Opinioni - Tra slogan social, comunicati stampa che piovono a pioggia e dati statistici, il dibattito pubblico ignora la realtà quotidiana. Si preferisce parlare di “populismo” o di “allarmismo” per evitare di entrare nel merito, perché è più facile liquidare un problema, che affrontarlo
Ogni volta che a Cassino si parla di sicurezza, va in scena lo stesso copione. Dichiarazioni, comunicati, polemiche incrociate, accuse reciproche. Un frastuono continuo che dà l’impressione di un grande movimento, mentre in realtà si gira sempre attorno allo stesso vuoto. Si parla molto. Si conclude poco.
La politica locale discute, si divide, si esibisce. Ma raramente ascolta davvero. Ognuno recita per il proprio pubblico, preoccupato più di apparire coerente con il proprio schieramento che di essere utile ai cittadini. Nel frattempo, fuori da questo teatro, la città vive.
E vive con paure semplici, concrete, quotidiane.
La sicurezza, per le persone, non è una categoria ideologica. È poter tornare a casa senza ansia. È far uscire un figlio senza timore. È non sentirsi vulnerabili per strada. È sapere che, se succede qualcosa, qualcuno interviene davvero. Questa è la sicurezza vista dal basso. Ma è anche quella che interessa meno.
Perché non porta consenso immediato. Non fa titoli. Non garantisce visibilità. Non permette di schierarsi. E allora viene sacrificata sull’altare della polemica permanente. Così, mentre i cittadini chiedono presenza, controllo, continuità, la politica risponde con slogan, formule, prese di posizione pensate più per i social che per le strade. È un corto circuito evidente.
In questo contesto vengono spesso richiamati i dati ufficiali diffusi dalle forze dell’ordine, che fotografano una situazione sotto controllo e un impegno costante sul territorio. Sono informazioni importanti, che vanno rispettate e valorizzate. Ma ridurre la percezione di insicurezza a una questione statistica è un paradosso funzionale alla polemica, non alla soluzione. I numeri servono a chi governa per orientare le politiche. Non possono essere usati per smentire le paure di chi vive la città ogni giorno.
La presenza delle istituzioni sul territorio non è una messinscena.
È un segnale. Dice: “Qui lo Stato c’è”. Quando questo segnale è debole, intermittente o assente, si diffonde l’idea che ognuno debba arrangiarsi. E da lì in poi tutto si deteriora. Degrado, microcriminalità, impunità non nascono dal nulla. Crescono dove manca attenzione. Dove manca presidio. Dove manca continuità. A pagare sono sempre gli stessi: anziani, persone sole, famiglie fragili, piccoli commercianti. Quelli che non hanno voce nei dibattiti, ma subiscono le conseguenze delle scelte sbagliate. O delle non-scelte.
Perché spesso il problema non è l’errore. È l’inerzia. È il rinvio. È il “poi vediamo”. È il “non conviene esporsi”. È il calcolo permanente. Nel frattempo, si preferisce polemizzare. Accusare. Etichettare. Parlare di “populismo” o di “allarmismo” per evitare di entrare nel merito.
È più facile liquidare un problema che affrontarlo. La sicurezza non è un terreno di propaganda, né un palcoscenico per esibizioni morali. È una responsabilità pesante, che richiede serietà, presenza e lavoro quotidiano.
Richiede meno chiacchiere e più fatti. Meno protagonismo e più servizio. Meno autoreferenzialità e più realtà. Una città non si governa a colpi di post. Si governa stando sul territorio. Guardando le persone negli occhi. Assumendosi il peso delle decisioni. Finché questo non accadrà, continueremo ad assistere allo stesso spettacolo: politici che parlano tra loro, mentre la città aspetta risposte. E aspetta da troppo tempo.
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