Il distributore di Don Chisciotte: quando la soluzione è soltanto un mulino a vento

Opinioni - La proposta del Partito Democratico analizzata da un punto di vista che ne evidenzia i limiti economici e il fatto che non risolva la mancanza di clienti, una soluzione che sembrava semplice per un problema assai più complesso

Il distributore di Don Chisciotte: quando la soluzione è soltanto un mulino a vento
di Dario Nicosia - Pubblicato: 19-09-2026 16:09 - Tempo di lettura 4 minuti

Una mia amica usa come immagine del profilo WhatsApp un’illustrazione ispirata al celebre romanzo di Miguel de Cervantes, accompagnata da una frase emblematica: «Combattiamo contro tre giganti, mio caro Sancho: l’ingiustizia, la paura e l’ignoranza».

La parola “ignoranza” può apparire offensiva se viene intesa come un giudizio sulle persone. Non è questo il significato che le attribuisco. Ignorare, nel senso originario del termine, significa semplicemente non conoscere qualcosa. Nessun cittadino può seguire ogni seduta, recuperare ogni emendamento e verificare quotidianamente la corrispondenza tra le dichiarazioni dei partiti e il contenuto degli atti.

La politica conosce bene questa difficoltà e spesso la utilizza. Il comunicato arriva immediatamente, ha un titolo efficace, individua un responsabile e presenta una soluzione apparentemente semplice. Il documento, invece, bisogna cercarlo, leggerlo e comprenderne anche i passaggi tecnici. È in questa distanza tra la facilità della narrazione e la maggiore fatica della verifica che può formarsi un’immagine della realtà diversa dalla realtà stessa.

I cittadini, però, non sono incapaci di giudicare. Possono non conoscere inizialmente un atto, ma possono informarsi. E molto spesso è sufficiente mettere accanto il comunicato e il documento per scoprire che le parole utilizzate per descrivere una decisione politica sono assai più grandi del suo contenuto reale.

È qui che trovo il collegamento con Cervantes. Don Chisciotte vede dei giganti dove Sancho riconosce dei mulini a vento. Non perché gli oggetti non esistano, ma perché vengono interpretati attraverso una rappresentazione che ne modifica la natura.

Allo stesso modo, nella comunicazione politica un emendamento può essere presentato come la soluzione a un problema senza che il suo contenuto dimostri di poterlo davvero risolvere. Per distinguere il gigante dal mulino non serve aderire a un partito: basta avvicinarsi ai fatti.

È il pensiero che mi è venuto leggendo le dichiarazioni del segretario provinciale del Partito Democratico, Achille Migliorelli. La bocciatura da parte del centrodestra regionale dell’emendamento presentato dalla consigliera Emanuela Droghei viene descritta come il rifiuto di una misura concreta a difesa dei piccoli Comuni, dei servizi essenziali e delle popolazioni colpite dallo spopolamento.

La ricostruzione è politicamente efficace. Da una parte ci sarebbe il PD che propone un fondo per salvare i distributori nei piccoli centri; dall’altra una maggioranza insensibile che lo respinge, abbandonando famiglie, imprese e territori. Lo schema è semplice, immediato e facilmente comunicabile. Ma è anche vero? 

Per rispondere non occorre stabilire preliminarmente chi abbia ragione in base all’appartenenza politica. Occorre leggere l’emendamento che proponeva di aggiungere l’articolo 26-bis alla legge di variazione del bilancio regionale e confrontarlo con gli effetti che Migliorelli gli attribuisce.

Il PD afferma di avere proposto una soluzione concreta. I documenti mostrano invece un fondo che finanzia l’acquisto del problema, ma non la sua soluzione. L’emendamento prevedeva un fondo di un milione di euro, limitato al 2026, destinato ai Comuni del Lazio con popolazione fino a 5.000 abitanti. Le risorse avrebbero potuto finanziare la costruzione di nuovi distributori su aree comunali oppure l’acquisto di strutture dismesse.

Questo è ciò che prevedeva realmente la proposta. Tutto il resto deve essere dimostrato. Entrando nel merito, la prima contraddizione si trova nella relazione illustrativa firmata dallo stesso Partito Democratico. Il documento afferma che la dismissione degli impianti è dovuta a «motivi prettamente economici», riconducibili al «vistoso calo di vendite patito negli ultimi anni» e agli investimenti necessari per adeguare le strutture alle norme di sicurezza.

La diagnosi è quindi chiara: i distributori chiudono perché vendono poco e perché devono sostenere costi elevati. Ma quale delle due cause avrebbe realmente eliminato l’emendamento? Il fondo avrebbe potuto alleggerire il costo iniziale di costruzione, acquisto o adeguamento dell’impianto.

Non avrebbe però modificato il numero degli abitanti, aumentato il consumo di carburante, creato nuovi clienti o garantito un volume di vendite sufficiente a sostenere l’attività.
Se un distributore privato ha chiuso perché i ricavi non coprivano le spese, il passaggio alla proprietà pubblica non modifica automaticamente quell’equilibrio economico.

Il carburante venduto resta lo stesso, i clienti restano gli stessi e i costi di gestione continuano a esistere. Cambia soltanto il soggetto chiamato a sostenere il rischio: non più il privato, ma il Comune e, attraverso il Comune, i contribuenti. È a questo punto che il gigante della “soluzione concreta”, osservato attraverso il documento, comincia ad assumere la forma assai più modesta di un mulino a vento.





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