Non siamo etichette: quando la tutela dei diritti rischia di diventare una gabbia

Opinioni - Religione, professione, genere e appartenenza politica diventano spesso definizioni assolute. Ma nessuna categoria può raccontare fino in fondo la complessità di una persona. Quote rosa e diritti: il dibattito sulla nuova legge elettorale riapre una questione più profonda: garantire pari opportunità significa riconoscere il merito o assegnare posti in base all'appartenenza?

Non siamo etichette: quando la tutela dei diritti rischia di diventare una gabbia
di Dario Nicosia - Pubblicato: 13-10-2026 06:51 - Tempo di lettura 4 minuti

Nella pagina delle lettere del Foglio mi ha colpito l’intervento di un lettore che si presenta con due parole: «Sono ebreo». Scrive a Claudio Cerasa a proposito del disegno di legge contro l’antisemitismo. Non nega il problema né contesta il dovere dello Stato di intervenire contro minacce e discriminazioni. Eppure avverte un disagio, che riassume in una frase: «Non voglio sentirmi una specie protetta. Voglio essere protetto, come ogni cittadino, quando sono minacciato».

Mentre scrivevo “un lettore ebreo”, mi sono fermato. Perché non avevo scritto “un lettore di religione ebraica”? La seconda espressione mi era sembrata più rispettosa della persona. Poi mi sono accorto che anche quella sarebbe stata una definizione e, peraltro, più ristretta: essere ebrei non significa necessariamente professare una religione, ma può indicare anche un’appartenenza culturale, storica o familiare.

Il lettore aveva scelto di presentarsi così perché quella parte della sua identità era pertinente all’argomento. Non pretendeva di raccontarci tutto ciò che era. Eppure la mia esitazione aveva fatto emergere una domanda: quando una caratteristica ci aiuta a comprendere una persona e quando, invece, finisce per prendere il posto della persona?

Forse viviamo in un tempo nel quale predomina l’incertezza. Sono diventati meno stabili il lavoro, le relazioni, le appartenenze politiche e persino i linguaggi attraverso i quali riconosciamo noi stessi. In questa precarietà la definizione offre una sicurezza: stabilisce un confine, assegna un nome e ci consegna un posto.

Quando ci presentiamo, spesso sentiamo il bisogno di aggiungere al nome il titolo accademico o la professione: “avvocato”, “professore”, “dottore”. Lo stesso bisogno può manifestarsi attraverso l’orientamento sessuale, l’identità politica, la religione, l’origine o l’appartenenza a una comunità.

Sono aspetti reali e importanti della nostra vita. Ma una cosa è dire che ci appartengono, un’altra è permettere che ci sostituiscano. Il titolo racconta ciò che abbiamo studiato, ma non misura il nostro valore. La professione descrive ciò che facciamo, non tutto ciò che siamo. L’orientamento sessuale riguarda una dimensione profonda della persona, ma non può diventarne la spiegazione complessiva.

La definizione ci rassicura perché riduce l’incertezza, ma ci semplifica. Una persona è complessa, contraddittoria e mutevole; una categoria è immediatamente riconoscibile. Le definizioni facilitano la comunicazione, ma possono impoverire la conoscenza.

Non sono soltanto gli altri a definirci. Siamo spesso noi stessi a cercare un’identità che ci renda riconoscibili e ci dia un’appartenenza. Rivendicarla può essere necessario per uscire dall’invisibilità o denunciare una discriminazione. Il rischio nasce quando non chiediamo più che una nostra caratteristica venga rispettata, ma finiamo per presentarla come la misura prevalente di ciò che siamo.

Anche la protezione giuridica ha bisogno di definizioni. Per contrastare una discriminazione, lo Stato deve riconoscere il comportamento discriminatorio e la ragione per la quale una persona ne viene colpita. È qui che nasce il paradosso contenuto nella frase del lettore: per essere protetto devo essere identificato; una volta identificato, rischio di essere riconosciuto soprattutto attraverso la mia vulnerabilità.

Cerasa risponde che, per proteggere qualcuno da una minaccia, occorre prima saperla riconoscere. È vero: la legge deve definire l’antisemitismo per poterlo contrastare. Ma dovrebbe definire innanzitutto la condotta da impedire, non la persona da considerare fragile.

Nelle parole del lettore non vi è, dunque, il rifiuto della tutela. Vi è la richiesta che la protezione non diventi un’identità e che la persona non venga ridotta alla minaccia dalla quale deve essere difesa.

