ed il bene della collettività ma la prepotenza ed il perseguimento di interessi personali.
Avevo già riportato in un mio precedente scritto quanto saggiamente sottoposto alla nostra riflessione dal Prof. De Rita in un suo libretto edito nel 2002 dal titolo “Il regno inerme” e con un sottotitolo altrettanto significativo “Società e crisi delle istituzioni” nel quale, già allora, manifestava con chiarezza e profonda preoccupazione la sua “indignazione” nei confronti di coloro che deputati al governo delle pubbliche istituzioni le occupano e “presi da personali problemi di potere e di immagine le lasciano regredire di ruolo e di prestigio” incuranti del danno che causano alle stesse e ai cittadini amministrati.
Illuminante e di grande attualità, al riguardo, si aggiunge la recente pubblicazione di Sergio Rizzo con il suo libro dal titolo “Io so io”, ripreso dal sonetto del poeta dialettale romanesco Giuseppe Gioacchino Belli ed interpretato magistralmente dal grande Alberto Sordi nel suo “Marchese del Grillo” che rivolgendosi ai suoi sudditi dice: “C’era una volta un Re cche ddar palazzo mannò fora a li popoli st’editto: Io sò io, e voi nun zete un cazzo.” Specchio fedele di questa classe politica, “clan di potere e clientele”, che ha perso credibilità e manifestato, senza ombra di alcun dubbio, un sempre maggiore e progressivo distacco dalla società civile e dai suoi reali bisogni evidenziando inadeguatezza e totale assenza di preparazione.
Di Piano Regolatore Urbanistico non vi è traccia; di Rigenerazione Urbana mai parlato; dall’unica vera e sostanziale fonte di finanziamento in grado di porre le basi per una reale crescita per i prossimi decenni, il P.N.R.R. (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), sono state ottenute solo piccole elargizioni, piovute generosamente dall’alto quali ripartizioni elargite proporzionalmente a tutti gli Enti Locali, mentre sarebbero state tante le opportunità da cogliere all’interno delle “Missioni e Componenti” in esso previste; di ipotesi e possibilità di inserimento nelle previsioni offerte dal Piano delle opere per il Giubileo 2025 mai discusso.
In questi anni S.Elia non solo non è cresciuta, da un punto di vista demografico la popolazione residente è notevolmente diminuita, ma sta registrando enormi difficoltà anche nel settore economico e produttivo, le poche aziende ancora presenti lamentano una profonda crisi, e ancor più nel sociale, divenuto il problema dei problemi, dove la fascia della disuguaglianza e del bisogno si è allargata in modo preoccupante. Condizioni queste che dovrebbero indurre ad una maggiore e attenta riflessione e rinvigorire, dare vita, al concetto fondamentale di “comunità” intesa quale esercizio di “comunione e condivisione”.
Rifacendomi alla conclusione del mio precedente scritto: “Perché non si alimenti ulteriormente la stanchezza della speranza e il nostro pigro fatalismo auguro a me stesso e a tutti i santeliani che si ritrovi l’antico orgoglio e che si torni tutti, assieme, a ridare vita alla nostra comunità e con passione a riscrivere nuovi capitoli di questa interessante storia.” affido questa speranza a Fabio Violi perché gli dia concretezza e dimostri quella “umiltà” da me richiamata con la disponibilità a confrontarsi con tutti e non disdegnare consigli e suggerimenti che “per riscrivere nuovi capitoli di questa interessante storia” gli verranno offerti.
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