Il dissenso in consiglio comunale è un diritto da tutelare, non da censurare

Opinioni - La massima assise civica non è una classe: si può ascoltare senza reagire, anche la più elementare sciocchezza. Il rischio è quello di ridurre l’aula consiliare a un luogo sterile, silenziato, dove l’unico suono ammesso è quello del conformismo

Il dissenso in consiglio comunale è un diritto da tutelare, non da censurare
di Dario Nicosia - Pubblicato: 07-04-2025 20:02 - Tempo di lettura 2 minuti

Ho letto con attenzione e rispetto l’articolo del professor Costa, autorevole voce della nostra comunità, che paragona l’aula consiliare del Comune di Cassino a una classe scolastica con “due o tre elementi indisciplinati” che ostacolerebbero il buon funzionamento dei lavori.

Pur comprendendo le sue preoccupazioni e riconoscendo la validità di alcuni punti sollevati, mi permetto di offrire una prospettiva differente sul ruolo e sulla natura del consiglio comunale.

C’è una premessa che dovrebbe essere condivisa da chiunque crede nella democrazia: si può ascoltare senza reagire anche la più elementare sciocchezza. È una forma alta di maturità istituzionale e personale. Ed è soprattutto una forma di rispetto per quella pluralità di voci che, nei luoghi deputati al confronto democratico, devono poter esprimersi, anche a costo di uscire momentaneamente dai confini della perfetta aderenza al regolamento.

Il consiglio non è una classe. I consiglieri non sono alunni. Sono rappresentanti eletti dal popolo e, in quanto tali, esprimono – anche attraverso lo scontro, anche con toni forti o fuori tema – la voce dei cittadini. Che poi ci siano regole da rispettare, è sacrosanto. Ma ogni norma, ogni articolo del regolamento, non può mai diventare uno strumento punitivo o censorio. Perché il rispetto delle regole, in democrazia, non deve mai servire a zittire, ma semmai a contenere, orientare, dare forma al dissenso, non a soffocarlo.

È vero: il consiglio comunale è anche luogo di rispetto reciproco e di responsabilità. Ma è, e deve restare, anche e soprattutto la cassa di risonanza della città, lo spazio dove i cittadini – attraverso i loro rappresentanti – possono far sentire la propria voce. Anche se fastidiosa, anche se scomoda, anche se “divagante”.

Parlare in aula leggendo un testo che tocca temi diversi da quelli strettamente all’ordine del giorno può apparire un’infrazione. Ma se dietro c’è una denuncia, un richiamo politico, una presa di posizione che riguarda la comunità, non è il gesto in sé a doverci scandalizzare, bensì ciò che lo ha reso necessario.

Il rischio vero, oggi, non è la “ricreazione” evocata con toni severi nell’articolo. Il rischio è quello di ridurre l’aula consiliare a un luogo sterile, silenziato, dove l’unico suono ammesso è quello del conformismo.

E se davvero serve un controllo su ciò che viene detto e fatto nell’aula consiliare, lasciamo che a esercitarlo siano i cittadini, non chi siede sul banco del giudizio. Lasciamo ai cittadini-elettori l’attività censoria dei propri rappresentanti. È a loro, e solo a loro, che dobbiamo rispondere davvero.





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