Opinioni - Da Zingaretti a Rocca, passando per Regione, sindaci, Comune capofila e governance locale: gli atti raccontano oltre dieci anni di responsabilità condivise. Nel 2023 risultava finanziariamente avviato appena il 20% degli investimenti. E resta una domanda: che fine hanno fatto i 187mila euro destinati alla governance della Valle di Comino?
In questi giorni su Leggo Cassino sembra essere in corso un torneo del miglior tennis della politica, la responsabilità per la gestione delle aree interne rimbalza da un campo all’altro. Andrea Amata chiama in causa il centrosinistra e il sindaco Enrico Pittiglio; Luca Fardelli gli risponde ricordando che il centrodestra governa la Regione da quasi quattro anni; Amata controreplica; interviene Sara Battisti; infine il segretario provinciale del PD Achille Migliorelli rimanda nuovamente la pallina dall’altra parte della rete chiedendo al centrodestra quali risultati abbia prodotto dal suo insediamento.
A questo punto io, da poco istruito sulla mia condizione di uomo poco istruito, ho provato a immedesimarmi nei tanti che, come me, non hanno particolare dimestichezza con SNAI, APQ, programmazioni europee e delibere regionali. E ho fatto la cosa più semplice: prima di decidere chi abbia ragione, ho cercato di capire di che cosa stessimo parlando. È il metodo che cerco di seguire quando scrivo: prima mi informo, poi provo a ragionare. Non per stabilire a quale fazione debba appartenere il lettore, ma per metterlo nelle condizioni di farsi una propria opinione.
Per evitare che anche questo articolo diventi una pallina del torneo, preciso che date, atti e numeri citati sono ricavati dalla documentazione ufficiale della Regione Lazio, dagli Accordi di Programma Quadro e dai dati di monitoraggio SNAI. La relativa documentazione è naturalmente a disposizione di chiunque voglia consultarla e, magari, approfondire i fatti prima di commentarli.
Partiamo dal 2014. La Strategia Nazionale per le Aree Interne entra nella programmazione 2014-2020 con un obiettivo preciso: contrastare spopolamento e marginalizzazione dei territori più lontani dai servizi essenziali, intervenendo soprattutto su sanità, istruzione e mobilità, insieme allo sviluppo economico locale. Nel Lazio il primo passaggio importante porta la data del 17 luglio 2014. Con la deliberazione di Giunta regionale n. 477, durante la presidenza di Nicola Zingaretti, vengono individuate quattro aree interne: Alta Tuscia-Antica Città di Castro, Monti Reatini, Monti Simbruini e Valle di Comino. Il 9 settembre 2015, con la DGR n. 466, la Valle di Comino viene scelta come area prototipo del Lazio: quella dalla quale cominciare la sperimentazione della Strategia.
Nel 2016 parte l’iter per la predisposizione della strategia territoriale. Il 24 aprile 2018, con la DGR n. 192, la Regione approva la Strategia dell’Area prototipo Valle di Comino. Il 28 maggio 2019, con la DGR n. 322, viene approvato lo schema dell’Accordo di Programma Quadro. Infine il 28 luglio 2020, con la DGR n. 481, la Giunta regionale prende atto della conclusione della procedura di sottoscrizione dell’Accordo. Una prima cosa possiamo quindi stabilirla: la Valle di Comino non è stata scoperta ieri dalla politica. È dentro una strategia istituzionale che attraversa oltre un decennio, governi nazionali, amministrazioni regionali ed enti locali.
Arriviamo a un altro momento sul quale oggi si concentra lo scontro politico. Il 9 novembre 2022, ancora durante la presidenza Zingaretti, la Regione Lazio approva la DGR n. 1035 relativa al nuovo ciclo 2021-2027. Vengono individuate tre nuove aree: Monti Lepini, PRE.GIO. ed Etrusco-Cimina. Qui bisogna però usare le parole con precisione. Dire semplicemente che la Valle di Comino venne “esclusa” rischia di raccontare soltanto una parte della storia. La stessa deliberazione confermava infatti le aree interne appartenenti alla programmazione 2014-2020, tra le quali la Valle di Comino. Le tre indicate erano le nuove aree del ciclo successivo. Questo non impedisce naturalmente di discutere politicamente quella scelta: perché quelle nuove aree, quali priorità furono stabilite, quali risorse furono destinate ai territori già inseriti nella precedente programmazione e quale attenzione continuò a ricevere la Valle di Comino. Ma discutere è una cosa; riscrivere la sequenza degli atti è un’altra.
