A ruota libera: sulla traiettoria di viaggi ed idee - Tra la seta e la ruggine, la vera intimità si scopre oltre i confini del mondo, quando si impara ad ascoltare il cuore e non solo la mente. “Sabrning tagi oltin qaziq”, dicono gli abitanti di questo paese, ossia: lavora sodo su te stessa, soltanto così avrai l’oro: saprai riconoscerti ed andare dove anche gli altri saranno capaci di farlo
Mentre scrivo è tardi, ed è il 31 agosto, anzi, fra poco, fra meno di un’ora sarà quel 1 settembre che ho indicato a tutti come data per risentirci: l’ho detto al commercialista; all’amministratore di condominio, al collega con il quale abbiamo quella trattativa aperta, al cliente ansioso che ha udienza all’anno nuovo ma vuole qualche novità ora, entro l’anno, possibilmente entro Natale, e comunque il prima possibile. L’ho messo in evidenza sull’agenda, sottolineato in rosso, ed ora avanza inesorabile sul fondo dell’oblò della lavatrice, che mentre si inghiotte gli ultimi lembi dell’estate, con i costumi sfilacciati e sbiancati dal sole e dalla salsedine, ti sbatte sul vetro, come una musica incessante e malinconica, quella data, cantandola come una strana e meccanica canzoncina.
Eppure nella testa mi rimbomba la frase di Jamal, che non capiva quando parlavo così veloce, e gesticolavo fra le stradine punteggiate da moschee colorate di blu, nella Samarcanda cantata da Vecchioni, e mi invitava a masticare le parole più adagio, dicendomi con il sorriso “Here life is slow”. Va via soffice, ti scorre fra le mani come la seta, in questo crocevia di culture, religioni, razze e lingue, lungo quella rotta avventurosa e magica, profumata di olii e di commerci di beni preziosi, ben descritta dall’esploratore Marco Polo nel suo “Il Milione”, e che ti incanta come un serpente a scena aperta, che si arrotola su se stesso e cambia pelle, fino a confonderti ed ingannarti sulla sua reale natura: ti chiedi se sia sempre lo stesso, quello dell’inizio, oppure sia cambiato fino ad essere sostituito da un altro.
Nulla è come pare in questo percorso esotico e lontano in quel dell’Uzbekistan: qui, dove l’Islam è moderato e viene confinato nel sentimento privato di ogni singolo, lontano dal poter essere predicato negli uffici pubblici e nelle scuole, si trovano le tracce di un territorio che, trovatosi ad essere la periferia dei grandi imperi che gli ruotavano attorno, è stato anche protagonista di tante devastazioni, dai persiani, passando per Alessandro Magno, continuando con gli arabi dell’espansione islamica, poi i mongoli di Gengis Khan, l’impero Russo e infine l’Unione Sovietica.
Eppure al netto delle carneficine che l’hanno attraversato, qui, nel cuore dell’Asia Centrale, riconosci, con la nitidezza delle immagini migliori, l’odierno splendore che la percorre e che, a partire dal conterraneo Tamerlano, originario di Samarcanda, gli Uzbeki hanno contribuito ad erigere, ricostruire e proteggere, fra madrasse, mausolei e minareti, che testimoniano tutta la dignità di un popolo che non si è arreso al dolore, ma che anzi l’ha saputo trasformare in un’occasione di rivalorizzazione culturale e di restauro artistico. È una terra che, di fatto, non tradisce il suo passato, e lo celebra raccontando al mondo che la viene ad osservare, una sua fertilità che spazia dall’algebra, con Al Khwarizmi, padre dell’algoritmo, ed Avicenna, filosofo che troviamo menzionato perfino nella Divina Commedia.
È qui che, passeggiando nell’oasi di Khiva, con la sensazione di essere su un set cinematografico perenne, o facendo lo slalom nell’intricata storia di questa Regione, lasciandomi lusingare dai colori sgargianti dei lapislazzuli di Samarcanda, o dei minareti di Bukhara, che sono stata rapita da qualcosa che non mi capitava da un po': ho rallentato, ho osservato e ho riconosciuto. Mi viene in mente la battuta finale di Elena Sofia Ricci nel film “Diamanti”: “La magia del cinema non sta in quello che si vede, ma in quello che si sente”: vale anche nella vita; le cose essenziali, quelle che hanno la forza di estrapolarsi dal contesto, le devi toccare con i sensi: sono loro che ti conducono, e non basta che guardi ciò che ti circonda, non basta lo sguardo distratto che il mondo oggi ci ha assegnato, occorre quello vigile, quello dell’istinto allenato, quello di chi si sa ascoltare e non ha paura di ciò che gli si viene a dire.
