Cassinate - Cervaro non ha bisogno di miracoli, ma di attenzione, rispetto e coraggio amministrativo. Perché la bellezza, qui, non è mai andata via: è solo nascosta sotto la polvere dell’indifferenza. E non serve un miracolo per restituirla: basta ricordarsi che anche la storia, come la dignità, non muore mai da sola. La si lascia morire.
Ho letto il post dei residenti del centro storico di Cervaro — quelli di via Andreani, Portella e dintorni — che, con tono composto ma fermo, hanno chiesto all’amministrazione comunale interventi urgenti per mettere in sicurezza le strade e sanare edifici ormai fatiscenti. Non è una lamentela di circostanza: è la cronaca di un disagio quotidiano che si trascina da anni, tra promesse disattese e un lento deteriorarsi del tessuto urbano.
Le parole dei cittadini raccontano una dignità ferita, quella di chi chiede solo il minimo: poter camminare in sicurezza, non rischiare che un muro cada o che una scala ceda, e vivere in un paese che rispetti la sua storia. Eppure, passeggiando per il centro, la realtà parla da sola: le strade sono dissestate, gli edifici storici abbandonati, l’illuminazione carente.
Cervaro possiede un centro storico straordinario, costruito su più livelli, con corti, scalinate e passaggi in pietra che raccontano secoli di vita comunitaria. Lungo la basolata, si distinguono ancora le antiche aperture delle botteghe artigiane, scolpite nella pietra viva, segno di un passato operoso che continua a riaffiorare tra le crepe del presente.
Le salite conducono fino all’apice della collina, dove un tempo sorgeva il castello medievale, di cui oggi non restano che le tracce inglobate nella chiesa millenaria che ne occupa l’antico perimetro. L’edificio, con il suo muro di contenimento e le pietre squadrate a vista, custodisce silenziosamente la memoria del borgo fortificato, del quale ancora si percepisce la struttura originaria tra via Trocchio, via Municipio, via Sobborgo e via XXIV Maggio.
Un patrimonio architettonico e paesaggistico che — in qualunque altro contesto — sarebbe il punto di partenza per una rinascita urbana, un luogo di identità e turismo culturale. E invece qui, quel cuore antico vive in bilico tra la bellezza che resiste e l’abbandono che avanza: non un “non luogo”, ma un luogo dimenticato, dove la storia continua a bussare, senza che nessuno apra la porta.
Negli ultimi anni, i bandi pubblici per la rigenerazione dei centri storici si sono moltiplicati: dal PNRR ai fondi regionali, dalle misure per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio ai progetti di valorizzazione turistica. Molti comuni del Lazio hanno saputo coglierli e trasformarli in opportunità concrete. Cervaro, invece, è rimasta ferma.
Per incapacità amministrativa? Per mancanza di volontà politica? O per quella sindrome tutta locale che confonde la gestione della cosa pubblica con la semplice narrazione del potere? La verità è che non mancano le risorse, ma la visione. E mentre i finanziamenti scorrono altrove, il centro storico continua a sbriciolarsi, i cittadini a inciampare — letteralmente e metaforicamente — tra le buche e le promesse.
Parlo da ospite, non da cervarese di nascita. Ho scelto di vivere qui perché ho incontrato una compagna, Rita, e con lei questo paese. Mi sono innamorato prima di una persona, poi del luogo che la circonda. E forse proprio per questo mi fa male vederlo ridotto così: perché potrebbe essere un quartiere vivo, luminoso, accogliente, e invece è lasciato a sé stesso, come se non valesse lo sforzo di crederci. Cervaro non ha bisogno di miracoli, ma di attenzione, rispetto e coraggio amministrativo. Perché la bellezza, qui, non è mai andata via: è solo nascosta sotto la polvere dell’indifferenza. E non serve un miracolo per restituirla — basta ricordarsi che anche la storia, come la dignità, non muore mai da sola: la si lascia morire.