Un esempio di questo difficile confine si trova nel dibattito sulla presenza femminile nella nuova legge elettorale. Le opposizioni avevano proposto che tra i capilista nessun genere potesse superare il cinquanta per cento. La proposta è stata respinta e il mancato equilibrio di genere è stato indicato tra i motivi dei ricorsi annunciati contro la legge. www.ansa.it

L’articolo 51 della Costituzione stabilisce che tutti i cittadini, dell’uno o dell’altro sesso, possano accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza. Aggiunge che la Repubblica promuove le pari opportunità tra donne e uomini. Garantisce quindi l’uguaglianza delle condizioni di accesso e legittima gli strumenti diretti a promuoverla; non attribuisce, però, a ciascun sesso il diritto a una percentuale predeterminata di eletti. 

La domanda diventa allora inevitabile: si sta difendendo il diritto della persona a competere in condizioni paritarie oppure si sta rivendicando il diritto di una categoria a occupare una determinata quantità di posti?

La quota può essere uno strumento utile per correggere uno squilibrio. Non deve essere liquidata come un privilegio, perché l’uguaglianza formale può non bastare a rimuovere consuetudini e meccanismi di selezione consolidati. Ma resta uno strumento, non può diventare la definizione della persona che ne beneficia.

Nel caso della nuova legge elettorale c’è poi un elemento concreto. I capilista bloccati non vengono scelti dalla legge, ma dai partiti. I collegi plurinominali sono quarantanove alla Camera e ventisei al Senato: settantacinque complessivamente. Una forza politica presente in tutti i collegi dispone quindi di settantacinque posizioni di capolista e potrebbe distribuirle autonomamente tra trentotto donne e trentasette uomini, o viceversa. 

La parità non è vietata: semplicemente non è imposta.

I partiti che avevano sostenuto il limite del cinquanta per cento possono applicare lo stesso criterio alle proprie liste. Se considerano quella proporzione un principio irrinunciabile, hanno la possibilità di dimostrarlo attraverso le loro scelte.

Perché, allora, chiedere allo Stato di imporre a tutti ciò che ciascun partito può già realizzare liberamente?

Una risposta esiste ed è seria: perché l’esperienza induce a non fidarsi della capacità dei partiti di garantire spontaneamente un’effettiva parità. Ma questa risposta contiene anche l’ammissione di un fallimento culturale. La politica afferma di credere nella capacità delle donne e, contemporaneamente, dichiara di non essere in grado di riconoscerla se una norma non la costringe.

L’ipocrisia emerge quando un partito reclama per legge una proporzione che non applica nelle proprie liste. In quel caso la parità viene invocata come principio generale e disattesa come responsabilità politica.

La donna rischia così di rimanere oggetto anziché diventare pienamente soggetto. Prima può essere esclusa o collocata in posizione marginale dalle segreterie; poi viene recuperata attraverso una percentuale obbligatoria. In entrambi i casi qualcuno decide quale spazio debba esserle assegnato. Cambia il numero, ma non necessariamente cambia il rapporto con il potere.

La trasformazione culturale comincerebbe quando una donna fosse scelta come capolista non perché serve a completare una quota, ma perché il partito le riconosce autorevolezza, capacità e consenso. Non una presenza concessa o imposta, dunque, ma un soggetto politico al quale viene affidata una responsabilità.

Questo non significa che le quote siano sempre inutili o ingiuste. Possono servire ad aprire porte rimaste troppo a lungo chiuse. Ma uno strumento di emancipazione dovrebbe contenere anche l’idea della propria futura inutilità. Se una tutela deve durare per sempre, finisce per rappresentare come permanente anche la debolezza che voleva correggere.

La questione non riguarda soltanto le donne. Riguarda il rapporto tra la persona e tutte le definizioni attraverso le quali chiede di essere riconosciuta o viene riconosciuta dagli altri.

In un tempo incerto cerchiamo sicurezza nelle definizioni. Esse ci assegnano un’appartenenza e talvolta una protezione. Ma, mentre ci aiutano a essere riconosciuti, possono impedirci di essere conosciuti nella nostra interezza.

La legge deve proteggerci quando siamo discriminati, senza trasformare la possibile discriminazione nella nostra identità. Deve riconoscere le differenze senza rinchiuderci al loro interno e rimuovere gli ostacoli senza presumere che non siamo capaci di camminare autonomamente.

È questo il significato più profondo della frase dalla quale siamo partiti: non rifiutare la protezione, ma chiedere di non essere ridotti alla protezione ricevuta. Prima dei titoli, delle professioni, degli orientamenti e delle appartenenze, rimane la persona. E la persona non è il numero di una quota né l’esemplare di una categoria: è un fine, mai uno strumento





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