Opinioni - Se in un partito nato nel 2007 diventa motivo di celebrazione il fatto che un segretario sia riuscito semplicemente a durare più degli altri, forse il record non certifica la straordinarietà dell'attuale leadership. Certifica la precarietà delle precedenti. È un po' come festeggiare un allenatore perché, finalmente, la società non lo ha ancora esonerato
Devo ammetterlo: questa mi mancava. Elly Schlein è diventata la segretaria più longeva della storia del Partito Democratico. E già la notizia, letta così, possiede una sua involontaria comicità. Ma a renderla irresistibile arriva l'esponente Danilo Grossi, membro della direzione nazionale del Partito: «Il meglio deve ancora venire». (LEGGI QUI: Schlein è da oggi la segretaria più longeva del Pd, Grossi: "Il meglio deve ancora venire")
Speriamo. Perché, se il meglio deve ancora venire, viene spontaneo domandarsi che cosa stiamo festeggiando adesso. La risposta, però, c'è: la durata. Schlein è ancora lì. Evidentemente, nella tormentata storia del Partito Democratico, essere ancora lì è diventato un risultato. Non una vittoria alle elezioni politiche. Non Palazzo Chigi. Non una maggioranza parlamentare. Non il ritorno al governo attraverso il voto degli italiani. No. Il calendario.
A questo punto bisogna riconoscere che il PD è riuscito in un piccolo miracolo politico: dopo anni trascorsi a consumare segretari con una velocità che avrebbe messo in difficoltà persino un ufficio del personale particolarmente efficiente, ha finalmente trovato qualcuno che supera la data di scadenza dei predecessori.
Da Walter Veltroni in poi abbiamo visto praticamente tutto: segretari eletti, segretari dimissionari, reggenti, congressi, primarie, incoronazioni, rottamazioni, ripartenze, nuove partenze e probabilmente qualche ripartenza della ripartenza. Poi è arrivata Elly Schlein. Ed è rimasta. Record. Naturalmente non c'è nulla di male. La stabilità di una leadership può essere persino un valore. Ma da qui a trasformare la permanenza in un titolo politico ce ne passa.
Perché un segretario di partito dovrebbe essere giudicato anche da qualche altro dettaglio: quanti elettori ha conquistato, quanto ha allargato il proprio campo, quale progetto di Paese ha costruito, quali ceti sociali è riuscito a riportare dalla propria parte e, alla fine, se è riuscito oppure no a vincere.
La longevità viene eventualmente dopo. Altrimenti rischiamo di introdurre una nuova disciplina nella politica italiana: la gara di resistenza. Termine, peraltro, che da quelle parti dovrebbe risultare particolarmente familiare. Vince chi resta seduto più a lungo.
Un conto, infatti, è parlare della longevità di un governo. Che abbia governato bene o male dipenderà, naturalmente, dai risultati e dal giudizio politico dei cittadini, che prima o poi emergerà dalle urne. Ma la sua durata significa almeno che un esecutivo ha mantenuto una maggioranza parlamentare, attraversato crisi politiche, approvato leggi, assunto decisioni e continuato a governare.
Il record del segretario più longevo è un'altra cosa. Significa che il segretario è ancora segretario. Informazione certamente corretta. Ma forse non occorre ancora il Quirinale per la cerimonia. Ed è proprio qui che la notizia diventa interessante, perché finisce per raccontare molto più il PD che Schlein.
Se in un partito nato nel 2007 diventa motivo di celebrazione il fatto che un segretario sia riuscito semplicemente a durare più degli altri, forse il record non certifica la straordinarietà dell'attuale leadership. Certifica la precarietà delle precedenti. È un po' come festeggiare un allenatore perché, finalmente, la società non lo ha ancora esonerato. Poi rimane quella frase: «Il meglio deve ancora venire». Ed è forse la frase più interessante dell'intera celebrazione.
Perché se il meglio deve ancora venire, significa che quello che dovrebbe giustificare politicamente tanta soddisfazione, per il momento, non è ancora arrivato. Nel frattempo abbiamo il record. Schlein è la segretaria più longeva della storia del PD. Non ha dovuto battere Berlinguer, De Gasperi o Craxi. Ha dovuto battere i segretari del PD: una categoria politica nella quale, storicamente, la permanenza in carica non è stata esattamente una specialità della casa.
Quindi complimenti a Schlein. Ma soprattutto complimenti al cronometro. Perché quando la politica comincia a festeggiare il tempo trascorso invece dei risultati raggiunti, più che una classifica dei leader servirebbe un calendario.
E quello, almeno, non ha bisogno delle primarie.
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