Attualità - Un’amicizia nata nei primi anni Duemila nella città di Cassino con un uomo che ha trascorso più tempo della sua vita in Italia che nel suo Paese d’origine. Da tre anni non può lasciare l’Ucraina a causa della guerra: ha subito un lutto familiare, ha perso il lavoro e vive nascosto per evitare l’arruolamento coatto
di Marco Di Vossoli
La sensibilità verso le sofferenze altrui ha sempre accompagnato il mio percorso personale. Negli anni ho cercato, nel mio piccolo, di dare voce e sostegno a realtà dimenticate: dal reportage fotografico Aida Camp Palestina, dedicato ai campi profughi palestinesi di Betlemme, alle raccolte di materiale sanitario da banco per la popolazione della Striscia di Gaza, consegnate alla Mezzaluna Rossa. Gesti nati dall’esigenza di non restare spettatore passivo di fronte alle ingiustizie. Ma nessuna esperienza, per intensità emotiva, è paragonabile al mio secondo viaggio nel distretto ucraino di Černivci. Non un viaggio per curiosità o per necessità, ma per amicizia.
Un’amicizia nata nei primi anni Duemila nella città di Cassino con un uomo che ha trascorso più tempo della sua vita in Italia che nel suo Paese d’origine. Da tre anni non può lasciare l’Ucraina a causa della guerra: ha subito un lutto familiare, ha perso il lavoro e vive nascosto per evitare l’arruolamento coatto. È solo, vulnerabile, e proprio per questo ogni mio arrivo per lui rappresenta un respiro di normalità. Per raggiungerlo prendo l’aereo fino alla Romania e poi un autobus che attraversa la frontiera e mi conduce nella città dove vive. Mentre preparo il viaggio, la paura si affaccia ma non basta a fermarmi.
Nell’ultima visita un drone aveva distrutto la facciata di una palazzina non lontana dal mio alloggio. Più volte le sirene antiaeree hanno squarciato il silenzio, spingendomi a cercare riparo nelle cantine di scuole e asili. Ricordo i bambini che scendevano sottoterra con naturalezza, come fosse una routine: un’abitudine che nessun bambino dovrebbe mai conoscere. Rimango un paio di notti, il tempo di portare un po’ di solidarietà, qualche aiuto materiale, ma soprattutto la mia presenza. Il senso vero del viaggio è questo: ricordare al mio amico che non è solo, che qualcuno è disposto ad attraversare mezzo continente per raggiungerlo. Perché se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato è che l’amicizia autentica può superare confini, conflitti e sirene d’allarme.
In fondo, «non sarò mai abbastanza cinico da credere che il mondo non possa essere migliore di com’è, ma non sarò neanche così stupido da pensare che possa cambiare se non parto da me». Perché ogni gesto, anche il più piccolo, vale di più di qualsiasi parola e, se ciascuno di noi scegliesse di spenderne almeno uno, il mondo inizierebbe davvero a diventare un posto migliore.
Articolo precedente
Dalle auto ai mezzi per l'Esercito: ecco la svolta per salvare Stellantis e l'occupazioneArticolo successivo
Pietro Pacitti sale in cattedra all'assemblea di 'Noi Moderati'