Opinioni - Le riflessioni dei Giovani Democratici sollevano interrogativi: perché chiamare in causa la sfiducia nelle istituzioni? E perché il giudizio sull'uso della forza sembra cambiare a seconda di chi manifesta?
Gli episodi di violenza verificatisi a Milano, Torino e Bologna richiedono una riflessione seria. È proprio questa frase dei Giovani Democratici a lasciarmi perplesso: «la sfiducia verso le istituzioni può contribuire ad alimentare comportamenti aggressivi». Il lessico non è un dettaglio. Dire che la sfiducia verso le istituzioni può alimentare l’aggressività significa suggerire un nesso che andrebbe spiegato e dimostrato. Di quale sfiducia parlano? Verso quali istituzioni? E perché evocarla proprio mentre si discute di aggressioni e ordine pubblico? Così formulata, la frase sposta l’attenzione da chi compie atti violenti e rischia di far apparire le istituzioni — comprese le forze dell’ordine — come una delle cause del problema. Se non era questo il significato, allora le parole sono state scelte male; se invece era proprio questo, il nesso va argomentato. Forse è il lessico, prima ancora, che non si insegna più nella scuola di cui si denuncia il degrado.
Il problema emerge anche in una certa lettura dei provvedimenti sulla sicurezza: misure diverse vengono ricondotte a un’unica offensiva punitiva contro giovani, migranti, attivisti e manifestanti. A questa rappresentazione si accompagna talvolta l’idea che la protesta sia sempre, o quasi sempre, espressione di dissenso legittimo, mentre la risposta dello Stato sia il vero elemento da mettere sotto accusa. È una chiave di lettura che non aiuta a capire i singoli episodi. E quando chi chiede sicurezza o l’applicazione delle regole viene descritto con parole che ne screditano le motivazioni, non si sta soltanto criticando una legge: si delegittima anche una parte dei cittadini e la funzione delle istituzioni.
Questo vale anche per i media. Raccontare una manifestazione significa riferire le ragioni della protesta, ma anche ricostruire che cosa è accaduto, se vi siano stati scontri, danneggiamenti o aggressioni, come si sia comportata la polizia e quali siano state le conseguenze. Fermarsi alle immagini dei manganelli, senza ricostruire il contesto e le condotte di tutti i soggetti coinvolti, può trasformare il racconto in una presa di posizione.
Ai Giovani Democratici vorrei porre anche un’altra domanda: quanto è diversa la scuola di oggi da quella di ieri? Non basta evocare la scuola come risposta a ogni disagio: occorre dire che cosa è cambiato nel rapporto tra studenti, insegnanti e istituzioni, quale spazio resti all’autorevolezza e come si insegni a rispettare le regole e a confrontarsi con chi la pensa diversamente. Se la scuola è cambiata, bisogna discuterne senza nostalgia e senza slogan, interrogandosi anche sulle responsabilità delle scelte politiche che l’hanno trasformata. Chiedere più investimenti è legittimo; non sostituisce, però, la necessità di ragionare su che cosa oggi la scuola riesca a trasmettere e su che cosa non riesca più a fare.
C’è poi una questione che non può essere elusa: la coerenza nel giudicare l’uso della forza. A Torino, nel gennaio 2022, durante le proteste studentesche seguite alla morte di Lorenzo Parelli, i manganelli furono usati contro manifestanti che contestavano l’alternanza scuola-lavoro; alcuni studenti rimasero feriti. A Pisa, nel febbraio 2024, la manifestazione era pro-palestinese, nel contesto della guerra a Gaza. Dopo quei fatti Sergio Mattarella dichiarò: «Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». La frase è sua, e non c’è ragione di fingere il contrario. Nello stesso intervento il Presidente richiamò la necessità di garantire sicurezza tutelando la libertà di manifestare. Il ministro dell’Interno era Matteo Piantedosi, nel governo Meloni.
I contesti erano diversi e non vanno confusi. Ma i manganelli erano gli stessi, e in entrambi i casi erano impiegati da forze dell’ordine chiamate a gestire una manifestazione. La domanda è dunque inevitabile: il loro uso rappresenta sempre un fallimento, oppure il giudizio cambia a seconda della causa della protesta e del colore politico del ministro dell’Interno? Se la critica è fondata, deve valere con la stessa misura in ogni circostanza; se invece dipende da chi manifesta, allora non è un principio, ma una scelta di parte.
Anche ciò che accade in Francia in questi giorni impone di distinguere tra chi manifesta pacificamente e chi commette reati, senza confondere arresto, custodia cautelare e condanna. Il ministero della Giustizia francese ha riferito che, dall’inizio delle mobilitazioni scolastiche di settembre fino all’8 ottobre, 6.877 persone erano state sottoposte a fermo di polizia; l’86 per cento era minorenne. Per 2.376 persone erano state avviate azioni giudiziarie, tra cui 1.923 minori; sei minorenni risultavano collocati in custodia cautelare. Questi dati non significano che tutti siano stati condannati o incarcerati: descrivono fasi diverse del procedimento.
Dopo i disordini del 17 ottobre a Lione, alcuni adulti sono stati giudicati con procedimenti rapidi e condannati a pene detentive; sei minorenni sono stati invece rinviati davanti al giudice minorile. A Reims un diciannovenne, quindi maggiorenne, è stato condannato a sei mesi di carcere per il lancio di pietre contro le forze dell’ordine. Anche qui la distinzione è essenziale: la risposta penale rapida per gli adulti non va presentata come se fosse la stessa procedura applicata ai minorenni.
È questo il senso della certezza della pena: non la punizione automatica, né il carcere invocato come risposta a ogni problema, ma l’accertamento delle responsabilità e l’applicazione effettiva di sanzioni proporzionate, dopo un procedimento regolare. La violenza non si giustifica con il disagio, ma neppure ogni manifestante può essere identificato con chi aggredisce o distrugge.
Investire nella scuola, nei trasporti e nelle opportunità per i giovani è necessario. Ma non può diventare una formula che chiude la discussione, né un modo per spostare il tema dalla responsabilità individuale e dal rispetto delle istituzioni. La fiducia non si costruisce attribuendo alla polizia la colpa di ogni conflitto; si costruisce chiedendo conto degli abusi quando ci sono, condannando con chiarezza le aggressioni e applicando le regole con imparzialità. È da questa coerenza, non dalle etichette politiche, che si misura la credibilità di chi parla ai giovani.
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