Giustizia: il referendum, il gioco delle parti e la lentezza dei processi: ma che c’azzecca?

Opinioni - Tra riforma della Costituzione e propaganda sui tempi dei processi: perché l'uso politico del linguaggio finisce per etichettare moralmente gli elettori invece di informarli

Giustizia: il referendum,  il gioco delle parti e la lentezza dei processi: ma che c’azzecca?
di Dario Nicosia - Pubblicato: 04-03-2026 19:57 - Tempo di lettura 4 minuti

Il 22 e 23 marzo gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale della giustizia. Si può votare Sì. Si può votare No. In democrazia entrambe le posizioni sono legittime. Quello che invece merita una riflessione è il modo in cui si chiede agli elettori di scegliere. Perché il linguaggio non è mai neutro. Le parole collocano. Collocano politicamente, culturalmente e, a volte, anche moralmente. Ed è proprio questo che mi ha colpito nel dibattito di questi giorni.

Esponenti del Partito Democratico – dalla segretaria Elly Schlein a dirigenti come Debora Serracchiani e Andrea Orlando – invitano a votare No sostenendo che questa riforma non riduce i tempi dei processi, non aumenta gli organici dei tribunali e non affronta i problemi concreti della giustizia.  Argomenti simili vengono ripetuti anche da altri leader dell’opposizione, come Giuseppe Conte, o da esponenti della sinistra come Nicola Fratoianni. Il punto su cui insistono è sempre lo stesso: la riforma non inciderebbe sui problemi reali della giustizia italiana. E nessuno nega che quei problemi esistano. Ma resta una domanda semplice.

Il referendum riguarda una riforma costituzionale sull’assetto della magistratura. I tempi dei processi, gli organici dei tribunali e l’organizzazione degli uffici giudiziari dipendono invece da leggi ordinarie, dall’organizzazione amministrativa e dalle scelte di bilancio.
A questo punto la domanda viene spontanea, come si direbbe a Napoli: ma che c’azzecca?

Personalmente voterò Sì. Non perché qualcuno me lo dica, ma perché ci sono arrivato ragionando. Nel 1988, con il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, l’Italia cambiò profondamente il processo penale introducendo un modello accusatorio fondato sul contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo.

Da allora il tema della separazione delle carriere è tornato più volte nel dibattito istituzionale. Se ne parlò anche nella Commissione bicamerale del 1997, presieduta da Massimo D’Alema. Questo per dire una cosa semplice: la discussione su questo tema non nasce oggi.

In un confronto avuto su questo tema con una persona che stimo molto, sia sul piano professionale ma, sopratutto  su quello umano, mi è stato fatto notare che forse non sarebbe nemmeno necessaria una riforma costituzionale per separare le carriere. Siccome sono abituato – per quanto possibile – a mettermi in discussione, ho fatto la cosa più semplice: sono andato a rileggere il testo della Costituzione. Non da giurista, ma da cittadino che prova a capire.

Del resto la Costituzione non è un manuale per specialisti: è un testo scritto perché ogni cittadino possa leggerlo. E leggendo gli articoli che riguardano la magistratura ho notato una cosa che mi ha colpito. La Costituzione parla di magistrati e di funzioni, non di carriere. L’articolo 107 afferma infatti che: “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”. Ho guardato anche le disposizioni transitorie della Costituzione, che prevedevano l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario al nuovo dettato costituzionale. In quelle disposizioni si stabiliva che, entro un certo termine, si sarebbe dovuto procedere alla riforma dell’ordinamento della magistratura per renderlo conforme ai principi della Costituzione.

Ma anche qui il linguaggio utilizzato non parla di separazione delle carriere. Parla piuttosto di adeguare l’ordinamento della magistratura ai principi costituzionali, che – leggendo gli articoli dedicati alla magistratura – fanno riferimento a un ordine unitario e alla diversità delle funzioni. Rileggendo la Costituzione mi ha colpito anche un’altra parola, che nel dibattito politico quasi non si sente mai. L’articolo 104 dice che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Ordine. Non “carriere”. Non “due magistrature”. Non “separazione”. Poi, dentro questo ordine, l’articolo 107 parla di diversità di funzioni.

E allora, se prendo sul serio il linguaggio della Costituzione, vedo questo: un ordine unitario e, al suo interno, funzioni diverse. Posso sbagliarmi. Ma almeno qui non sto facendo propaganda: sto leggendo parole scritte. Nel dibattito pubblico tornano spesso tre argomenti. Il primo è che la riforma non riduce i tempi dei processi. Il secondo è che non aumenta gli organici dei tribunali. Il terzo è che servirebbe alla maggioranza per proteggere i politici o garantirsi una sorta di immunità.

Sono affermazioni che colpiscono immediatamente l’opinione pubblica, perché toccano problemi reali della giustizia italiana. Ma leggendo il testo della riforma si scopre che nessuno di questi punti è l’oggetto del referendum. I tempi dei processi dipendono dai codici di procedura, dall’organizzazione dei tribunali e dalle risorse disponibili. Gli organici dipendono dalle leggi di bilancio. E per quanto riguarda la presunta immunità dei politici, nel testo della riforma non compare alcuna modifica alle norme costituzionali che disciplinano le immunità parlamentari.

Questo non significa che la riforma sia giusta o sbagliata. Significa semplicemente che il referendum riguarda altro. Il punto che mi interessa davvero non è stabilire chi abbia ragione nel merito della riforma. Il punto è il linguaggio che si usa quando si parla agli elettori. Quando nel dibattito pubblico si arriva a dire – esplicitamente o implicitamente – che votare No significa stare dalla parte delle persone per bene, mentre chi vota Sì viene collocato dall’altra parte, allora il linguaggio smette di essere uno strumento di discussione e diventa uno strumento di classificazione morale. Ed è proprio questo che trovo sbagliato. Non perché qualcuno debba votare Sì o No. Ma perché gli elettori non dovrebbero essere etichettati moralmente per una scelta politica.

Io non sono un giurista e non ho la pretesa di insegnare nulla a nessuno. Sono semplicemente una persona che prova a pesare le parole. Io voterò Sì. Altri voteranno No con convinzioni altrettanto legittime. Gli italiani possono votare Sì o No. Quello che non meritano è essere trattati come se non fossero in grado di capire su cosa stanno votando.





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