Barche verticali, calamite e cortocircuiti. Che fine ha fatto l'aura dell’arte?

Cultura - Quel contatto brusco con la terra orizzontale, quella linea retta che sbarra lo sguardo, non sembra forse un muro innalzato davanti alla luce, al pensiero, all’oltre?

Barche verticali, calamite e cortocircuiti. Che fine ha fatto l'aura dell’arte?
di Redazione - Pubblicato: 28-09-2026 10:55 - Tempo di lettura 2 minuti

di Katia Rinaldi

È andata più o meno così: apro il freezer per prendere qualcosa da cena e, forse per la prima volta in anni, guardo con attenzione la calamita attaccata lì accanto al termometro. Cavolo! Non ci avevo mai fatto davvero caso, forse nemmeno il giorno in cui l’ho comprata in qualche bancarella di mare. Una piccola barca decorata, con tanto di salvagente, conchiglie e una stella marina incollata sopra. Ma quell’oggetto pop, domestico e inoffensivo, mi si materializza davanti agli occhi e mi trasporta all'istante altrove: dritto dritto nel bel mezzo della polemica che sta "navigando" attorno alle barche di Ibrahim Mahama a Piazza Municipio a Napoli.

Già, perché a guardarla bene, quella barchetta da frigorifero racchiude in miniatura lo stesso identico cortocircuito visivo. Al centro di Piazza Municipio, proprio di fronte alla mole severa del Maschio Angioino, si erge infatti l’installazione del ciclo Napoli Contemporanea: tre grandi barche di legno, alte circa dodici metri, tagliate alla base e conficcate verticalmente nella pavimentazione. L’opera s'intitola Voyageur ed è firmata da uno degli artisti più celebrati del circuito globale. Voluta dal Comune e curata da Vincenzo Trione, viene presentata come un totem laico e un richiamo ai drammi del Mediterraneo e dei flussi migratori. Ma la reazione non è unanime.

E qui si apre il varco della riflessione critica. Da un lato ci imbattiamo nella colpevole amnesia di una curatela che, pur di giustificare l’operazione chiamando in causa i massimi sistemi della storia dell'arte (da Géricault a Cézanne), dimentica del tutto un maestro che ha fatto della barca verticale il suo brand e il suo faro metafisico: l'indimenticato Fabrizio Plessi, recentemente scomparso. Dall'altro, ci scontriamo con il limite di un'arte pubblica contemporanea che sembra ormai piegata alle mode del politicamente correct e dei complessi di colpa occidentali, usando la metafora del dolore altrui (senza neppure la cruda forza dei veri relitti o la potenza materica di un Kounellis o di un Parmiggiani) pur di occupare la scena in pubblica piazza.

A ben guardare, il cortocircuito di Piazza Municipio non è che l'ultimo sintomo di una mutazione genetica più profonda che ha investito l'arte contemporanea in Italia. Siamo passati dall'opera intesa come ricerca formale, visione assoluta e rischio intellettuale, a un format preconfezionato: l'installazione-poster pensata esclusivamente per la pubblica piazza, buona per il consumo rapido, per i social media e per legittimare le giunte comunali di turno attraverso un finto rilancio cosmopolita della città. Qui si consuma un abbraccio mortale tra l'arte e la politica. Da un lato la politica cavalca l'onda dei grandi eventi culturali internazionali per accreditarsi un'immagine progressista e attenta ai temi globali; dall'altro, un certo sistema dell'arte si sottomette volentieri a questo bando, barattando l'autonomia creativa in cambio di budget faraonici, copertine di riviste e vetrine istituzionali.

È la spettacolarizzazione del vuoto: si spende una fortuna per tre barche di legno avulse dal contesto urbano e sociale, mentre le vere urgenze della città e dei suoi artisti locali restano sullo sfondo. Se potessero fare un salto a Napoli oggi, davanti a queste barche verticali che imitano il dolore altrui senza sporcarsi le mani con la realtà, Theodor Adorno e Walter Benjamin non farebbero sconti!  

E' la definitiva perdita dell’aura? Quell'unicità irripetibile dell'opera d'arte, legata al suo radicamento nello spazio e nella tradizione (quella stessa aura che un maestro come Fabrizio Plessi sapeva evocare con la luce e la tecnologia dei suoi mari verticali), qui si dissolve completamente? Si! L'opera d'arte pubblica diventa una mera scenografia, un simulacro da fotografare e consumare in un post su Instagram, perdendo ogni spessore critico e ogni sacralità laica.

A colpirmi davvero, però, guardando quelle installazioni, è proprio la loro mozzatura. Più che un’uscita o un’emersione dalle acque, quelle barche mostrano un taglio netto. Quel contatto brusco con la terra orizzontale, quella linea retta che sbarra lo sguardo, non sembra forse un muro innalzato davanti alla luce, al pensiero, all’oltre? Eppure, a pensarci bene, tutto questo movimento, l'analisi, le polemiche, gli artisti evocati, la filosofia che si agita intorno alla piazza, non è forse il senso stesso dell'esistenza dell'arte nello spazio pubblico? Muovere le acque, costringere al dibattito, farci interrogare su cosa guardiamo. Ma la sentenza definitivamente più efficace, capace di azzerare ogni sovrastruttura critica me l’ha data mio figlio, di dieci anni. Fermandosi davanti all'opera, con la semplicità e la sincerità disarmante degli occhi di un bambino, mi ha guardato e mi ha chiesto: «Mamma, ma ora ci metteranno dei libri giganti in queste librerie giganti?».


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