Ed è qui che entra anche Sara Battisti. Battisti apparteneva alla maggioranza regionale di centrosinistra che governava il Lazio ed era una figura politica di rilievo di quella stagione. Sarebbe quindi poco credibile considerarla estranea alle politiche territoriali decise in quegli anni. Ma sarebbe altrettanto scorretto attribuirle personalmente una deliberazione della Giunta regionale o trasformare una strategia costruita attraverso diversi livelli istituzionali nella decisione di una singola esponente politica. Le responsabilità politiche esistono, ma vanno attribuite per quello che sono. E proprio per questo una domanda a Sara Battisti appare legittima.
Nel novembre 2022, quando la Regione governata dal centrosinistra approvò la nuova programmazione delle aree interne e individuò Monti Lepini, PRE.GIO. ed Etrusco-Cimina come nuove aree del ciclo 2021-2027, quale posizione assunse Battisti rispetto alla Valle di Comino? Non le si può attribuire una deliberazione della Giunta che non era sua. Ma Battisti era una consigliera regionale di rilievo della maggioranza che sosteneva Nicola Zingaretti e presidente della Commissione Affari istituzionali ed Enti locali.
Perciò sarebbe interessante sapere se, in quella fase di rimodulazione della strategia, chiese garanzie sulla prosecuzione degli interventi della Valle di Comino, sollecitò ulteriori risorse, segnalò i ritardi che già si stavano accumulando o assunse qualche iniziativa politica o istituzionale a tutela del territorio. Può darsi che lo abbia fatto. Se esistono atti, interventi o iniziative di quel periodo, sarà utile conoscerli. Ma è proprio questo il punto: prima di distribuire oggi responsabilità agli altri, sarebbe utile ricostruire anche ciò che ciascuno fece quando aveva la possibilità politica e istituzionale di intervenire.
Poi cambia il governo regionale Nel 2023 termina la stagione Zingaretti e alla guida della Regione Lazio arriva il centrodestra con Francesco Rocca. Da quel momento anche il centrodestra eredita la strategia, gli interventi avviati, quelli rimasti indietro e, più complessivamente, il problema delle aree interne. Ed eccoci all’agosto 2026. Il 28 agosto Andrea Amata attacca politicamente il PD e chiama in causa anche Enrico Pittiglio. Nello stesso giorno Luca Fardelli replica chiedendo quali risorse e quali progetti il centrodestra abbia portato al territorio. Il 29 agosto Amata controreplica, soprattutto sul trasporto pubblico locale, sostenendo che il centrodestra stia correggendo errori derivanti dalla precedente gestione regionale. Sempre il 29 interviene Sara Battisti, che ribalta l’accusa sul governo regionale e nazionale di centrodestra. Il 30 agosto arriva Achille Migliorelli: dopo quasi quattro anni di governo regionale, sostiene in sostanza il segretario provinciale del PD, non basta più indicare le responsabilità di chi governava prima; bisogna mostrare numeri e risultati.
Ed eccoci al tennis. Ognuno ha qualche argomento da mettere in campo. E nessuno, preso isolatamente, pone una domanda priva di fondamento. Ma manca ancora un pezzo. Chi doveva far funzionare la macchina? Fermarsi alla Regione significherebbe fare esattamente ciò che sto rimproverando alla politica: scegliere soltanto il pezzo di storia che conviene. Perché la Strategia della Valle di Comino aveva una precisa governance locale. Nel documento del 2018 il Comune di Atina** viene individuato come ente capofila. Alla costruzione della Strategia partecipano i sindaci dei Comuni interessati. Tra loro c’è anche Enrico Pittiglio, sindaco di San Donato Val di Comino, oggi uno dei protagonisti del confronto politico sulle aree interne. Vengono individuati sindaci referenti per sanità, istruzione e mobilità.
E soprattutto viene immaginata la Conferenza Valle di Comino, la CVC: una struttura di governance territoriale con una componente politica formata dai sindaci, una componente tecnica e un’assistenza tecnico-amministrativa. Non esisteva quindi soltanto la filiera Stato-Regione. Esisteva anche una filiera locale. E questo è importante perché i documenti non indicavano soltanto che cosa fare, ma anche chi dovesse farlo e quando. Gli interventi avevano infatti soggetti attuatori differenti: ASL di Frosinone, ARES 118, Regione Lazio, Comune di Atina, Unione dei Comuni Valle di Comino, XIV Comunità Montana, Infratel Italia, a seconda dei progetti. Anche i controlli erano previsti.
La Regione aveva individuato un Responsabile Unico dell’Attuazione, il RUA, e i responsabili delle singole linee d’intervento. Nel 2019 aveva inoltre approvato uno specifico Sistema di Gestione e Controllo, il SI.GE.CO., proprio per verificare l’impiego delle risorse e monitorare la realizzazione delle opere e dei servizi. Alla governance locale erano assegnati compiti di coordinamento e monitoraggio e la stessa strategia prevedeva attività di reporting sull’avanzamento. E questa governance non era stata immaginata senza risorse.
