Attualità - Dall'incontro in treno con Paolo, 25 anni, emerge il ritratto di una generazione che scende in piazza per rivendicare il diritto allo studio, al lavoro e a un futuro dignitoso. Tra caro vita, fuga dei cervelli e una politica sempre più distante, la denuncia di un Paese che rischia di perdere la sua ricchezza più preziosa
“La scarsa considerazione che la nostra classe politica e in particolare quella più recente riserva all’istruzione, all’università, alla ricerca è la conseguenza del basso livello culturale della gran maggioranza degli eletti in Parlamento.” Margherita Hack, sempre attuale.
– Sei stato alla manifestazione? – Sì! Un “sì” orgoglioso, a cui rispondo con un “bravo!”. Paolo sorride e parte come un fiume in piena. – Spero serva a qualcosa. È stata una bella manifestazione, abbiamo sfilato in modo pacifico. Io condanno la violenza, sempre. Anche perché non risolve nulla e, soprattutto, fa passare in secondo piano le motivazioni.
Hanno parlato solo delle vetrine rotte, e anche lì senza andare a fondo al problema. Io parlo con chiunque, cerco sempre il confronto, anche con chi so già che la pensa
diversamente da me. Il confronto arricchisce sempre, quando è civile e ben argomentato. Quello che proprio non riesco a capire e mi fa rabbia è chi resta impassibile. Come si fa a rimanere indifferenti di fronte a tutto quello sta accadendo? Io sono fortunato.
Potrei permettermi una stanza a Roma. Sia chiaro, non vengo da una famiglia ricca, ma con qualche sacrificio potrei viverci. Alla fine, però, abito a tre fermate di treno: che senso avrebbe spendere tutti quei soldi? Questo però, non mi impedisce di empatizzare e di essere solidale con i miei compagni di corso, quelli che devono alzarsi alle sei del mattino e tornare a casa alle otto di sera, se va bene.
Hanno meno tempo per studiare, per riposare, per vedere gli amici, per vivere l’università. Alcuni fanno dei lavoretti per potersi mantenere e spesso aiutano i genitori rimasti disoccupati o in cassa integrazione. Come si esprime quel “merito” tanto osannato? Il merito è avere i soldi o studiare? È così difficile capire che non si può rinunciare allo studio solo perché non si hanno le risorse? Non nel 2026!
– Se qui ci fosse la Meloni, cosa le diresti? – Per prima cosa le direi che noi non siamo stupidi e non siamo criminali. Siamo preparati, siamo capaci di capire che lei e il suo governo non sono i diretti responsabili della crisi del caro carburante; conosciamo le tensioni in Medio Oriente, il conflitto con l'Iran...
– Quello che «non condanno né condivido»? – Eeh, esattamente. Comunque, le chiederei che problema ha ad ascoltarci. Perché non ci rende partecipi delle decisioni prese oggi, che pagheremo NOI in futuro? Sono scollati dalla realtà, sia a destra che a sinistra. Nessuno ci rappresenta. Nessuno parla CON noi. Nessuno parla DI noi. Io devo dare l’ultimo esame della magistrale in Relazioni Internazionali, infatti ho lasciato il corteo alle tre per andare in facoltà a studiare. Voglio fare il cooperante: il prossimo anno andrò a lavorare per una ONG in Giordania.
Sono trascorse le tre fermate. Paolo mi saluta, mi ringrazia per averlo ascoltato e scende. Paolo ha 25 anni ed è uno dei tanti ragazzi che oggi vedono il proprio futuro dentro una valigia. La mattina in treno li osservo, li ascolto. Se parlano del dopo laurea, il pensiero va subito all'estero: il Nord Europa, mi pare vada per la maggiore. Negli ultimi anni ho visto i trolley del venerdì sera lasciare il posto agli zainetti giornalieri.
La mattina viaggiano ripassando gli appunti, sottolineando, ripetendo a bassa voce. La sera conversano anche di politica, di futuro. Gli adulti non lo fanno più. La Gen Z è la prima generazione dal dopoguerra a oggi destinata a vivere peggio dei propri genitori. L’ascensore sociale si è bloccato. Questi ragazzi somigliano sempre più ai Vinti di Verga: nasci come muori, muori come nasci, incollato allo scoglio della tua condizione di partenza.
Di fronte a loro non ci sono politiche lungimiranti, ma un Paese che li istruisce a proprie spese per poi regalare la loro ricchezza altrove. Questo non è un Paese per giovani.
La politica parla ai vecchi con argomenti vecchi. Questi ragazzi sono nati in un contesto multietnico. Hanno il compagno di banco magrebino, il vicino di casa del Bangladesh. In classe non si domandano il patrimonio genetico; il razzismo, per buona parte di loro, è un retaggio del passato.
Ma la demografia non è dalla loro parte: sono pochi, pesano pochissimo nell’urna elettorale e, non essendo appetibili per i partiti, nessuno si prende la briga di ascoltarli.
