Cronaca - La replica amara di una cittadina di Cassino al sindaco Enzo Salera dopo la sentenza d'Appello sul risarcimento per la caduta dal marciapiede: "Nove anni di sofferenze non possono essere liquidati come un comportamento speculativo"
Una cittadina di Cassino scrive una lettera aperta al sindaco Enzo Salera. Riceviamo e gentilmente pubblichiamo
Signor Sindaco,
sono una cittadina di Cassino che, dopo una caduta avvenuta su un marciapiede della nostra città, ha affrontato quasi nove anni di sofferenze fisiche, interventi chirurgici, terapie e un lungo percorso giudiziario.
Ho accolto con rispetto la decisione della Corte d'Appello di Roma, pur non condividendola. (LEGGI QUI: Donna cade su viale Dante, sentenza ribaltata: 61mila euro da restituire al Municipio).
In uno Stato di diritto le sentenze si rispettano. Quello che non riesco ad accettare, invece, è di essere stata indirettamente accostata alla categoria dei cosiddetti «furbetti dell'infortunio». Io non sono una furbetta. Sono una donna che ha riportato lesioni gravi e che si è rivolta alla giustizia, ottenendo in primo grado una sentenza pienamente favorevole, all'esito di un'istruttoria, di testimonianze e di una consulenza tecnica.
Una domanda che un Tribunale ha ritenuto fondata non può essere improvvisamente trasformata, nel dibattito pubblico, nel simbolo di un comportamento opportunistico, speculativo o addirittura fraudolento. La Corte d'Appello ha espresso una diversa valutazione delle prove. Nessun giudice, però, ha mai parlato di frode, di simulazione, di artifici o di comportamenti strumentali.
Per questo mi hanno profondamente ferito le dichiarazioni con cui si è parlato di «giro di vite contro i furbetti dell'infortunio», perché pronunciate nel contesto della mia vicenda e inevitabilmente percepite dai lettori come riferite anche alla mia persona. Nessuno contesta il diritto di un'Amministrazione di contrastare eventuali abusi. Ma altra cosa è evocare la figura dei «furbetti» all'indomani di una sentenza che riguarda una persona ben identificabile e una vicenda umana che si trascina da quasi nove anni.
Le istituzioni dovrebbero unire, non individuare bersagli. E un Sindaco dovrebbe sapere che tra il contrasto agli abusi e la delegittimazione di una singola cittadina esiste un confine che non andrebbe mai oltrepassato. Lei, Signor Sindaco, conosce certamente anche un'altra circostanza.
Nel giudizio di primo grado il Comune si costituì tardivamente e non poté neppure chiamare in garanzia la propria compagnia assicuratrice, perché il Tribunale dichiarò tardiva la relativa richiesta. È allora legittimo domandarsi se una diversa gestione del contenzioso sin dal primo grado avrebbe potuto condurre a un diverso assetto delle conseguenze economiche della vicenda, evitando di esporre l'Ente e, quindi, la collettività, a rischi che nulla hanno a che vedere con i presunti «furbetti».
Quanto alle condizioni di molte strade e di molti marciapiedi della nostra città, non credo di dire nulla che i cittadini non vedano ogni giorno. Vi sono criticità che meriterebbero manutenzione, prevenzione e attenzione costante, perché la sicurezza urbana non può essere affrontata soltanto dopo che qualcuno si è fatto male.
Forse sarebbe più utile concentrare gli sforzi nel rendere la città più sicura e nel prevenire gli infortuni, piuttosto che dare la caccia a presunti «furbetti» tra cittadini che hanno semplicemente esercitato il diritto di rivolgersi ad un giudice.
Non provo rancore. Provo soltanto amarezza: per le lesioni subite, per gli anni trascorsi nelle aule di giustizia e, soprattutto, per essere stata fatta sentire, agli occhi della mia città, una persona che avrebbe cercato di approfittare delle istituzioni. Io ho semplicemente creduto nella giustizia e continuerò a credere che un cittadino che si rivolge ai tribunali per vedere riconosciute le proprie ragioni non debba mai essere additato come un «furbetto».
Perdere una causa è un fatto della vita. Essere considerata, senza esserlo, una «furbetta dell'infortunio» è una ferita molto più difficile da accettare.