Nell’Accordo di Programma Quadro figurava infatti uno specifico intervento da 187.000 euro per l’“Istituzione della Conferenza della Valle di Comino (CVC) per la realizzazione della SNAI”, con il Comune di Atina quale soggetto attuatore.
Quelle risorse erano destinate proprio a sostenere la macchina della governance, l’assistenza tecnico-amministrativa, il coordinamento e il monitoraggio necessari all’attuazione della Strategia. Un particolare tutt’altro che secondario. Perché, se erano state previste anche risorse specificamente destinate a far funzionare la governance e a controllare l’avanzamento degli interventi, davanti ai ritardi registrati successivamente la domanda diventa inevitabile: come furono utilizzati quei 187.000 euro e quali risultati produsse concretamente quella struttura di governance? Insomma, almeno sulla carta, qualcuno doveva fare, qualcuno doveva coordinare e qualcuno doveva controllare. E arriviamo al famoso 20 per cento È qui che i documenti diventano più interessanti delle dichiarazioni. Secondo i dati SNAI aggiornati al 30 giugno 2023, la Valle di Comino presentava 29 progetti monitorati.
Di questi, 15 avevano avviato l’iter progettuale o procedurale; per 14 non risultava ancora avviato alcun iter. Ma il dato più significativo riguarda l’avanzamento finanziario: risultava avviato appena il 20 per cento degli investimenti. Attenzione, perché le due percentuali non vanno confuse: 15 progetti su 29 avevano mosso almeno un passo sul piano procedurale; il 20 per cento riguarda invece il valore finanziario degli investimenti avviati. E molti dei cronoprogrammi originari erano già abbondantemente scaduti. I progetti sanitari avrebbero dovuto concludersi, secondo le previsioni iniziali, entro il 2021-2022. Diversi interventi per l’istruzione tra il 2020 e il 2022. Chiamabus entro agosto 2020. La riqualificazione della rete del trasporto pubblico entro febbraio 2021. Un intervento sulla viabilità affidato al Comune capofila di Atina addirittura entro novembre 2019. Non basta neppure attribuire tutto alla pandemia.
Gli studi sull’attuazione della SNAI hanno infatti evidenziato per la Valle di Comino anche difficoltà nella governance territoriale: la presenza di diversi organismi sovracomunali e la necessità di trasformare l’associazione formale dei Comuni in una reale capacità di programmare e operare insieme. Tradotto in un linguaggio comprensibile anche a un uomo poco istruito come me: mettere insieme i Comuni sulla carta non significa necessariamente farli lavorare come un unico territorio. Ed è probabilmente questo il punto più interessante dell’intera vicenda. Prima di servire, guardare il tabellone E allora forse, nel miglior tennis della politica, prima di servire l’ennesima pallina nel campo dell’avversario sarebbe utile guardare il tabellone. Non per stabilire chi debba vincere la partita, ma almeno per sapere quale partita si stia giocando. Perché i documenti raccontano una storia assai meno semplice delle dichiarazioni di questi giorni.
C’è stata una programmazione regionale, ma c’erano anche soggetti attuatori. C’era un Comune capofila. C’erano i Comuni coinvolti. C’era una Conferenza chiamata a esercitare funzioni di regia e monitoraggio. C’erano strutture tecniche. C’erano cronoprogrammi. C’erano organismi regionali di controllo.
E c’erano responsabilità distribuite lungo tutta questa filiera. A questo punto, da uomo poco istruito, mi permetto un suggerimento ai nostri tennisti della politica: prima di parlare, provare almeno a ricostruire come sono andati i fatti.
Magari si scoprirebbe che la pallina non è sempre stata nel campo dell’avversario. E forse il confronto diventerebbe persino più interessante: non più chiacchiere su chi abbia più colpe, ma risposte su chi doveva fare cosa, che cosa ha fatto, che cosa non ha fatto e perché. Perché alla Valle di Comino interessa probabilmente molto poco sapere chi abbia vinto il torneo delle dichiarazioni.
Le interessa sapere perché, dopo anni di strategie, finanziamenti, accordi, conferenze e monitoraggi, una parte così rilevante di quelle opportunità sia rimasta tanto a lungo sulla carta. E soprattutto restano due domande. Come furono utilizzati quei 187.000 euro destinati alla governance e quali risultati produssero? E se nel 2023 risultava finanziariamente avviato soltanto il 20 per cento degli investimenti, chi se ne accorse, che cosa fece e perché la macchina non riuscì a rimettersi in moto? È a queste domande che, prima o poi, qualcuno dovrebbe rispondere.