Il disprezzo istituzionale è diventato la norma.
Qualche tempo fa, davanti alle proteste degli studenti che rischiavano di perdere un anno per la riforma di Medicina, la Ministra dell’Università e della Ricerca ha risposto liquidandoli così: “Sapete come diceva il presidente Berlusconi? Siete sempre solo dei poveri comunisti. Questo dimostra tutta la vostra inutilità”.
E giù a ridere. Rappresentanti della Repubblica che deridono e umiliano due ragazzi che pretendevano solo risposte. Del resto, è lo stesso Ministro dell’Istruzione e del Merito che ha teorizzato l'umiliazione come metodo di crescita, mentre dal Ministro dell'Agricoltura arrivava la proposta della “leva agricola” a 500 euro al mese: dinamiche che ricordano il caporalato più che l'orientamento professionale.
Dai ragazzi si pretende la massima responsabilità, ma quando questa si traduce in impegno politico, quando fanno qualcosa di “analogico”, cioè scendono in piazza per rivendicare diritti e attenzione, il loro impegno viene marchiato come moda o terrorismo. È il meccanismo di difesa di una classe dirigente incapace di rispondere, che traduce ogni dissenso in un nuovo reato, in un ddl repressivo.
Prevenzione mai. Solo repressione. Le parole riservate agli studenti in piazza non le hanno mai espresse nei confronti di chi calpesta il diritto internazionale e con esso i diritti umani. Nei confronti di chi sta portando avanti da tre anni il massacro del popolo palestinese. Ma quella violenza ha “esigenze geopolitiche”.
Quella non la condanniamo. Ne siamo complici. Qui da noi invece, il violento risulta essere chi chiede l'applicazione degli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione. E noi adulti? Anestetizzati. Assistiamo in silenzio al declino della sanità, della scuola pubblica, del diritto alla casa e al lavoro.
Restiamo in silenzio quando lo scandalo diventa la norma, quando l'etica pubblica viene barattata con l'impunità e ci viene raccontato che un sottosegretario alla
Giustizia che apre una bisteccheria con personaggi legati al clan dei Senese ha commesso solo “una leggerezza”.
Nel frattempo, l'emorragia silenziosa continua. Dal 2022 a oggi l’Italia ha visto partire circa 140.000 giovani laureati (dati ISTAT), con una perdita stimata da Eurispes intorno a 1,66 miliardi di PIL all’anno. I dati di future@work2026 mostrano un Paese bloccato in un cortocircuito drammatico: da una parte esportiamo gratis i nostri migliori talenti, dall'altra le nostre aziende denunciano una carenza cronica di figure professionali adeguate.
Unendo i puntini, il disegno è spietato. Assistiamo alla perdita deliberata di capitale umano e di riflesso alla riduzione della capacità di crescita e innovazione delle nostre imprese.
Non stiamo solo perdendo i giovani, stiamo spegnendo i motori del nostro futuro produttivo. Non programmando il loro domani, distruggiamo il nostro, continuando a regalare sapere, eccellenze e ricerca ad altri Stati. La cronaca di questi giorni ne è lo specchio esatto. Sono due giorni che l'Italia esulta per un "giovane favoloso", Kimi Antonelli. Talento eccellente che nel 2018 la Ferrari scartò: non erano attrezzati, si disse, a formare piloti così giovani.
Ci ha pensato qualcun altro, all'estero, e oggi Kimi scrive una pagina gloriosa di sport e ci consegna una verità lapalissiana: se a questi ragazzi forniamo i mezzi, il carburante e il giusto assetto, corrono e vincono. Il problema è che al momento, per farlo, devono cambiare bandiera. E tutto questo avviene mentre, contemporaneamente, si fa un gran parlare di inverno demografico e denatalità. Ma discutere di culle vuote senza offrire un terreno fertile a chi è già nato diventa un esercizio di pura retorica.
Il risultato è che i nostri ragazzi, che dovrebbero essere considerati come preziose Terre Rare su cui fondare il futuro, nei fatti restano invisibili e privi di valore per la politica. Tant’è che in risposta alle istanze degli studenti, scesi in piazza per chiedere maggiori investimenti nella scuola pubblica, un minor numero di alunni per classe, più docenti, maggiore supporto psicologico, il Governo ha inserito nella Legge di Bilancio nuovi tagli all’istruzione.
Tagli e repressione. Questa la risposta del Governo di un Paese senza visione. Prima di scendere dal treno Paolo mi ha detto: “Il momento più bello della manifestazione è stato quando ci siamo uniti al corteo dei lavoratori e abbiamo sfilato insieme”.
Tempo fa un certo Enrico disse: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c'è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia”. Ha ragione Paolo. È stato sicuramente il momento più bello. Speriamo sia l’inizio. Speriamo sia un inizio.
- FOTO DI COPERTINA DI MATILDE ROSSI -