Opinioni - Se la magistratura è un potere dello Stato, la sua riforma è un atto di sovranità popolare. Riflessione sul limite sottile tra autonomia e corporativismo
In questi giorni, leggendo Leggo Cassino, mi ha colpito un titolo insieme ai vari interventi a sostegno del NO: “Il NO al Referendum e la storia del Novecento”. Il dubbio nasce dall’insistenza con cui una parte politica sostiene che questa non sarebbe una riforma della giustizia. A sostegno di questa tesi vengono citati argomenti come la stabilizzazione dei precari o la riduzione dei tempi dei processi. Questioni certamente importanti, ma che riguardano soprattutto l’organizzazione del sistema giudiziario.
A me sembra invece che così si finisca per eludere il punto vero della discussione, che riguarda il significato della parola giustizia e il presupposto implicito che sta dietro a quella affermazione. Il dubbio sull’insistenza di una parte politica a sostegno del NO che afferma con forza che non è una riforma della giustizia perché non stabilizza i precari e non riduce i tempi dei processi l’ho già affrontato in un mio precedente articolo, rispondendo con una espressione napoletana molto semplice: “che c’azzecca?”.
Essendo però molto critico con me stesso ho cercato di capire meglio. E ascoltando la segretaria del PD affermare: “lo dice anche Nordio!”, ho avuto la sensazione di aver individuato il vero nodo della questione. La questione politica non è la parola “giustizia”.
La questione politica è il presupposto implicito che sta dietro a quella affermazione. Per giustizia, infatti, si intende l’intero sistema: tribunali, organizzazione giudiziaria, personale amministrativo, tempi dei processi e naturalmente anche la magistratura. La riforma di cui si discute, invece, riguarda solo uno di questi elementi, cioè la struttura della magistratura.
Se la magistratura è uno dei tre poteri dello Stato, allora riformare la magistratura significa riformare una parte del sistema della giustizia. Dire quindi che non è una riforma della giustizia appare più una formula polemica che una descrizione reale del problema, perché se la magistratura è parte del sistema della giustizia, riformarla significa comunque intervenire su una parte di quel sistema. Nel cercare di capire meglio questo nodo mi è tornata utile anche una riflessione che sto portando avanti da qualche tempo leggendo i lavori preparatori della nostra Costituzione.
Sul sito del Senato della Repubblica è possibile trovare la relazione introduttiva con cui venne istituita la commissione parlamentare incaricata di scrivere la Carta. Da quelle pagine emerge una cosa molto semplice che spesso oggi dimentichiamo: la Costituzione italiana non fu scritta contro qualcuno, ma per costruire qualcosa. Non per difendere un potere dagli altri, ma per mettere i poteri dello Stato in equilibrio tra essi. Vale forse la pena ricordare che l’incipit dell’articolo 104 della Costituzione non cambia di una sola parola: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.” Se davvero l’obiettivo fosse quello di colpire l’indipendenza della magistratura, difficilmente si lascerebbe intatto proprio il principio che la Costituzione pone a fondamento del suo ordinamento.
È in questo contesto che si collocano anche le riflessioni di Piero Calamandrei, uno dei protagonisti della Costituente, che difese con forza l’indipendenza della magistratura ricordando però che nessuna istituzione deve trasformarsi in una corporazione chiusa in se stessa. Forse anche alla luce di questa storia va letto il richiamo alla “storia del Novecento”. Negli anni Sessanta e Settanta, dentro la magistratura nascono correnti organizzate e si diffonde l’idea che il giudice non sia soltanto la “bocca della legge”, ma anche un interprete della società.
In questo clima nasce Magistratura Democratica, mentre cresce il ruolo dell’Associazione Nazionale Magistrati. Si afferma così una visione destinata a segnare il dibattito per decenni: la magistratura non solo come applicatrice della legge, ma anche come custode dei valori costituzionali. Il passaggio decisivo arriva negli anni Novanta con l’inchiesta Mani Pulite. Con il crollo dei partiti della Prima Repubblica e la perdita di credibilità del sistema politico, la magistratura appare agli occhi di molti come l’unico potere capace di ristabilire la legalità. Nasce così una convinzione che ancora oggi pesa nel dibattito italiano: quando la politica fallisce, interviene la magistratura.
Da allora il confronto pubblico vive una tensione costante. Per alcuni la magistratura rappresenta l’ultimo argine contro gli abusi della politica. Per altri è diventata un potere che fatica ad accettare di essere riformato. È qui che nasce lo scontro sulle parole. Quando si parla di riforma, una parte teme che la politica voglia indebolire chi la controlla. L’altra sostiene invece che nessun potere dello Stato può essere sottratto alla riforma. Forse, allora, la vera domanda non è se si stia riformando la giustizia o la magistratura. La vera domanda è un’altra. I costituenti volevano una magistratura indipendente o un potere intoccabile? Perché la Costituzione non nacque per difendere un potere dagli altri. Nacque per impedire che qualunque potere potesse considerarsi intoccabile.…senza dimenticare che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Articolo precedente
Stellantis, volantinaggio ed adesioni: tutto pronto per la manifestazione del 20 marzoArticolo successivo
"Corriamo verso Montecassino", un evento internazionale che va oltre lo sport