Piazza Labriola e i tre volti di Cassino: la città perduta, ricostruita e da ripensare

Opinioni - Non solo uno spazio da riqualificare, ma il cuore identitario di Cassino: un luogo nato dalla ricostruzione di Nicolosi che deve oggi rinnovarsi, trasformandosi in un'agorà moderna capace di unire la memoria del passato perduto e il futuro della città, ma dai disegni "manca un riferimento fisico capace di riportarmi alla Cassino che fu"

Piazza Labriola e i tre volti di Cassino: la città perduta, ricostruita e da ripensare
di Dario Nicosia - Pubblicato: 09-09-2026 16:19 - Tempo di lettura 4 minuti

Il dibattito di questi giorni su piazza Labriola, al netto delle polemiche che lo hanno accompagnato, ha almeno un merito: ci costringe a domandarci che cosa rappresenti davvero quella piazza per Cassino. La domanda, a mio avviso, viene prima dei rendering, degli alberi, delle panchine e persino delle diverse soluzioni progettuali.
Perché piazza Labriola non è uno spazio qualsiasi da riqualificare. 

Per comprenderla bisogna tornare alla ricostruzione e a Giuseppe Nicolosi. Dopo la distruzione del 1944, il problema non era semplicemente ricostruire case, strade ed edifici pubblici. Bisognava dare un centro a una città che il centro lo aveva materialmente perduto. 

Nel disegno di Nicolosi gli edifici pubblici vengono organizzati all’interno di un sistema di spazi coordinati. Palazzo di Giustizia, Poste, residenze, uffici e negozi concorrono alla costruzione della piazza principale della nuova Cassino. Gli studi successivi sui suoi disegni parlano dei luoghi centrali come degli spazi più rappresentativi della “civitas”.
Questo cambia, almeno per me, il modo di guardare piazza Labriola. 

Non credo si debba ricostruire nostalgicamente la Cassino che non esiste più. Sarebbe impossibile e probabilmente anche sbagliato. Ma Cassino porta con sé una ferita particolare: la guerra non ha distrutto soltanto i suoi edifici. Ha interrotto quella continuità visiva attraverso la quale normalmente una comunità riconosce il proprio passato.
In tante città basta una piazza, una strada, una facciata per incontrare ciò che c’era prima di noi. A Cassino molto di questo non è possibile. 

Lo avverto anche personalmente. Mi manca un riferimento fisico capace di riportarmi alla Cassino che fu. Non è soltanto nostalgia per qualcosa che non ho più davanti agli occhi. È la difficoltà di riconoscere, nella città contemporanea, i segni di quella precedente. 

Per questo, prima ancora di scegliere come trasformare piazza Labriola, proverei a leggerla attraverso tre tempi: la Cassino perduta, la Cassino ricostruita e la Cassino che oggi vuole ripensare se stessa. La prima non può essere ricostruita artificialmente, ma può essere raccontata e resa percepibile.

La seconda è quella di Nicolosi e della generazione che dovette affrontare un compito enorme: non restaurare una città danneggiata, ma dare forma urbana a una comunità sopravvissuta alla propria distruzione. 

La terza siamo noi. E abbiamo il diritto di modificare quella città, perché le città che non cambiano diventano musei. Ma abbiamo anche il dovere di capire ciò che stiamo modificando.

Da qui nasce anche una mia convinzione più generale. Le poche tracce materiali della Cassino precedente alla guerra dovrebbero essere, quando possibile, rese visibili e ricondotte dentro il racconto urbano. 

Penso, ad esempio, alla Madonnina e ai resti della vecchia chiesa che si trovano nell’area delle Suore Stimmatine. Personalmente immaginerei di sostituire il muro che oggi li sottrae alla vista con una soluzione trasparente, magari in vetro antisfondamento, naturalmente se proprietà, tutela e condizioni tecniche lo consentissero.

Non per creare una scenografia della memoria, ma per restituire alla città uno dei pochi fili che ancora la collegano fisicamente a ciò che era. È questo, allora, il criterio con cui guarderei anche alle diverse idee per piazza Labriola.

Non partirei dalla domanda: quale progetto è più bello? Ne porrei un’altra: quale progetto comprende meglio il luogo sul quale sta intervenendo? Una piazza davanti al Tribunale, accanto a uno spazio frequentato dai bambini e inserita nel cuore pensato dalla ricostruzione può tornare a essere qualcosa di più di uno spazio di attraversamento. Può diventare un’agorà contemporanea: luogo civile, incontro tra generazioni, spazio pubblico nel significato più pieno della parola.

E potrebbe soprattutto mettere in comunicazione quei tre tempi che Cassino porta dentro di sé. La città perduta non tornerà. Quella ricostruita appartiene ormai alla nostra storia e merita di essere compresa prima di essere modificata. Quella futura, invece, dipende dalle nostre scelte. Forse il punto non è decidere soltanto come rifare piazza Labriola. È decidere quale parte della propria storia Cassino vuole portare con sé mentre continua a cambiare.





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