Opinioni - Dal referendum del 1985 alle parole-feticcio di oggi: come abbiamo smesso di proteggere il salario per iniziare a raccontarlo. La politica ha sostituito la tutela strutturale del salario con la gestione simbolica del consenso. Breve storia della de-indicizzazione salariale: quando il cittadino ha votato per l'inflazione e ha ottenuto l'incertezza
C’è stato un tempo in cui il lavoro in Italia somigliava a un equilibrio con una rete sotto. Non impediva di cadere, ma impediva che ogni caduta diventasse definitiva. Quella rete aveva un nome tecnico: indicizzazione dei salari. La chiamavamo scala mobile. Non era perfetta, ma svolgeva una funzione essenziale: tenere insieme il tempo del lavoro e il tempo della vita.
Quando quella rete viene progressivamente rimossa — prima nel 1984 con il governo di Bettino Craxi, poi definitivamente nel 1992 con il governo di Giuliano Amato — non accade nulla di immediatamente visibile. La ragione dichiarata era chiara: fermare la rincorsa tra prezzi e salari. La scala mobile proteggeva il potere d’acquisto, ma secondo i suoi critici alimentava anche l’inflazione, perché ogni aumento dei prezzi produceva automaticamente nuovi aumenti salariali, che a loro volta si riflettevano sui costi delle imprese e sui prezzi finali. Intervenire su quel meccanismo significava, nelle intenzioni, spezzare quella spirale. O, più semplicemente, alleggerire il costo del lavoro per il sistema produttivo.
Il salario smette di essere automaticamente protetto e diventa il risultato di una contrattazione. Da quel momento in poi, la sicurezza non è più incorporata nel sistema: è affidata alla capacità del sistema stesso di reggere nel tempo. Ed è proprio su questo passaggio che il racconto pubblico, oggi, tende a scivolare. Perché si preferisce iniziare la storia più avanti, quando compaiono le riforme del lavoro, quando si può individuare un responsabile più comodo, più riconoscibile, più utile alla narrazione politica del presente.
E invece c’è un momento che andrebbe ricordato, perché racconta meglio di molti altri come si costruisce un consenso e come si orienta una scelta collettiva. Ed è il referendum del 1985 sulla scala mobile. In quel passaggio il quadro politico e sindacale fu molto più articolato di come oggi viene raccontato. Il Movimento Sociale Italiano si schierò a favore del SÌ, cioè per abrogare il decreto del governo Bettino Craxi e ripristinare il meccanismo pieno della scala mobile. Nella stessa direzione si collocò anche la CISNAL, sostenendo la necessità di mantenere una tutela automatica del potere d’acquisto.
Quella posizione li mise, di fatto, sullo stesso fronte del Partito Comunista Italiano e di una parte rilevante della CGIL, che vedevano nel taglio della scala mobile una riduzione delle garanzie per i lavoratori. Dall’altra parte si schierarono il Partito Socialista Italiano, la Democrazia Cristiana e gli altri partiti di governo, insieme a CISL e UIL, sostenendo il NO per mantenere il taglio e contenere l’inflazione. Non fu uno scontro tra destra e sinistra. Fu uno scontro tra due visioni del lavoro, trasversale agli schieramenti. E soprattutto fu una scelta confermata dal voto popolare. È qui che il racconto comincia a incrinarsi. Perché quella decisione — ridurre la protezione automatica del salario — non viene oggi rivendicata, né viene pienamente analizzata. Viene semplicemente spostata sullo sfondo, come se fosse un dettaglio tecnico, mentre il dibattito si concentra su ciò che è venuto dopo.
E invece è proprio lì che si gioca una parte decisiva della storia. Perché quel referendum mostra anche un altro elemento, spesso ignorato: il cittadino non vota su una formula economica, ma su un racconto. Non vota sui “punti di contingenza”, ma su parole che rendono quel meccanismo comprensibile — inflazione, salari, stabilità, diritti. Esattamente come è accaduto nella campagna referendaria sulla magistratura, dove il confronto su questioni tecniche è stato tradotto in parole feticcio capaci di orientare la volontà popolare più che di chiarirla. La democrazia diretta non elimina la mediazione. La sposta sul linguaggio. E il linguaggio, quando diventa politico, tende a semplificare ciò che è complesso. Non per chiarirlo, ma per renderlo comprensibile. È lì che nascono le parole-feticcio: quelle che sembrano spiegare tutto, ma in realtà orientano il consenso. Negli anni successivi si interviene sul mercato del lavoro. Il Pacchetto Treu e poi la Legge Biagi introducono e ampliano forme di lavoro flessibile. È qui che il racconto dominante colloca l’origine del precariato.
Ma anche qui il quadro è più complesso. Quelle riforme non inventano l’instabilità. La rendono visibile, la regolano, la portano dentro un sistema che prima la conteneva in forme meno tracciabili. Il lavoro non diventa improvvisamente precario; diventa più trasparente nelle sue fragilità. Nel frattempo, però, accade qualcosa di ancora più significativo. Il sistema italiano continua a basarsi sulla contrattazione tra imprese e sindacati, che copre oltre il 90% dei lavoratori, una delle percentuali più alte in Europa. Non è un modello da importare: è un modello già esistente. Eppure, proprio mentre questo sistema resta formalmente in piedi, perde progressivamente capacità di protezione.