Me lo ha insegnato tutto in questo viaggio: la macchina fotografica di Nicola, che arrivava oltre il paesaggio, fra le pieghe delle rughe scolpite dalla fatica degli uomini sui muli, al confine con il Tagikistan, o dentro le venuzze sottili delle mani arrossate dall’acqua del fiume che le bagnava ininterrottamente, in quel andare e venire di sapone sui grossi e colorati tappeti, sui quali le donne tenevano chinata la testa in un atto di lavoro ed idolatria assieme; ti spiegava la vita la foto di Nick, oltre la timidezza e la lingua sconosciuta del popolo Uzbeko; me lo hanno insegnato i bambini che scappavano dalle case di argilla e fango, di calcestruzzo precario e ghisa, per correre in strada, buttando da parte il loro pallone di pezza, a salutare i van pieni di facce strane, bianche, riposate ed occidentali, così singolari che parevano uscire da un videogioco.
Quand’è l’ultima volta che ho incontrato lo stupore? Che sia quello di un bimbo, o perché no, anche di un adulto. È stata questa l’ultima volta: la volta di questo viaggio che non sa finire e che lo so resterà il più bello, il più suggestivo, il più magico finchè non ne arriverà un altro. È stato lo stupore di tornare a commuoversi, tutti insieme, su una montagnola di deserto, prima di passare la notte in yurtha, quando abbiamo smesso all’improvviso di essere quel residuo di sconosciuti che ancora ci portavamo dietro: quando ognuno, sotto l’effetto naturalmente psichedelico del cielo stellato, in preda alla fame di desideri da consegnare ad una stella cadente, ci siamo riconosciuti fino in fondo, nelle nostre storie fatte di lividi, rincorse, tentativi, e sogni ancora da cullare come bimbi appena nati.
È stata l’inquietudine colorata di Nicole, che mi è arrivata senza che parlasse; è stato Fabio, che è ha scovato, e nel contempo accettato, con naturalezza, le fragilità di chi è sempre un po' distratta, troppo spontanea per stare zitta e pensare almeno un secondo, di chi è sempre in procinto per fare qualcosa che diventerà l’argomento del giorno sul quale ridere; è l’età matura e sensibile di Peghin, dentro il suo ciuffo che si impenna ad ogni sua affermazione e che lo consegna alla storia di personaggio iconico del nostro viaggio. Siamo noi, tutti noi, che ci congediamo con il magone ed il groppone in gola, mentre ancora ci pare di cantare a squarciagola, mentre a mano a mano scopro la dolcezza di Simone, l’arguzia di Edo o la limpidezza di Greta e mi pare che Matteo possa da un momento all’altro improvvisare un concerto di Olly: è Ludovica, che ha saputo accompagnare, tessere, cucire ogni pezzo del nostro puzzle interiore a quello dell’altro, escogitando l’occasione per mescolarci, per annusarci con curiosità e per raccontarci senza alcuna paura del giudizio.
Del resto è proprio questa l’intimità. Non ciò che tocca, non ciò che scopre, perché più che i corpi l’intimità vera spoglia le anime; è ciò che a distanza lega. È quello che sorprendentemente dei tuoi abissi l’altro indovina, senza bisogno che tu gli faccia strada; sono tutti i pesi di cui ti libera nella sua assenza di giudizio.
Ma per stare dove la incontri l’intimità vera, per riconoscerla, riconoscere i tuoi posti, la tua “gente”: “Sabrning tagi oltin qaziq”, dicono gli Uzbeki, ossia: lavora sodo su te stessa, soltanto così avrai l’oro: saprai riconoscerti ed andare dove anche gli altri saranno capaci di farlo.
Perché non importa quanto sarà improbabile reincontrarci; importa piuttosto che di tanto in tanto mi capiterà di sentire alle spalle la risata di Ludovica; vedrò l’impugnatura di una macchina fotografica e mi verrà voglia di sbirciare nell’obiettivo come se a reggerlo fosse Nick, e mi avvolgerà di spalle, in una sera di fine estate, come questa, con le gambe appoggiate sulla ringhiera e le luci della piazza del mio quartiere, la confidenza di Giovanni, il suo spaccato di vita raccolto per strada e quella sua fiducia nella vita e negli altri che fa sembrare di zucchero filato, buone da mangiare, anche le montagne e le salite più impervie.
Sono stati loro, anche, e lo saranno per tanto altro ancora, quel posto al quale devi tornare, quello da riconoscere, senza confini, strade e muri, quello che si fa spazio come fosse cielo stellato nel deserto dentro di te.
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