Paolo è morto due volte: il fallimento di un sistema che presidia i registri ma ignora le anime

Opinioni - Dostoevskij, la "culpa in vigilando" e quella lezione dimenticata: quando difendere l'apparato conta più che comprendere una tragedia. Dietro lo scontro tra Ministero e sindacato resta la ferita simbolica di un diario: il ritratto di una fragilità trasformata in colpa, perché la responsabilità educativa che non si può aggirare dietro la burocrazia.

Paolo è morto due volte: il fallimento di un sistema che presidia i registri ma ignora le anime
di Dario Nicosia - Pubblicato: 23-01-2026 18:58 - Tempo di lettura 4 minuti

Nel caso di Paolo Mendico si discute da mesi di sanzioni, di procedimenti disciplinari, di ricorsi, di sindacati e di Ministero. Si analizzano atti, tempistiche, responsabilità formali. Si litiga sulle procedure. Si misurano le colpe. In questa vicenda c’è di tutto, tranne che della solitudine di un ragazzo. Io partirei da un altro presupposto.

Mi ha colpito, in questi giorni, l’intervento pubblicato su Leggo Cassino sull’indignazione del sindacato e, insieme, le notizie sulla lettura dei diari di Paolo. Due elementi apparentemente diversi, ma in realtà profondamente legati. Da una parte la reazione pubblica, istituzionale, mediatica. Dall’altra la voce silenziosa di un ragazzo, rimasta sepolta fino all’ultimo. È in questa distanza che si gioca il senso di questa vicenda.

Paolo è morto due volte. La prima per un gesto estremo, frutto di un libero arbitrio deformato dalla fragilità, dal senso di ingiustizia, dall’assenza di sponde adulte capaci di intercettare il suo dolore prima che diventasse disperazione. La seconda per mano di un sistema che, invece di interrogarsi sulle proprie omissioni educative, si è rifugiato nella superficie: nei comunicati, nelle sanzioni simboliche, nelle polemiche tra Ministero e sindacati, nelle schermaglie mediatiche. Un sistema più attento all’immagine che alla sostanza, più al rumore che al silenzio, più alla forma che alla verità.

I diari di Paolo raccontano una storia diversa dalle semplificazioni. Raccontano un ragazzo ferito da una profonda percezione di ingiustizia, umiliato da parole pronunciate con leggerezza, esposto davanti ai compagni nella sua fragilità economica e personale. Una frase come “il doposcuola non costa poi molto” non è una svista. È una ferita simbolica. È il modo con cui una difficoltà viene trasformata in colpa.

Qui non si tratta di cercare un colpevole da offrire all’opinione pubblica. Si tratta di interrogarsi su cosa significhi, oggi, vigilare ed educare. La cosiddetta culpa in vigilando non consiste nel prevedere tragedie. Consiste nel costruire un ambiente capace di intercettare il disagio prima che diventi irreversibile. Significa creare una rete reale di attenzione: docenti formati, consigli di classe vigili, spazi di ascolto autentici, dialogo con le famiglie, monitoraggio delle fragilità. Quando tutto questo resta sulla carta, non siamo davanti alla sfortuna.

Siamo davanti a una responsabilità organizzativa. Lo scrivo con cognizione di causa. Nel corso della mia vita lavorativa ho subito sei rapine. In una di queste, quando ero direttore della filiale di Frosinone, mi fu comminata una sospensione di cinque giorni per non aver vigilato con sufficiente attenzione sull’osservanza delle procedure interne di sicurezza.

La sfortuna volle che, poco prima, il cassiere avesse effettuato un versamento considerevole e non avesse ancora completato tutte le procedure previste. In quel frangente entrarono i rapinatori e portarono via una somma rilevante di contante. Oltre al trauma psicologico dell’evento, subii anche un danno economico per la sospensione. Accettai quel provvedimento senza ricorrere all’arbitrato, pur essendo allora un sindacalista.Perché capii una cosa semplice: la responsabilità non si aggira. Si assume.

Il Ministero reagisce per difendersi. I sindacati si compattano per proteggere la categoria. Entrambi parlano di procedure. Nessuno parla davvero della solitudine. Colpisce, in questa vicenda, l’indignazione immediata del sindacato. Non per il dramma di un ragazzo, ma per la tutela dell’apparato.

Prima ancora di interrogarsi sulle responsabilità educative, si alzano gli scudi, si denunciano complotti, si parla di immagine lesa. È una reazione comprensibile sul piano corporativo, ma inquietante su quello morale. Quando, davanti a una tragedia, la prima preoccupazione è difendere una carriera e non capire un fallimento, significa che qualcosa si è spezzato nella coscienza collettiva.

Ma il problema è ancora più profondo. Dostoevskij parlava del “sottosuolo” dell’anima: quel luogo nascosto dove maturano le paure, le rabbie silenziose, le angosce che nessuno vede. Il vero dramma umano non si consuma in superficie, ma lì sotto, dove pochi hanno il coraggio di scendere. La scuola contemporanea presidia piattaforme, registri elettronici, protocolli, procedure. Ma ha progressivamente smesso di presidiare le coscienze. Si controlla ciò che è visibile. Si ignora ciò che è invisibile. Eppure è nell’invisibile che si decide il destino di molti ragazzi.

Questo caso non è un incidente. È il prodotto di una scuola che ha imparato a valutare senza comprendere, a correggere senza accompagnare, a gestire senza educare. Una scuola che teme il conflitto educativo e preferisce rifugiarsi nell’amministrazione. La culpa in vigilando è il volto giuridico della culpa in educando. Dove manca la responsabilità, manca l’educazione. Dove manca l’educazione, resta solo un apparato. Paolo non aveva bisogno di procedure. Aveva bisogno di essere visto.

Ricostruire una scuola capace di vedere, ascoltare e accompagnare non è un’utopia. È una necessità civile. È l’unico modo per evitare che altri ragazzi continuino a morire nel silenzio: prima nell’anima, poi nella vita





Articoli Correlati


cookie