Il passaggio più evidente si trova nel pubblico impiego. Tra il 2009 e il 2019 i contratti restano sostanzialmente fermi. L’ultimo rinnovo pieno risale alla stagione del governo Silvio Berlusconi. Da lì in avanti si apre una lunga fase di blocco che attraversa governi diversi — da Mario Monti a Enrico Letta, da Matteo Renzi fino a Paolo Gentiloni. Dieci anni in cui il costo della vita cresce e i redditi restano fermi. È qui che il racconto politico di oggi mostra tutta la sua contraddizione. Perché una parte significativa di chi oggi denuncia il precariato e propone soluzioni lo fa come se osservasse il problema da fuori, come se fosse il prodotto di scelte altrui, di stagioni concluse, di responsabilità sempre collocate altrove.
E invece quella stessa area politica ha governato a lungo questo Paese, partecipando in modo diretto alle scelte — e soprattutto alle mancate scelte — che hanno accompagnato questa trasformazione. Non è una questione di colpe da attribuire. È una questione di coerenza. Perché è troppo comodo scoprire oggi l’emergenza del lavoro e presentarsi con soluzioni che suonano definitive, quando per anni si è stati dentro quel sistema senza modificarne gli squilibri strutturali. È troppo comodo farlo dagli scranni dell’opposizione, come se il tempo trascorso al governo non avesse inciso su ciò che oggi si denuncia. E allora il punto non è la proposta in sé. Il punto è il racconto che la accompagna.
Perché una soluzione può anche essere discussa. Ma non può essere presentata come nuova, se nasce dentro una continuità che non viene mai riconosciuta. È dentro questo passaggio che la percezione del lavoro cambia davvero. Non serve modificare il contratto per generare insicurezza. Basta che il reddito non tenga il passo con la vita. Dentro questo quadro si inserisce anche il richiamo, sempre più frequente, al cosiddetto modello spagnolo, indicato come soluzione al problema della precarietà. La riforma introdotta in Spagna tra il 2021 e il 2022, attraverso un accordo tra governo, sindacati e imprese, ha effettivamente ridotto in modo significativo l’uso dei contratti a termine. È un dato reale, che non va negato.
Ma è proprio qui che il racconto si ferma troppo presto. Perché quella stessa riforma ha prodotto anche un altro effetto: una parte rilevante della precarietà non è scomparsa, ma è stata riclassificata. Si è spostata verso forme contrattuali formalmente stabili, ma sostanzialmente discontinue, come i contratti “fissi-discontinui”, che prevedono periodi di lavoro alternati a fasi di inattività. Il risultato è un sistema in cui la precarietà non viene eliminata, ma ridistribuita e resa meno visibile nelle statistiche tradizionali. È questo il paradosso. Ciò che viene presentato come superamento della precarietà è, in parte, una sua trasformazione. Il problema non scompare: cambia forma.
E allora il punto non è se la Spagna abbia fatto bene o male, ma come quella esperienza viene utilizzata nel dibattito italiano. Perché quando un modello viene richiamato come soluzione, senza considerarne anche i limiti, smette di essere un riferimento e diventa una parola-feticcio. Una formula che rassicura, semplifica e orienta, ma che rischia di allontanare il problema dalla sua complessità reale. E allora il punto torna lì, dove spesso si evita di guardare. Alla rete tolta senza costruirne un’altra. A un referendum in cui si votava su un meccanismo tecnico trasformato in racconto. A un linguaggio che, ieri come oggi, semplifica ciò che è complesso per renderlo decidibile. È su quella linea che si inserisce anche il richiamo alla Spagna. Perché se una riforma diventa modello prima ancora di essere compresa nei suoi effetti reali, allora non è più uno strumento di analisi. Diventa un riferimento simbolico, una scorciatoia del ragionamento.
E quando il ragionamento si accorcia, il rischio è sempre lo stesso: che il problema cambi forma senza essere davvero affrontato. È successo con la scala mobile, quando si è scelto di intervenire su un equilibrio senza ridefinirlo completamente. È successo nel tempo, quando si è preferito adattare il sistema senza correggerne le fragilità. E rischia di succedere ancora, quando si indicano soluzioni senza interrogarsi fino in fondo su ciò che producono. Il lavoro dopo la rete non è una frattura improvvisa. È il risultato di una lunga sequenza di scelte, raccontate ogni volta nel modo più utile al momento.
Per questo, forse, la domanda che il Primo Maggio dovrebbe tornare a porre non riguarda solo il lavoro. Riguarda il modo in cui lo raccontiamo. E allora la domanda resta lì, semplice: stiamo cercando di capire il lavoro o solo di raccontarlo nel modo che ci dà ragione? Il lavoro non si misura nel presente. Si costruisce nel tempo. L’oggi contiene ieri. E, che lo si voglia o no, prepara il domani.
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