Opinioni - Dall’analisi del voto a Frosinone emerge il fallimento della Riforma Delrio: un sistema di secondo livello che, nel tentativo di tagliare i costi, ha finito per limitare i cittadini nel diritto di scelta
di Riccardo Pignatelli
L’8 marzo si è votato per l’elezione dei nuovi membri del Consiglio della provincia di Frosinone, con il sistema di votazione indiretta; hanno cioè votato i sindaci ed i consiglieri dei 91 comuni che costituiscono il territorio provinciale.
Il voto è avvenuto con la ripartizione ponderale definita in base alla classe demografica di ciascun comune. Il sistema di voto, bisogna ricordarlo, è quello previsto dalla cosiddetta “Riforma Delrio” del 2014, con la quale le vecchie province sono state trasformate in enti “ibridi” di area vasta, cioè enti intermedi di secondo livello, con la sola eccezione di quelli delle regioni a statuto speciale nelle quali la materia ha avuto tutt’altro corso.
Delle iniziali 107 provincie solo 76 hanno subìto la trasformazione di cui è cenno, con aggiunta l’istituzione di 10 Città metropolitane. Come spesso avviene nel nostro Paese certe riforme, presentate all’inizio come innovazioni, nascondono invece una sorta di radice gattopardesca: innovano nella misura in cui trovano riscontro gli interessi politici dei partiti che le propongono e le votano.
Nel caso delle province è proprio avvenuto così, si è passati dalla elezione diretta con cui i cittadini (elettori) si sceglievano i loro rappresentanti a quella indiretta nella quale a votare sono i sindaci ed i consiglieri comunali, organizzati in liste partitiche o civiche, che si eleggono tra di loro.
Una riforma, quella Delrio, spacciata all’inizio come necessaria per dare piena attuazione alla precedente riforma del Titolo V° del 2001; così da eliminare sovrapposizioni di competenze tra Comuni, Regioni e Città Metropolitane e ridurre la spesa pubblica attraverso un migliore decentramento amministrativo, percorso che era già iniziato con le cosiddette Leggi “Bassanini” del 1990.
Obiettivi strategici che francamente non sembrano essere stati raggiunti, visto che i bilanci delle nuove province, nonostante i tagli della prima ora, sono poi tornati ad essere pressochè gli stessi negli anni a seguire, in particolare dal 2019 ad oggi. Anche gli organismi di rappresentanza sono rimasti gli stessi e la ripartizione delle competenze in talune materie continua anche ora ad essere incerta, soprattutto tra province e città metropolitane.
Allora, cosa è cambiato veramente? Democraticità e rappresentatività probabilmente sono peggiorate con il passaggio all’elezione indiretta,vista la mancata partecipazione dei cittadini al voto, atteso “l’esproprio" che c’è stato rispetto al sistema di voto diretto che vigeva prima e prevedeva anche la preferenza. La prova sta nel fatto che se l’8 marzo si fosse votato con il sistema di elezione diretta molto probabilmente la scelta dei cittadini non sarebbe stata eguale ai risultati attuali.
L’allargamento della base elettorale, infatti, avrebbe condizionato sia le liste che gli eletti e, quindi, il risultato finale avrebbe determinato un Consiglio provinciale diverso da quello appena eletto. Non è tanto un discorso di facce, quanto di rappresentatività. La rappresentatività popolare esprime un “sentiment” diretto dei cittadini e della società nei confronti degli Organi che si vanno ad eleggere, la rappresentanza indiretta sostanzia di più strategie di potere per la conquista del governo di un territorio.
Questo è il principale limite della cosiddetta “Riforma Delrio” Inutile tacerlo, essa esclude di fatto il cittadino dalla partecipazione attiva e diretta alla gestione della cosa pubblica. La verità è che quando un sistema di voto esclude la partecipazione diretta del cittadino si riduce anche il gradiente democratico della rappresentanza basata sulla sovranità popolare.
Ecco perché oggi, a distanza di appena dodici anni dalla riforma, si torna a parlare di rimettere mano alla Legge n. 56 del 2014 tornando alla elezione diretta dei Consigli provinciali.
Si discute anche di come superare le incertezze di ripartizione delle competenze all’interno della cosiddetta “area vasta” e si comincia a valutare meglio, lo sta facendo anche la Corte dei Conti, il rapporto costi /benefici determinati dalla riforma in questi anni, studiando le possibili vie d’uscita per evitare ingiustificate moltiplicazioni di costi che si riverberano poi sui cittadini.
In conclusione, la legge n.56/ 2014 può tranquillamente definirsi una riforma tentata ma rimasta incompiuta; all’inizio si è cercato di abolire le province riducendo gli stanziamenti, le funzioni ed il personale ( circa 16.000 dipendenti sono stati trasferiti in altri enti o posti in pensione) , la spesa per investimenti è stata drasticamente tagliata, la spesa corrente ridotta, ma poi ci si è accorto che sul tavolo rimanevano comunque da gestire 130 mila Km di strade, 5200 scuole destinate a circa 2,5 milioni di studenti, 30.000 tra ponti e gallerie, ed altro ancora .
Con la bocciatura del referendum del 2016 è poi definitivamente caduta ogni ipotesi si soppressione definitiva di questi enti e successivamente dal 2018 in poi si è tornati a rifinanziare le province, ad assumere nuovo personale e ad allocare maggiori risorse per la manutenzione di strade e scuole rimaste in carico sempre alle stesse province.
Oggi anche l’UPI ( Unione delle Province Italiane) si dichiara favorevole ad un ritorno alla elezione diretta dei Consigli provinciali, qualora il Parlamento decidesse di intervenire in tal senso, con l’auspicio che con l’occasione si definiscano meglio anche gli ambiti di competenza tra Regioni, Comuni e Città Metropolitane e soprattutto che si torni a ricostituire un rapporto diretto di questi enti con i cittadini.
Uscendo fuori da quell’alchimia politica posta da una “riforma bandierina” con la quale si pensava di ridurre la spesa pubblica con il semplice taglio degli enti intermedi, piuttosto che razionalizzarne i costi ed obbligarli a spendere in modo mirato le risorse pubbliche assegnate, sulla base di una seria pianificazione degli obiettivi strategici posti in bilancio ed a fronte di una attenta e costante valutazione dei risultati, cosa che non è avvenuta.
Per concludere, l’elezione indiretta oltre a costituire un deficit di rappresentatività democratica, riduce il potere di controllo dei cittadini sui poteri locali, aumenta l’astensionismo dal voto e costituisce un serio rischio di “castificazione” della politica, cose sulle quali oggi bisognerebbe interrogarsi non poco in tempi in cui la percentuale di chi non va più a votare sta raggiungendo il 60% del corpo elettorale!
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